Appuntamento con il ‘buco’ – vol.2

di - 19 agosto 2009

Per fortuna non prendo soltanto ‘buchi’ professionali. Ogni tanto, ahime’ sempre piu’ di rado, mi capita anche di portarmi a casa qualcuna. Certo, all’inizio (al mio rientro a Roma, intendo) non fu facile. L’ultima delusione sentimentale ancora mi bruciava. Prima di lasciare Bruxelles, mi ero mollato con una tipa. Una storia da niente: cinque anni passati insieme; due dei quali scannandoci sotto lo stesso tetto. L’ultima volta che l’avevo sentita mi aveva raccontato, con dovizia di particolari, le sue evoluzioni sessuali con l’uomo per il quale mi aveva lasciato. Gia’, le donne hanno lo strano vezzo di rispondere alle domande di un paranoico, geloso, masochista quale il sottoscritto. E sembrano provare anche un certo gusto nel farlo. Comunque è stato meglio così. “Quel rapporto mi regalava solo sbadigli”, mi ero detto per settimane ingurgitando Gaviscon per farmi passare il brucior di stomaco che puntualmente mi tornava pensando a lei che si faceva sbattere in una villa in Umbria.

Insomma, mi ci era voluto del tempo per dimenticare. A volte però, sono proprio le cose che meno sopportiamo di un rapporto a mancarci di più quando restiamo soli. Cosi’, pochi giorni dopo la disavventura di via dei Coronari, mentre stavo tornando a casa dopo una giornata pesante, avevo una gran voglia di chiamare qualcuno. Qualche mese prima avrei saputo chi, ma ora quel numero era scomparso dal mio cellulare.
Scorrendo i nomi della rubrica trovai quello che faceva al caso mio. L’avevo conosciuta parecchi mesi prima, quando ancora vivevo all’estero. Un banale pranzo di lavoro. Poi un paio di telefonate. Niente di più. Tornato a Roma, era stata una delle prime persone che avevo contattato. Ci eravamo ripromessi che prima o poi saremmo andati a cena.
- Ciao, ancora sveglia? -, le chiesi, sperando di non averla tirata giu’ dal materasso. Era tardi e la sua voce era assonnata, ma gentile. Seguì una chiacchierata piuttosto divertente. Un gradevole ‘ping-pong’ che, speravo, mi avrebbe accompagnato dall’auto dritto fino al letto, dove volevo solo sprofondare. “La cosa bella della vita è che non sai mai su quale materasso ti risveglierai il giorno dopo”. La frase non è mia, ma di un amico deficiente che in tanti anni mi ha creato solo casini. Quella volta, pero’, avrebbe avuto ragione.
A un certo punto, mentre senza staccare il Nokia dall’orecchio mi ero gia’ stravaccato sul letto, la conversazione si fece d’improvviso seria. Allora, da perfetto cretino, assunsi il tono compassato di chi finge di capire le donne. Mi parlò di un divorzio alle spalle, di una vita complicata, di un padre assente e di mille altre cose. Ma il suo racconto non distolse la mia attenzione dal dubbio che mi assillava: “Mi ricordo che aveva un bel culo, ma sulle tette proprio non ci giurerei…”.
Le donne sono complicate e gli uomini se non le capiscono hanno tutte le ragioni. Ma tant’è ci sarà un motivo se le ascoltiamo: se non lo facciamo, non ce la danno. Quindi ascoltai. E dopo oltre quaranta minuti di monologo sulla sua vita, mi sentii in dovere di ricambiare. E siccome sono generoso, le attaccai una solfa di un’ora e passa sulle mie vicissitudini. Corna comprese, naturalmente.
Al settantesimo minuto non sapevo proprio cos’altro dire. Fortuna che fu lei a parlare.
- E quindi…? -. Lo disse con un tono che oscillava fra l’ironico e l’impaziente. Dietro quella domanda, pensai, poteva esserci una perfetta scopata o un enorme due di picche. Ma siccome a volte riesco ad avere la faccia come il culo, diedi per scontata la prima ipotesi.
- Non lo ripetere, altrimenti lo faccio -, le dissi con l’aria di chi sa come vanno certe cose. In realtà mi chiedevo se stessimo parlando la stessa lingua o se, dopo l’uccello, non avessi iniziato a masturbarmi anche gli ultimi neuroni rimasti.
- Non avresti mai il coraggio -, rispose lei col fare birichino di chi sa perfettamente il contrario.
- Vediamo -, replicai mentre sul viso mi si accendeva un sorriso da bambino alla vigilia di Natale. E misi giù il telefono.
Quando si raccontano le cose sembrano sempre più facili. Ma viverle è tutt’altra cosa. Mentre mi rivestivo, i pensieri si accavallavano veloci: “Se va bene, domani non farò mai in tempo a tornare a casa e devo cambiarmi per andare a lavorare… Meglio la cravatta gialla o quella blu? Ma il numero civico era 12 o 14? Cristo, i preservativi !?!”. Insomma, ero concentrato sugli aspetti romantici della vicenda.
”Quando le cose devono andare, vanno”, mi diceva sempre mia madre. E anche lei, come il mio amico deficiente, quella volta avrebbe avuto ragione. Scelsi una cravatta gialla, misi l’impermeabile, trovai dei vecchi goldoni in un cassetto e presi un taxi. Fortunatamente il civico era quello giusto, ma sul citofono c’erano solo numeri. Il proprietario del lussuoso palazzo del centro doveva aver manie di grandezza. “Bel coglione, ma dove pensa di stare: a Parigi?”, pensai. Non c’erano alternative. Fui costretto a richiamarla.
- Allora, mi apri? -, chiesi sperando che non avesse dell’olio bollente da tirarmi sulla testa.
