A scrocco
dicembre 12, 2009 in Dossier Artistic, Narrativa, Racconti da Andrea Becchimanzi
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Chiude gli occhi, li riapre, e vede ciò che sono in realtà. Scimmie col frac. Scimpanzè che ballano sulle note di canzoni italiane abbastanza famose già trenta, quaranta anni prima. Oranghi al banco del bar che brindano prosecchi levati al cielo. Non può fare a meno di ridere, a denti stretti, ma si tratta sempre di uno che ride belle’e buono, così, Come dal nulla, solo lui seduto al tavolino con tovaglia, posacenere inutilizzato perchè inutilizzabile (non sia mai!), dunque inutile, bicchiere di vino vuotato e occhiali da sole di Lei-che-balla agganciati al taschino della giacca di velluto. Si, in mezzo a quella masnada di primati danzanti c’è anche lei, ma ora che ci pensa bene non stona del tutto nel quadro generale della festa, non che abbia evidenti fattezze di scimmia, sia chiaro, però gli occhi gli ricordano quelli curiosi di un macaco e non può farci nulla. Così mentre il suo riso insensato continua e i pochi che lo osservano metterebbero la mano sul fuoco che è già brillo, si sfila gli occhiali dal taschino e li indossa.
Si scherma così dietro lenti specchiate, innalza un muro dietro il quale la sua visione della festa è ancora più assurda. comincia a studiare, come fosse dietro un falso specchio da laboratorio, il comportamento di ogni scimmia. Non si tratta solo di spirito critico e distaccato, ma di vero e proprio approccio scientifico.
Lì vede tutti come animali sociali, che comunicano a monosillabi e gesti; che grazie al pollice opponibile afferrano tartine e rustici che ingoiano senza masticare; che ballano strane danze di corteggiamento; che celano le proprie impudicizie con abiti che per loro sono diversi e uno è più importante di un altro a seconda di un simbolo o una scritta, ma in realtà sono fatti tutti dello stesso materiale, dello stesso stampo, della stessa idea.
Non ne può più. giunto a saturazione, dopo lunga occhiata e ampio sorriso alla Tipa-sulla-soglia, esce nella fresca notte in cerca d’ossigeno, magari di una dose di nicotina per soddisfare i suoi alveoli polmonari che in coro intonano: SI-GAR! SI-GAR! (li immagina con una voce più roca e mascolina di quella delle particelle di sodio).
Il Rosso è lì fuori, longilinea figura che risalta nel riverbero opaco delle luci al neon, parlotta col Pitone.
-We brutto, che occhiali che hai… e c’hai ragione, co’ sto’ sole…
-Si eh?… senti, mica avete una sigaretta?
-Sai che a me non devi chiederlo, non ho sigarette dal duemilaetre.
-Ah, già, scusa. e tu Pitò?
Il Pitone è in pausa media, impiega del tempo per realizzare l’oggetto della domanda.
-…che? Ah no, sto senza.
-Vabbè ragà ho bisogno di fumare, vado a farmi un giro, a dopo!… Ah, dimenticavo, avete visto Brunzo?
I due indicano il lato opposto della strada, il marciapiedi di fronte dove in un angolino appartato dei ragazzi stanno sicuramente rollando.
Non gli va proprio di attraversare la strada, per cosa poi? Per assicurarsi che il suo amico non riesca a tenere gli occhi aperti? occhi che a quest’ora saranno così iniettati di sangue che farebbe bene a non aprire comunque. Meglio non attraversare. meglio imboccare il primo zozzo vicolo inzaccherato di monnezza e squagliarsela da lì. Cancellare l’idilliaca immagine della festa impressa sulle sue retine. Meglio soli che male accompagnati.
Solo che a quell’ora per strada chi pensa di incontrare? Solo camion della nettezza urbana, e lui non se ne fa nulla. Cerca disperatamente forme di vita nella notte, alternative a quelle attirate dalla spazzatura. Ma non è un filantropo nottambulo. Per lui persone è sinonimo di fumatori, di tabagisti.
Un barlume di speranza gli accende lo sguardo, vede qualcuno avvicinarsi in lontananza sul suo stesso marciapiedi. Ma il suo entusiasmo si spegne nonappena riconosce la sagoma sottile che spinge a braccio un motorino. E’ l’Uomo Magro che racconta la solita storia che ha finito la benzina e non ha i soldi per comprarne altra e quindi per tornare a casa, e li chiede a te naturalmente. Vorrebbe avere pronta una scusa perchè si accorge che l’Uomo Magro nel frattempo si è avvicinato parecchio. Non sa cosa inventarsi.
