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BANKSY: quando l’arte diventa “street”

di - 22 dicembre 2011


Se vi trovate a Bristol o nelle zone nord est di Londra (ma ormai anche in altre grandi capitali europee), vi capiterà inevitabilmente di imbattervi nei lavori del sovversivo “terrorista dell’arteBanksy, figura da sempre avvolta in un intrigante alone di mistero. Poco si sa e poco si deve sapere: nato e cresciuto forse proprio a Bristol, Banksy non è neanche il suo vero nome, ma l’identità artistica che si è scelto il più famoso street artist dell’età moderna.

La sua guerrilla art è fatta di stencil, installazioni e illustrazioni satiriche che hanno segnato i muri, le strade, i marciapiedi di quelle città dove si corre troppo, dove non c’è più tempo per pensare e riflettere, dove c’è bisogno di un’immagine lapidaria per scuotere gli animi e le coscienze. Non si tratta di raffinatezze o di ghirigori dal tratto ellenizzante e armonioso, ma nude e crude figure bizzarre: ratti, scimmie, soldati, poliziotti ( che si baciano ad esempio…), casalinghe, bambini anziani… Contorni strambi per messaggi contro la guerra, contro il sistema capitalistico, la corruzione delle istituzioni, a favore della pace e dell’uguaglianza. C’è chi lo chiama graffitaro, chi lo chiama artista, chi lo chiama sovversivo, chi lo chiama innovatore. Fatto sta che questo soggetto dai lineamenti enigmatici e sfuocati è diventato in pochissimo tempo un vero e proprio caso mediatico, corteggiato da musei e gallerie, ricercato a tal punto che le sue opere dissacranti si sono meritate un posto di rilievo al British Museum di Londra, tanto per citarne uno. Ma se non lo ospitano volontariamente, ci pensa lui stesso ad autoinvitarsi: una delle caratteristiche che ha contribuito a renderlo famoso in tutto il mondo è la capacità di intrufolarsi nei più grandi musei e sostituire le celeberrime opere di artisti illustri con le sue (alcune volte sono trascorsi perfino giorni prima che qualcuno si accorgesse della sostituzione. In questi caso il tema riprende il quadro originale modificandolo con l’aggiunta di particolari anacronistici e appartenenti alla società contemporanea…) .  Dando voce a istanze pacifiste e anticapitalistiche, e cogliendo con ironia le contraddizioni che albergano nel cuore del sistema occidentale, il segno di Banksy rappresenta ormai una realtà consolidata nel panorama dell’arte contemporanea.

Il fenomeno Banksy è ancora più rilevante oggi e sta parecchio a cuore ai mercati, dal momento che ha generato un business da non sottovalutare: gadgets, stickers, loghi, cartelloni pubblicitari, eventi in suo onore, gallerie, mostre, articoli di giornale… persino un vero e proprio turismo dei luoghi “infestati”… neanche fossero luoghi di culto. E tutto questo senza assolutamente invadere la sua privacy, difesa e tenuta a cuore più di ogni altra sua opera. Brad Pitt di lui dice: “Fa tutto questo e resta anonimo. Penso che questo sia fantastico. Nei nostri giorni tutti tentano di essere famosi. Ma lui ha l’anonimato.”

Ma si sa : basta un piccolo input per crearci un mondo intorno, basta una piccola prospettiva di guadagno per sviscerarla e sfruttarla fino al midollo. Ed ecco pronto il film documentario su Banksy: Exit trough the gift shop. E’ la storia di un supereroe misterioso, mascherato, con tanto di “mantello” per coprirsi il volto e di un francese, robustello, che lo segue in ogni sua uscita notturna. Si tratta di un documentario che riprende da vicino, spalla a spalla, quelle particolari creature notturne che vandalizzano i muri ciechi delle metropoli addormentate, e così facendo, le rendono curiose e a volte inquiete; perché ogni graffito, ogni firma, ogni ripetizione di stencil che appare a chilometri di distanza da quella precedente – a volte anche all’altro capo del globo – si trasforma in una domanda martellante che esige una risposta. Cosa significa quello sguardo truce sotto cui c’è scritto Obey? Chi sono Borf e Zeus? Perché riportare in auge Space Invaders assillando Parigi e Los Angeles con dei mosaici che ne ritraggono le navicelle spaziali pixelate? È un po’ come se un abitante di Gotham City si chiedesse chi è Batman e perché di notte gli capiti così spesso di vedere un pipistrello stilizzato in un cono di luce giallo che nasconde la luna. Non potrà mai saperlo, pena la vittoria dei cattivi e la fine del fumetto. In questo caso, invece, la domanda che più ci assilla è: «Chi è Banksy?»

