Nel dicembre 2009 la compagnia petrolifera anglo-canadese Heritage Oil PLC (gestita dall’ex mercenario Tony Buckingham) conclude un accordo con l’ENI per la vendita dei suoi diritti di estrazione sui giacimenti petroliferi del lago Alberto, nord ovest dell’Uganda. Il lago Alberto demarca il confine naturale con la Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire).
L’accordo prevede la cessazione delle quote che l’Heritage possiede all’interno di una joint venture con la compagnia petrolifera irlandese Tullow Oil PLC riguardanti i pozzi petroliferi del blocco 1: Buffalo (scoperto nel 2008) e del blocco 3: Giraffa (scoperto nel 2009).
I due pozzi offrono una produzione giornaliera di 13.900 barili di petrolio grezzo con una riserva stimata a 400 milioni di barili che garantirebbe un’attività estrattiva per circa 78 anni.
A partire dal 2006, quando furono scoperti ingenti giacimenti petroliferi nel nord ovest dell’Uganda, Heritage e Tullow si sono assicurate il controllo del petrolio ugandese.
Heritage e Tullow grazie ad una joint venture al 50% controllano i giacimenti petroliferi del blocco 1 e 3 con un attivo di 27 pozzi.
Tullow direttamente controlla al 100% i giacimenti del blocco 2 che offrono una produzione giornaliera di quasi 18.000 barili.
Le due multinazionali controllano, sempre grazie ad una joint venture, anche i giacimenti scoperti sulla sponda congolese del lago Alberto nel Nord Kivu, vicino alla città di Beni.
L’accordo con ENI prevede il pagamento immediato di 1,35 miliardi di dollari alla Heritage per l’acquisto dei diritti di estrazione del blocco 1 e 3. L’ENI deve inoltre pagare altri 150 milioni di dollari entro due anni come compensazione forfettaria sul valore della produzione petrolifera dei giacimenti.
L’accordo, per essere valido, necessita dell’approvazione del governo ugandese.
Cronistoria di un accordo contestato
Immediatamente dopo che l’accordo è stato reso pubblico, la Tullow si è opposta alla cessione della quota dell’Heritage all’ENI rivendicando il diritto di prelazione.
Nell’accordo originario tra Heritage e Tullow è previsto che se uno dei due partner intende vendere la sua quota, deve rivolgersi all’altro partner che ha il diritto di essere il primo acquirente. Solo nel caso che il partner non sia interessato all’acquisto e con la sua autorizzazione preventiva, la vendita può essere trattata con terzi.
Il 17 gennaio gli avvocati della Tullow informano il governo ugandese, Heritage e l’ENI della intenzione di esercitare il diritto di prelazione conformemente a quanto previsto nel contratto originale, bloccando di fatto la transazione tra Heritage ed ENI.
La reazione del governo ugandese è intrapresa dal ministro dell’Energia Hilary Onek che il 20 gennaio interrompe il suo congedo annuale per indirizzate una comunicazione ufficiale sia alla Tullow che all’Heritage dove si appone il veto sul trasferimento della quota alla Tullow. La comunicazione viene recapitata per conoscenza al presidente Museveni, al primo ministro, al ministro delle Finanze e al segretario parlamentare del Ministero dell’Energia.
“Con la presente si informa che in conformità all’articolo 150 della legge sullo sfruttamento e sulla produzione petrolifera, ed a seguito di consultazioni parlamentari, il governo è giunto alla conclusione che l’approvazione del trasferimento della quota societaria dell’Heritage alla Tullow è contrario agli interessi della Repubblica dell’Uganda. Di conseguenza la suddetta operazione finanziaria non riceve autorizzazione governativa.”[1]
Per rafforzare la sua decisone il giorno successivo indice una conferenza stampa dove evidenzia che il governo è favorevole alla operazione finanziaria in corso tra Heritage ed ENI per evitare una posizione di monopolio contrario agli interessi nazionali nel caso che Tullow acquisisse la quota del suo partner.
La reazione della Tullow non si fa attendere. Il fondatore della multinazionale, Mr. Aidan Heavey si precipita in Uganda per incontrare il presidente Yoweri Museveni.
