Basta, lascio l’università e studio il poker!

di - 8 febbraio 2010

all_inVi dico la verità: se cinque anni fa, quando ero all’inizio del mio percorso universitario, avessi scoperto il poker, molto probabilmente avrei tentato la strada per diventare un giocatore professionista.

Detta così suona un pò come una provocazione e, con buona pace di tutti quelli che nel poker hanno investito ore ed ore del loro tempo, forse lo è.

Ma riflettendo sempre più sul significato di una possibile scelta di questo tipo, viene da pensare che la provocazione non è solo figlia del paragone fra un titolo di studio, come quello della laurea, e una carriera basata sulla lettura di qualche testo, seppur scritto da autorevoli personaggi (spesso legati tanto al mondo della carte quanto a quello della matematica e dei numeri in generale); no, la provocazione va ben oltre, e diventa spunto di riflessione.

Nel pensare che una possibile carriera nel mondo dei giochi di abilità (perchè il texas hold’em, come i tanti altri tipi di poker, se giocato in modo serio riduce al minimo la variabile “fortuna”) sia una alternativa altrettanto valida, se non addirittura migliore, ad una classica laurea in legge con conseguente (ma quantomai incerto e difficile) lavoro da avvocato; nel capire che forse, in Italia, oggi è più facile vivere di poker che del proprio mestiere si cela un ragionamento tanto spietato quanto realista, figlio della realtà in cui il nostro sistema-paese versa.

Quanti sacrifici dovrò fare per ottenere una posizione che mi permetta di crear una famiglia, avere dei figli e non preoccuparmi per il futuro? e poi, ammesso e non concesso che le mie qualità mi consentano di avere una possibilità, quante persone vedrò passare avanti senza apparente motivo?

Più in generale quante persone che, avendo il potenziale per diventare un buon giocatore professionista, si pongono questo interrogativo:

E’ più meritocratica una carriera come giocatore di poker o l’Italia dei privilegi, delle piccole caste e, in generale, di tutte le difficoltà che l’outsider incontra nel Bel Paese?

Spesso, di fronte a persone che spendono ingenti somme di denaro per comprare i gratta e vinci, le persone si domandano come hanno fatto a ridursi così; se il fenomeno del professionismo dovesse aumentare, il quesito non sarebbe valido. Dovrebbero, invece, porsene un’altra: in quale situazione versa un paese che arriva a ridurre i suoi cittadini in queste condizioni?

perché se da un lato il fenomeno del texas hold’em svela delle grandi possibilità per chiunque abbia del talento in questo ambito, dall’altro regala una finta speranza a tutte quelle persone che non hanno ancora trovato risposte dalla società nella quale vivono. E solo allora possiamo ritornare a parlare di “gioco d’azzardo”, al pari delle scommesse, dei gratta e vinci e del superenalotto.

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  1. Credo che in verità la cosa più triste sia vivere in’una società in cui un titolo di studio come la laurea rappresenta solo ed unicamente una fonte di denaro.
    Dimenticando il peso che in un paese “Normale” dovrebbe avere quella fetta di cittadinanza con un formazione di alto profilo,è facile pensare che la laurea non sia altro che l’iscrizione ad un torneo,che 5 anni di preparazione e di studio non siano altro che l’ennesimo gratta e vinci.Nessun ruolo è reclamato da coloro che dovrebbero rappresentare il vero grado di sviluppo di quell’ occidente che guarda caso è ora più che mai sempre più in una spirale decadente.
    Certo si è costretti poi ad assistere alla mortificazione delle istituzioni,ai fallimenti della cosiddetta società civile,all’innalzamento sempre più ingombrante del ruolo della mediocrità,ma in fondo questo interessa a pochi,con i soldi puoi comprare tutto in una società dove tutto ha un valore di mercato.

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