Tutti lo vogliamo sapere, ma, rassegnamoci, nessuno ce la farà mai, pena la morte di un mito che nell’ultimo decennio è riuscito a trasformare la street art in una forma d’arte legittima e apprezzata dai più importanti collezionisti al mondo – in ogni collezione che si rispetti non può mancare un Banksy o uno Shepard Fairey –, pur mantenendone intatta la tendenza corsara semi-illegale. Proprio questo è il cuore della pellicola: cosa succede quando una forma pulsante di controcultura, che vive di notte, sui tetti, con le orecchie e gli occhi sempre tesi per l’arrivo delle forze dell’ordine, si tramuta in un fenomeno consumistico di massa? Per quanto stimoli ancora la nostra attenzione, il caso Banksy sta perdendo via via credibilità e si si sta allegramente dirigendo verso l’oblio a cui tutti i grandi fenomeni mediatici sono destinati: la massificazione. Ciò che era alternativo e originale diventa d’uso comune, banale! Questo va evitato, perché opere che fanno riflettere ce ne sono davvero poche al giorno d’oggi, ma quelle poche ancora persistenti vanno tutelate e preservate. Purtroppo sembra che oggi la comunicazione sia giunta a un punto di saturazione: il linguaggio pubblicitario, il tono drammatico di cui si servono i giornalisti televisivi, le modalità di costruzione dei messaggi da parte del sistema informativo moderno: nulla ormai ha più potere di meravigliarci e sembra che i comunicatori abbiano esaurito la loro creatività. I mezzi di comunicazione di massa, nonostante l’accesa competizione, hanno rapporti sempre più stretti fra loro e si richiamano frequentemente l’uno all’altro, sia per quanto riguarda i temi affrontati, sia per la ricerca  di linguaggi innovativi. Appena un attore comunicativo ha un’idea geniale, subito i concorrenti tentano di imitarlo.

La creatività è la matrice della comunicazione. Banksy è un outsider, un fuoriclasse, uno dei pochi rimasti, il genio che lascia le sue opere esattamente dove vuole che sia celebrata la sua liberta’ di espressione. Il Banksy che vogliamo è quello che una volta entrò al Louvre con un ritratto della Gioconda, dal volto giallo limone, e lo appese a un muro e un’altra ancora  nel recinto dei pinguini, vestito da pinguino, allo zoo di Londra, issando un cartello con su scritto: “Il pesce ci fa schifo, il posto non ci piace, ci annoiamo a morte”. O ancora quello che ha dipinto un uomo nudo che si calava da una finestra su un muro di Manchester, e una scala sul muro che separa Israele dai Territori Occupati della Cisgiordania. Il Banksy rivoluzionario e fuori dal coro che rifiuta la commercializzazione della sua estrosità e della sua inibizione artistica. Con Banksy, la realtà odiosa finisce in primo piano. In aria, nei sogni, la speranza. E Forse il segreto sta nel saper guardare. Nel saper cercare. Perchè l’arte di strada apre le porte di un sogno. Forse irraggiungibile.

« Alcune persone diventano dei poliziotti perché vogliono far diventare il mondo un posto migliore. Alcune diventano vandali perché vogliono far diventare il mondo un posto migliore da vedere » ( Banksy)

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