Durante l’incontro con il presidente avvenuto alla Stage House ad Entebbe (antica capitale dell’Uganda) la Tullow spiega a Museveni che la decisione del ministro dell’Energia ha causato un enorme danno economico alla multinazionale che sostiene di aver perso 1 miliardo di dollari nella borsa di Londra. Tale decisione rappresenta, sempre a parere della Tullow, anche un serio danno alla reputazione dell’Uganda che rischia di compromettere la credibilità del paese di fronte agli investitori internazionali.
Mr. Heavey ricorda al presidente che la sua compagnia ha sostenuto ingenti investimenti nel Paese negli ultimi tre anni ed è stata sempre di grande utilità nel sostegno del governo.
Il presidente Museveni, chiaramente sotto pressione, tranquillizza la multinazionale irlandese dichiarando pubblicamente che la decisone del ministro Onek è prematura e non autorizzata in quanto il governo sta ancora analizzando la situazione e non ha ancora preso una decisione definitiva.
I mass media ugandesi riportano la notizia secondo la quale Museveni dopo la dichiarazione pubblica, convoca il ministro Onek e gli ordina di ritrattare la decisione presa.
Di fronte al rifiuto del ministro, Museveni si rivolge al vice ministro dell’Energia, Mr. Peter Lokeris, intimandogli di scrivere una lettera che annulli la decisione presa.
Museveni assicura l’opinione pubblica che la sua decisione di annullare la decisione del ministro Onek è basata sugli interessi nazionali e non su eventuali simpatie verso la Tullow. Un comitato apposito viene installato per esaminare il caso e prendere una decisione definitiva che si baserà sulla strategia nazionale relativa al settore petrolifero, e sulla necessità di evitare qualsiasi situazione di monopolio.
Le difficili relazioni tra Tullow e il governo ugandese
Nonostante questa presa di posizione del presidente apparentemente a favore della multinazionale petrolifera irlandese che di fatto blocca qualsiasi operazione finanziaria fino alla decisione definitiva del governo, occorre far notare che la collaborazione tra la Tullow e l’Uganda è caratterizzata da forti contrasti. Una classica storia di amore ed odio tra una multinazionale e un presidente africano.
La compagnia petrolifera irlandese fin dall’inizio della sua collaborazione con il governo ugandese si è caratterizzata per il suo atteggiamento predatorio delle ricchezze petrolifere e per la sua gestione non trasparente sullo sfruttamento dei giacimenti.
Tullow in partership con l’Heritage si è assicurata una posizione dominante sullo sfruttamento petrolifero in Uganda. Le due licenze di sfruttamento acquisite assieme all’Heritage del blocco 1 e 3, e la licenza esclusiva sul blocco 2 ha permesso alla Tullow di mettere le mani su una riserva petrolifera di un miliardo e cinquecento milioni di barili secondo le stime elaborate sulle potenzialità dei giacimenti già attivi e di quelli fino ad ora individuati nella zona del lago Alberto.
In cambio di generose royalties sia al governo ugandese che sono personalmente pagate al presidente e alla cerchia più ristretta dei ministri che ruota attorno al suo partito: il Movimento Nazionale di Resistenza (NRM)[2], la Tullow ha costretto l’Uganda ad una costosissima assistenza militare, esponendola al rischio di ripresa delle ostilità con la Repubblica Democratica del Congo (RDC).
Infatti, nonostante le cifre ufficiali, da due anni sia la Tullow che la Heritage sottoutilizzano i giacimenti situati sulla parte ugandese del lago Alberto per sfruttare quelli sulla parte congolese.
Nonostante che entrambe le multinazionali possiedano regolari diritti di sfruttamento dei giacimenti concessi dal governo di Kinshasa, preferiscono attuare attività di estrazione illegali sfruttando la non chiara delimitazione delle acque territoriali del lago tra l’Uganda e la RDC.
Con lo stratagemma di dichiarare l’ubicazione di vari giacimenti petroliferi congolesi nelle acque territoriali dell’Uganda, Tullow ed Heritage sfruttano il petrolio congolese evitandosi di pagare le royalties a Kinshasa che risultano più onerose di quelle ugandesi anche a causa dell’alta incidenza della corruzione dei funzionari del governo congolese che aumenta vertiginosamente il prezzo delle royalties stesse.