La voce era decisamente assonnata.
- Non ci credo. Ma sei veramente qua sotto? Tu sei matto… -.
- Tira su’ il citofono e vedrai -, risposi trattenendo il sospiro. Un ‘click’ e il rumore del portone che si apriva mi confermarono che il più era fatto.
- Va bene, può andare -, dissi al tassista che prudentemente avevo fatto aspettare.
- Jè andata benone, eh? -, rispose lui facendomi riflettere sul fatto che avrei dovuto ripassare il Devoto-Oli alla voce ‘discrezione’.
Mentre salivo le scale tornai a pensare a tutte le cose che ancora potevano andare storte: “E se ha le sue cose? E se volesse solo parlare? Ma soprattutto, se mi sbaglio ed è un gran cesso?!?!”. Fra un pensiero sdolcinato e l’altro arrivai alla porta. Quando si aprì tutte i miei dubbi sparirono: va bene, di viso non era proprio il mio tipo; ma il corpo, tra l’altro abbronzato da due settimane ai tropici, era fantastico.
Non dissi nulla. Non ce n’era bisogno. Un semplice “ciao” mentre varcavo la soglia senza chiederle il permesso fu più che sufficiente. Mi richiusi la porta alle spalle. Lei se ne stava lì, impalata, con uno strano sorriso sulla faccia. Forse più sorpresa di me dall’esito della serata. Ebbi un attimo di incertezza. Ma visto che non c’era nulla da dire, decisi di avvicinarmi. Notai che aveva una mano all’altezza della vita. Teneva stretto il cordino di un elegante pigiama di seta. L’elastico doveva essere saltato. La baciai afferrandole dolcemente il polso con la mano destra. Lasciò andare la stoffa. La seta, scivolando sulla pelle liscia, fece un rumore tremendamente erotico; anche se una donna con i pantaloni alle caviglie è ridicola tanto quanto un uomo. Dal salotto, senza smettere di baciarci, ci trascinammo un pò goffamente in camera da letto.
Del resto non ricordo molto. So solo che cercai di darle la precedenza. E forse ci riuscii, o almeno così mi fece credere dagli urletti che a un certo punto emise. Lei ricambiò qualche minuto dopo toccandomi dolcemente. Rimanemmo sdraiati per alcuni minuti, in silenzio. Poi, non senza imbarazzo, andammo a rinfrescarci in bagno. Prima lei e poi io.
Poco dopo eravamo in salone a fumarci una sigaretta. Entrambi fissavamo il muro. La casa, pur se non grande, trasudava ricchezza. Vidi una rosa sul tavolino di fronte al divano. Era rossa, con i petali aperti e un po’ appassiti. Doveva essere li’ da qualche giorno.
- Uno spasimante? -, chiesi, cosi’ tanto per rompere quel silenzio che iniziava a pesarmi come uno zaino sull’Everest.
- Te l’ho detto, ho una vita complicata -, rispose un po’ seccata.
- E questa ‘vita complicata’ come si chiama? -, ribattei, non curante del fatto che stavo diventando indiscreto.
Senza negare, ma senza entrare in inutili dettagli, mi fece capire che nella sua vita c’era qualcuno. Una persona di cui non voleva parlare, ma che certamente non avrebbe gradito la mia presenza su quel divano nudo e con il suo odore addosso. Ma io non ero lui e non lo conoscevo neanche. Quindi interruppi l’interrogatorio e chiesi se potevo dormire da lei. Proposta che lei, sorprendendomi, accolse con un sorriso gentile.
Risvegliarsi con accanto qualcuno che non si conosce è molto meno imbarazzante di quanto non dipingano certi stupidi film. In fondo quella distanza che inevitabilmente resta nonostante una notte di sesso rende tutto più facile. Si può fare a meno di darsi un bacio, ad esempio, evitando così l’imbarazzo dell’alito di prima mattina. Nel nostro caso non ci fu il minimo pericolo. La sua faccia, ancora sprofondata nel cuscino di seta, mi fece capire che aveva voglia di tenerezze quanto di lanciarsi nel Tevere a gennaio. Cosi’ mi alzai, diretto verso il bagno.
- Ti dispiace se faccio una doccia? -, chiesi mentre aprivo l’acqua della vasca.
- No -, rispose con l’aria di chi vorrebbe che tu fossi ovunque tranne che nel suo cesso.
Quando uscii con addosso il suo asciugamano, visto che non si era neanche degnata di darmene uno, tutto fu più chiaro. Dormiva. Ora, sia chiaro, non che pretenda la colazione a letto da una sconosciuta, ma un caffè non si nega a nessuno. O no? Il resto fu anche più umiliante. Non solo mi dovetti fumare la prima sigaretta senza il sapore della caffeina – cosa per la quale potrei uccidere senza rimorsi -, ma la signorina non si degnò neanche di alzare il culo dal materasso per salutarmi.
- Ciaooo -, si limitò a bofonchiare mentre, vestito di tutto punto, la baciavo su una guancia. Nel farlo marcò a fondo la ‘o’, come a sottolineare che fra il momento in cui avevo levato le chiappe dal lenzuolo e quello in cui mi ero chiuso la porta d’ingresso alle spalle erano passati troppi secondi.
“Ok, non e’ una romanticona”, riflettei passeggiando per via dei Coronari. Trovai un bar e presi un caffè. Mentre mi accendevo la seconda sigaretta della giornata mi chiesi se e quando avrei dovuto chiamarla. Presto mi accorsi che erano pensieri inutili: non rispose mai alle mie telefonate. La rividi solo qualche settimana dopo, alla prima di un film. E solo per rendermi conto che in fondo era stato meglio così.