-Scusa, hai un momento?
-Ehm…
-No, perchè, vedi, uh marò…- comincia la recita. Si passa una mano sulla fronte imperlata di sudore. E’ un grande attore, questo bisogna ammetterlo.-Stavo tornando a casa e sono rimasto senza benzina, e mo s’è fatto tardi, non so come fare, non è che mi puoi dare una mano? magari se hai qualche spicciolo…
-Ehm, mi dispiace ma non ho nulla.
-Ah, capisco…sicuro?
-Sicuro.
Il motorino ha persino del nastro adesivo attaccato allo sterzo, di quello marrone da pacchi, sicuramente per farlo sembrare più malconcio.
-E sai dov’è il distributore più vicino?
non ne può più, le recite dove le parti sono già scritte non gli sono mai piaciute. vorrebbe rompere i fili di questo teatrino perchè quando è troppo, è troppo.
-Senti, mo stai esagerando!
-Che?
-Si, e va bene che mi racconti la stessa storia ogni volta che mi incontri, anche se, caro mio, ciò denota che hai davveo una memoria di merda. ma che fai? Quando buono buono ti ho detto che non tengo nulla di soldi, continui col teatrino chiedendomi il distributore più vicino? Stai esagerando. come se non lo sapessi che girato l’angolo sali sul motorino e te ne vai tranquillo. Ma a chi vuò fa fess’?
Lascia l’Uomo Magro lì interdetto a rimuginare sul significato delle sue parole e continua per la sua strada.
Giunto ad un bivio prende la via più tortuosa e sconnessa. La via muore in una piazza. Sceglie la panchina meno sporca e vi si sdraia. Si toglie gli occhiali e lì riaggancia al taschino della giacca. Nessuna novità.
Il cielo è opaco come quelle famose luci al neon che tanto odia. Chissà se Lei-che-balla sta ancora ballando. Chiude gli occhi. Se la disegna nella mente ma gli occhi di lei non sono più quelli di un macaco. E’ serio ora, una delle poche volte in cui riesce ad esserlo.
-Tengo fame!
A interrompere la sua malinconia ci pensa la voce di un vecchio, una voce che in un primo momento lo fa zompare in aria ma che riconosce subito dopo.
Apre gli occhi e lo vede.
Tengo Fame non ha nome. Lo chiamano così per l’unica cosa che gli hanno mai visto masticare: la sua frase.
-Tengo fame!- è lì di fronte a lui con il braccio teso e il palmo della mano aperto.
-Non ho nulla, mi dispiace.
-Vuliss’ magnà nu bell’ piatt’ e’ maccheroni!
-Eh, a chi o’ ddic’, pur’io mo’ magnass’.
Tengo Fame rilassa il braccio con aria avvilita e si siede affianco a lui. Il ragazzo ne osserva la testa spelacchiata per un minuto buono e si decide a parlare.
-Tengo Fa’, ma nunn’ è che tieni pure na’ sigaretta?
Tengo Fame non risponde, le sue mani grosse frugano nelle sporche tasche dei jeans, estraggono un pacchetto tutto stropicciato, lo aprono.
-Tiè!
-No, è l’ultima, non posso.
-Vabbuò, ce la smezziamo.
Il ragazzo ci riflette un secondo.
-Ok.
Andrea Becchimanzi
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WOW!!!!!Credo che se non avessi potuto immaginare scenari e personaggi non avrebbe sortito lo stesso effetto!!Mi è piaciuto un sacco perchè anch’io spesso immagino cose surreali nella mia testa!!!Ne voglio subito un altro!!
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sai chi manca a questa storia….? l’Uomo Spicch (o Spicc…insomma, hai capito di chi parlo??)
Bella storia, te l’ho già detto…a quando il prossimo racconto??
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E’ proprio questo tuo pseudosurrealismo che mi piace. Sapere esattamente cosa succede e non capire un cazzo contemporaneamente. Complimenti.
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Bel racconto, mi è piaciuto molto, i personaggi sono veri e vividi…
Complimenti per lo stile.
Spero ce ne saranno altri!
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Una qualsivoglia azione poietica riesce nel suo intento quando forza la fragilità di colui che ne gode.