Dopo l’incidente militare tra l’Uganda e la RDC avvenuto nell’agosto 2007[3], Museveni ha dovuto garantire la sicurezza dei pozzi impiegando direttamene le guardia presidenziale e altri reparti d’élite dell’esercito.
Costretto a compiacere la Tullow il governo ugandese ha attuato una serie di azioni militari in territorio congolese per coprire le attività estrattive illegali della multinazionale irlandese. Tra il dicembre 2008 e il febbraio 2009 l’esercito ugandese ha intrapreso azioni militari nel territorio congolese con la scusa di perseguire i guerriglieri del Lord Resistence Army[4] di Kony rifugiati nelle foreste del Nord Kivu, in prossimità di Dungu.
Queste azioni militari facevano parte di un piano molto più ampio attuato in collaborazione con il Rwanda per costringere il presidente congolese Joseph Kabila ad accettare lo sfruttamento illegale dei giacimenti petroliferi del lago Alberto, dei giacimenti di gas metano nel lago Kiwu (confine tra RDC e Rwanda) e di varie risorse minerarie nel Sud e Nord Kivu.
L’avanzata all’est del Congo del ribelle tutsi Nkunda nel dicembe 2008 che ha rischiato di far capitolare il governo di Kinshasa ancora privo di un esercito equipaggiato e motivato, hanno costretto il presidente Kabila ad accettare le operazioni militari congiunte con l’esercito ruandese nel Sud Kivu contro i resti della FAR e dell’Interawame[5], contemporaneamente alle operazioni militari con l’esercito ugandese nel Nord Kivu contro il LRA.
Queste operazioni militari, approvate dalla Casa Bianca che le ha prontamente inserite nella lotta contro il terrorismo, hanno permesso il controllo dell’Est del Congo da parte del Rwanda e dell’Uganda. Infatti nonostante il ritiro ufficiale dei rispettivi eserciti, i due Paesi mantengono una discreta presenza militare nei posti chiave dove sono situati i giacimenti petroliferi, di gas metano e minerari per assicurare il loro sfruttamento illegale in complicità delle multinazionali come la Tullow.
Di fronte all’impossibilità di difendere il territorio nazionale e le risorse naturali, nel marzo 2009 il presidente congolese Kabila è stato costretto a firmare delle joint ventures sullo sfruttamento petrolifero e minerario con l’Uganda e il Rwanda che vanno ad esclusivo vantaggio di questi ultimi Paesi e delle multinazionali straniere a loro associate.
In cambio di tutti gli sforzi militari e finanziari sostenuti per difendere gli interessi della Tullow e della Heritage, il governo ugandese ha chiesto la costruzione di una grossa raffineria per assicurarsi l’indipendenza energetica grazie ai giacimenti presenti nel nord ovest del Paese.[6]
La Tullow è di parere contrario. La multinazionale irlandese sta convergendo le sue energie nel progetto di costruzione di un oleodotto che dal nord ovest dell’Uganda giunga al porto di Mombasa, in Kenya per facilitare l’esportazione del petrolio grezzo in Europa e negli Stati Uniti. Per accontentare il governo di Kampala questo progetto sarebbe affiancato alla costruzione di qualche piccola raffineria nel distretti del lago Alberto.
Questo progetto permetterebbe alla Tullow di dimezzare l’attuale costo di trasporto su gomma del petrolio grezzo dai giacimenti fino al porto di Mombasa. Al contrario la costruzione di piccole raffinerie limiterebbe l’approvvigionamento di derivati del petrolio solo a livello locale impendendo la realizzazione dell’indipendenza energetica agognata dal governo.