repG

Leggi l’Episodio 1: “Appuntamento con ‘il buco’ (aspettando Berlusconi)”

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  1. Come si dice in questi casi, poteva andare meglio ma anche mooolto peggio…
    Se letta di seguito alla prima parte, si comincia a intravedere un personaggio, avvincente e brillante! Speriamo che ci siano altre storie…

  2. Per quanto il suo modo di scrivere sia davvero affascinante e coinvolgente,questo racconto della sua vita da viveur mi è sembrato un pò forzato;tipo cinico dandy che cerca forzatamente il lato avventuroso in ogni situazione che si traveste da supereroe indifferente al mondo e che vive al di sopra di tutto:un pò pretenzioso insomma!.Nonostante debba ammettere che alcuni passi mi hanno fatto veramente ridere(Ciaooo -, si limitò a bofonchiare mentre, vestito di tutto punto, la baciavo su una guancia. Nel farlo marcò a fondo la ‘o’, come a sottolineare che fra il momento in cui avevo levato le chiappe dal lenzuolo e quello in cui mi ero chiuso la porta d’ingresso alle spalle erano passati troppi secondi.->troppo bello!)trovo che a volte esagera un pò con espressioni e parole…non è per fare la nonna,ma secondo me in questi casi i suoi racconti,comunque sempre avvincenti, ci perdono solamente.

  3. Michele Laurino ( 26 novembre 2008 alle 17:03)

    Caro repG…non uso portare cappelli,ma per lei faccio una eccezione.Ho bisogno di un cappello per togliermelo di fronte al suo “pezzo” di racconto.
    Il protagonista è uno crogiolo di essenze…un lontano Hank Moody molto italiano e un pò sfigato.Sembra Hank e
    Fantozzi allo stesso tempo.
    Un delirio con la sigaretta in bocca.

  4. Ottimo pezzo. E’ un’interessante facciata di quella contorta figura geometrica che sono i rapporti interpersonali di oggi, accompagnati da riflessioni acute e nascostamente sensibili: troppo Gaviscon da un lato, troppa amarezza dall’altro, superati da una sana ironia e da un meno sano cinismo.