Se è vero che ogni interpretazione, proprio perché soggettiva , tende inevitabilmente a violentare il testo, è altresì vero che è proprio nella varietà delle interpretazioni che si misura il suo valore nella misura in cui suscita le più eterogenee interrogazioni.
I motivi che mi portano ad apprezzare questo racconto sono molteplici.
In primis ho molto apprezzato la “gravitas” malinconica di fondo. Molto bello l’espediente delle scimmie che ho interpretato come una sarcastica presa di posizione nei confronti dell’inumana quotidianità. Apprezzo anche la critica tutta rousseauiana alla corruttibilità dei costumi (“…celano le proprie impudicizie con abiti che per loro sono diversi e uno è più importante di un altro a seconda di un simbolo o una scritta, ma in realtà sono fatti tutti dello stesso materiale, dello stesso stampo, della stessa idea…”) e l’analisi disincantata cui sottopone gli individui che di volta in volta affiorano nel testo.
L’uso sregolato della punteggiatura ed i napoletanismi colorano il testo accentuandone il realismo e il dinamismo. La disperata ricerca di nicotina umanizza questo infallibile moralista e ne palesa l’effettiva umanità (quindi corruttibilità?).
Il testo si conclude con il bell’incontro finale. Il protagonista elemosina con successo una sigaretta a “Tengo Fame l’elemosinaro “..
Mi domando se chi vive in modo disumano (l’hanno visto masticare solo quella frase) sia più umano di quella “masnada di primati danzanti..”.
Complimenti Andrea, attendo con ansia il prossimo sfogo..
Come attendiamo altre interpretazioni…..
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Un racconto di Becco e resto sempre senza parole. Non me ne spiego mai bene la ragione, ma è un mutismo felice, siedo con un sorriso ebete davanti allo schermo e penso: “eheheh, io a questo lo conosco!” e me ne faccio quasi un vanto!!! come se fosse un mio merito! ma non voglio assolutamente fare un inno a becchimanzi, non sia mai!, però continua a scrivere che così posso rimanere un pò più a lungo seduta a guardare nel vuoto inebetita e contenta, che non succede mai abbastanza spesso. ah, giusto per intenderci, mi è piaciuto molto! e so che questo è più un commento all’autore che al pezzo, ma chissene…! se solo riuscissi a capire a chi ti riferisci…. questo brunzo che descrivi.. gli occhi rossi e chiusi…mmmh…
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Ragazzi, ma Roberto che lingua ha parlato???
Comunque bello, Becco. Ovviamente non posso non far notare chi è il vero protagonista, cioè quel Rosso…
RI-Comunque cito dal grande Pierri: “L’uso sregolato della punteggiatura ed i napoletanismi colorano il testo accentuandone il realismo e il dinamismo. La disperata ricerca di nicotina umanizza questo infallibile moralista e ne palesa l’effettiva umanità (quindi corruttibilità?)” chissà che vuol dire, ma di sicuro è un complimento per un bellissimo racconto
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Una bellissima storia di ordinaria napoletanità,vista con occhi ironici e pungenti.
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Per rispondere a Lorenzo,
“Il moralista è colui che giudica gli altri, l’uomo morale è colui che giudica se stesso” -P.P.Pasolini-
Ho interpretato il protagonista del racconto un “infallibile moralista” nell’accezione pasoliniana del termine. Un personaggio che guarda gli altri con distacco trinciando giudizi pecca inevitabilmente di moralismo.
E a corroborare i tratti umani (quindi fallibili) del protagonista è lo spasmodico bisogno di nicotina, fomite del suo errare.
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chi raccont’ esaggerat!
complimenti…un racconto bellissimo!
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ma non si può votare il commento di roberto?
bel racconto
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Spero che in realtà roby ci delizi presto con un suo articolo, racconto, post o ciò che più gli aggrada..
Che ne dici?!
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Purtroppo non sono nato “sotto Saturno” come Andrea quindi la fantasia narrativa la lascio a chi ne ha il talento
!
Comunque ora sono oberato dagli esami ma appena mi libero ho già tre articoli in progetto..
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Un racconto emblematico e pessimista sulla identità smarrita della persona in una società finta e imprigionata nei suoi clichè.
P.S. mado’ è venuto troppo altisonante
Bravo Andrè! hai purtroppo ragione a pensarla così!
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Il livello dei racconti su dillinger si fa sempre più alto.
Viva la concorrenza da racconto. Impressionato…
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