Questo disaccordo ha portato al rinvio della costruzione del super oleodotto al 2011 o addirittura al 2012. [7] Attualmente Kampala è ferma sulla costruzione di una immensa raffineria come condizione per l’approvazione del progetto del super oleodotto. Museveni ha pubblicamente chiarito che è contrario a qualunque soluzione economica di oleodotti per raffinare il petrolio fuori dal Paese, negando così l’indipendenza energetica dell’Uganda. Museveni ha definito la proposta della Tullow come la soluzione Ciadiana che il Paese ha il dovere di rifiutare.[8]
“Noi dirigiamo il gioco in Africa, noi dominiamo l’Africa. Senza di noi resterebbero nelle loro mani solo guerre civili e massacri. Loro conoscono bene che è meglio trattare con noi, perché non possono sfruttare il loro petrolio senza di noi”, ha dichiarato Mr. Heavey nel maggio 2009 al giornale Irish Time per smentire i rumori che la Tullow rischiasse di divenire un attore economico di secondo piano in Uganda a causa del conflitto con il governo.
Purtroppo per la compagnia petrolifera la realtà è diversa rispetto alle arroganti affermazioni di Mr. Heavey. Tullow è cosciente che non può costruire un oleodotto senza il concorso finanziario di altri partner internazionali, del Kenya e dell’Uganda.
Oltre all’insostenibilità economica del progetto la Tullow subirebbe il blocco del progetto a seguito della prevedibile mancata autorizzazione da parte dell’Uganda di iniziare i lavori.
Dall’altra parte la costruzione di una grande raffineria richiede anche essa la partecipazione di partners internazionali ma soprattutto un considerevole impegno gestionale, tecnico e formativo per almeno un decennio che è praticamente incompatibile con la strategia della multinazionale di garantire il massimo dei profitti realizzabili a breve termine con il minimo impegno possibile.
Prospettive incerte per Tullow
Nonostante le rassicurazioni del presidente Museveni e le trattative bloccate tra Heritage ed ENI, la Tullow sta camminando sulla lama del rasoio.
Non è assolutamente scontato che il governo decida sulla vendita della quota Heritage a favore della Tullow. Potrebbe al contrario decidere di spostare l’ago della bilancia a favore dell’ENI o di altri attori internazionali pronti ad intervenire come la Cina e l’Iran. Il Parlamento è diviso e lo stesso presidente sta trattando anche con l’ENI.
La perdita del monopolio sui giacimenti petroliferi ugandesi fino ad ora garantito dalla joint venture con Heritage avrebbe come immediata conseguenza l’impossibilità di continuare lo sfruttamento illegale dei confinanti giacimenti petroliferi del Congo. Kinshasa non tarderebbe a regolare i conti con la multinazionale una volta persa la protezione politica e militare di Museveni.
Per difendersi dall’accusa di monopolio Tullow ha dichiarato la sua intenzione, in caso di acquisizione, di vendere una consistente parte delle quote Heritage alla multinazionale americana Exxon Mobil e alla francese Total, e di voler creare una joint venture che preveda lo sforzo comune dei tre giganti del petrolio nella costruzione del super oleodotto e di una raffineria in Uganda dotata di una sufficiente capacità per assicurare significativi passi avanti per l’indipendenza energetica del Paese.
Mentre la Tullow affina le sue armi bloccando ogni soluzione che preveda il suo ridimensionamento sul mercato petrolifero ugandese, l’ENI non è certo disposta ad assumere un ruolo passivo in attesa di decisioni del governo.
I vertici di Piazzale Mattei contano sull’intervento del ministro degli Esteri Franco Frattini, del Cavaliere e addirittura del leader libico Gheddafi (recentemente riabilitato dall’accusa di terrorismo), per garantirsi l’affare chiave per il prossimo decennio, come è stato definito dal Sole24ore.
Continua…
Fulvio Beltrami
Kampala Uganda
30 01 2010
[1] Testo della lettera pubblicato sul Sunday Vison del 31 gennaio 2010.
[2] Abbreviazione inglese per National Resistence Movement il movimento guerrigliero di Museveni che nel 1986 prese il potere destituendo la giunta militare di Okello Lutwa e Bazillio Olara Okello. Da 24 anni Museveni e il NRM sono i leader incontrastati del Paese.