  5. Giovanni Saracino ( 26 novembre 2008 alle 18:03)

    Spero che queste puntate si traducano in un romanzo. O in uno sceneggiato-sarebbe ancora più bello se radiofonico-, ci hai mai pensato? Nel merito, sono i rapporti di oggi: va benissimo, purtroppo, anche una scopata travestita da invitò a cena… E bravo repG, in questo caso Berlusconi ha portato bene……

  6. mi sono ammazzata dalle risate! grande!

  7. ho letto con il sorriso questo racconto..ho riso ma mi ha fatto pure un tristezza devo essere sincera
    svegliarsi accanto ad uno sconosciuto è alienante trovo che sia meglio tornare nel proprio matereasso dopo una scopata di sfogo
    dopotutto perchè far finta di essere romantici o camuffare comportamenti che non sentiamo nostri nei confronti di un emerita sconosciuta
    se sesso deve essere meglio rimanere animaleschi fino in fondo e non far finta di essere più umani sentendoci più vicini

  8. mi trovo in disaccordo con la maggior parte dei commenti precedenti. sebbene il tuo stile sia quantmeno originale e la narrazione avvincente, il protagonistaa oltre che un po’ sfigato, come qualcuno già notava, a me è sembrato poco reale: concludere in extremis un appuntamento del genere, entrare in casa di lei e passare al sodo senza nemmeno un “come va???”, per poi svegliarsi e pretendere il caffè mi sembra veramente assurdo!

  9. Antonio De Gregoris ( 28 novembre 2008 alle 20:22)

    Complimenti un pezzo scritto benissimo. ho riso molto!!
    mi ha invitato a qualche forse stupida riflessione!

    aspettiamo un seguito…o qualcosa di nuovo

  10. Alessandro Giammatteo ( 30 novembre 2008 alle 13:42)

    Narrazione molto scorrevole e divertente, che mi ha fatto rivivere alcune situazioni similari! La serata è andata piuttosto bene, anche troppo liscia, ma in queste situazioni c’è un confine sottilissimo da non oltrepassare in alcun modo quindi tutte quelle menate la mattina dopo potevano essere evitate semplicemente salutando e uscendo di casa!

  11. Allora, cerchiamo di mettere un po’ di pepe in questo blog… Cazzo, sembra di essere al Rotary club… Primo: grazie per i complimenti, ma soprattutto per le critiche: i primi soddisfano l’ego, i secondo fanno riflettere… Noto pero’ un certo disappunto, soprattutto nell’altra meta’ del cielo. Ad esempio: ‘fedegua’ (non so perche’,
    ma sono sicuro che sei una signorina…), scusa se ti ricordo una cosa evidente: e’ un racconto, ergo di qualcosa di inventato (anche se in realta’, non essendo cosi’ bravo, c’e’ molto di autobiografico….). E comunque: se l’io narrante pretende un caffe’ la mattina dopo una notte di sesso e’ semplicemente perche’ non e’ cosi’ stronzo come vuol far credere. Insomma, secondo voi ragazzi dove c’e’ piu’ cinismo? In lei con la sua rosa rossa appassita sul tavolo e la testa sprofondata nel cuscino o in lui che ci resta di merda quando le sue telefonate non trovano risposta? Cara Federica, anche per te vale lo stesso ragionamento di cui sopra: e’ un racconto, nulla di piu’. Il personaggio crescera’ e cambiera’ esattamente come cresciamo e maturiamo tutti noi… Per quanto riguarda il mio stile sboccato… beh, come vedi lo sono anche nella vita, figuriamoci quando scrivo… Desolato.

  12. D’accordo con repG, anch’io mi sono stupita di alcuni commenti, mi è sembrato di vedere delle signorine in guanti bianchi che svengono alla vista di un uomo nudo!

    O del sesso denudato?

  13. E brava Alessandra, diglielo anche tu; basta con sto’ Rotary Club…

  14. uno dei migliori (almeno per me) su Dillinger!

  15. Matteo Mascolo ( 19 agosto 2009 alle 10:05)

    Quanto mi piacciono i dettagli “nudi” e crudi. Davvero realistico…Complimenti.

  16. Racconto interessante, soprattutto per lo stile (che a me non sembra “sboccato” più di tanto).

  17. ma perchè nei commenti si dice che deve crescere… è solamente una persona che dopo una cocente delusione d’amore cerca di riprendersi come può.. cercando di dare una spinta per la risalita.. tutto qui.. complimenti per lo stile realista.. bel racconto!

  18. rossini andrea ( 28 febbraio 2010 alle 18:06)

    meglio andare subito al dunque
    quando sono delle zoccole che non si degnano neanche di un caffe
    credimi non ti sei perso nulla di particolare
    hai fumato la tua sigaretta e poi l’hai buttata via

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