[3] Nell’agosto 2007 reparti dell’esercito congolese attaccarono una base petrolifera della Heritage e Tullow. Durante l’attacco vennero uccisi diversi soldati congolesi ed ugandesi assieme ad un ex mercenario e un ingeniere inglese della Heritage. Secondo Kinshasa l’attacco era motivato dalla necessità di impedire lo sfruttamento illegale del giacimento situato nelle acque territoriali del Congo.
[4] Lord Resistence Army (LRA) movimento guerrigliero del nord Uganda prevalentemente composto da Acholi guidato da Joseph Kony che aveva l’obiettivo di rovesciare il governo di Museveni instaurando un Stato basato sui dieci comandamenti biblici. Il LRA è stato sconfitto dall’esercito ugandese e dal 2007 non rappresenta più un reale pericolo nonostante che il leader sia ancora in libertà.
[5] FAR Forze Armate Ruandesi del presidente Habyarimana che nel 1994 assieme alla milizia estremista hutu Interawame, furono i principali artefici del genocidio di quasi un milione di tutsi e hutu moderati.
[6] Fino ad ora pur avendo ingenti giacimenti petroliferi l’Uganda è costretta ad importare il carburante per i trasporti e l’elettricità con un elevato costo finanziario e dipendenza economica. In Uganda un litro di benzina costa 1 euro e mezzo.
[7] L’inizio dei lavori (in collaborazione con ditte libiche) era stato originalmente fissato per i primi mesi di quest’anno.
[8] Il Ciad, uno dei più importanti produttori di petrolio dell’Africa occidentale non possiede alcuna raffineria. Il petrolio grezzo estratto nel bacino di Doba da multinazionali franco-americane viene esportato attraverso un oleodotto che raggiunge il Cameroon per essere in parte raffinato ma soprattutto esportato in occidente attraverso il porto di Douala. Il Ciad compra il carburante dal Cameroon proveniente dal suo petrolio raffinato. Circa l’ottanta per cento delle città e dei villaggi non hanno l’elettricità a causa dell’alto costo di acquisto del diesel per far funzionare i generatori delle centrali elettriche.












Ho riletto il testo più volte e in ogni occasione un moto di stizza nasceva dentro di me. Come l’economia e lo sviluppo di un’intera nazione possano essere asserviti totalmente agli interessi di un gruppo multinazionale del petrolio mi lascia basita. E’ così, lo è stato per parecchio tempo e continuerà ad esserlo. Questo però non significa che non sia auspicabile un cambiamento, un’inversione di rotta, una rivoluzione!
Il problema, terribile e,ad oggi, ancora senza soluzione, è l’individuazione di una responsabilità internazionale, non solo in capo alla società multinazionale (che già a poterla riconoscere si otterrebbe un successo), ma anche in capo agli Stati. Se ad essere riconosciuti responsabili, e per questo puniti con sanzioni di tipo politico ed economico, fossero gli Stati ospiti e d’origine della multinazionale forse presterebbero più attenzione? Se si riconoscesse nei loro confronti una responsabilità per le innumerevoli violazioni dei diritti umani e dell’ambiente forse provvederebbero a vigilare affinchè queste non si ripetano più?
La discussione è aperta.
Peraltro una situazione analoga, a dimostrazione che questo avviene un po’ ovunque nel continente africano, si ripropone nel delta del Niger dove le multinazionali tengono in ostaggio l’intera popolazione per mano di un governo corrotto.
Il mondo ricco si trincera dietro il principio della libertà dello sfruttamento delle risorse naturali in capo ad ogni Paese ma non è che una libertà di facciata. In realtà è la nuova e moderna forma di colonialismo che trascende i nazionalismi e verte tutta sul profitto. Non si riconosce una libertà dello Stato a decidere del proprio sviluppo, si sancisce piuttostola legittimazione del gruppo multinazionale, facente capo ad uno degli Stati del Nord del mondo, di sfruttare indiscriminatamente uno Stato debole e affogato dalla corruzione, qualunque questo sia.
Di nuovo un moto di stizza.
Complimenti per l’articolo Fulvio Beltrami, e davvero molto bello, ben fatto ed interessantissimo. Spero di leggerti ancora e di sapere cosa avviene in Uganda. Ti rinnovo il caloroso benvenuto su Dillinger.it!
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