Bolle di egoismo dal futuro incerto, siamo ancora…

di - 6 gennaio 2010

immanuel-kantSono passati esattamente duecentosedici anni dacchè Immanuel Kant, in uno dei suoi scritti di filosofia della storia, si chiedeva:

Nel suo complesso il genere umano è da amare, oppure è un oggetto che si deve considerare con disprezzo, e al quale si augura certo ogni bene (per non divenire misantropi), ma senza mai aspettarsi che lo compia, e dunque è meglio distoglierne lo sguardo? La risposta a questa domanda si basa sulla risposta che verrà data ad un’ulteriore domanda: nella natura umana ci sono disposizioni dalle quali si possa presumere che il genere progredirà sempre verso il meglio, e che il male dei tempi presenti e passati si dissolverà nel bene dei tempi futuri?[1]

Secondo il filosofo di Konigsberg la risposta fornita a questi interrogativi avrebbe sciolto l’incertezza circa il merito dell’uomo a essere amato e apprezzato. Il discorso kantiano proseguiva appunto in questi termini:

Così, infatti, potremmo almeno amare il genere nel suo costante avvicinamento al bene , altrimenti dovremmo odiarlo o disprezzarlo, qualsiasi cosa ne dica chi vuole far mostra di un universale amore per gli uomini (che, al più, sarebbe solo un amore che viene dalla benevolenza e non dall’esser graditi).[2]

La convinzione espressa dal filosofo tedesco, resa pubblica in altri importanti suoi scritti, mostra quanto Kant avesse a cuore la felicità e il progresso dell’uomo. Inquadrare correttamente il pensiero di Kant significa anche ricordare che gli ultimi anni del Settecento videro nascere e svilupparsi l’ideale illuministico; è noto, infatti, che Kant si poneva al culmine di questa corrente di pensiero nata il Francia.

Vi sono persone che si servono di espressioni e di linguaggi volti ad esprimere apparente benevolenza[3] il potere che esse possono esercitare sulla gente oppure una loro (da esse supposta) superiorità morale. Questo tipo di benevolenza è solitamente pomposa, paternalistica e ipocrita. Certi pronunciano o scrivono frasi come ‘ti auguro ogni bene’ con enfasi esagerata per ottenere l’effetto di discostarsi ancora di più dal prossimo ed evitare, nel contempo, di esprimere frasi gravemente ammonitrici su qualcuno in modo diretto. L’espressione ‘ti auguro ogni bene’ costituisce solo un esempio di locuzione che tra altre vengono utilizzate allo scopo descritto. Essa mette in rilievo quanto, da espressione essenzialmente bonaria quale è, possa trasformarsi, quando la si usa con l’intento di tenere gli altri a distanza, in una formula stereotipata, supponente e sostanzialmente svuotata di un qualsiasi significato positivo. Con una frase siffatta si fa capire all’altro quanto sia sulla cattiva strada e quanto invece la persona che la pronuncia non lo sia, quanto coloro a cui viene indirizzato questo modo di esprimersi il bene non lo conoscano per intero o non lo conoscano affatto, mentre chi si rivolge ad essi con parole di quel tipo ha una visione talmente onnicomprensiva di ciò che deve essere, che può permettersi di giudicare tutti  e le azioni di ognuno, quelle compiute e quelle che invece non sono state poste in essere, quelle volontarie e quelle involontarie, quelle che  ritiene giuste e quelle che, al contrario, valuta come sbagliate. Di fatto, poi, i risultati estremi di un simile atteggiamento sono ben conosciuti: i conflitti aperti nel mondo sono tanti, le violenze di ogni genere vengono considerate come facenti parte della normalità, la gente in molte zone del pianeta sperimenta la denutrizione, la malattia, l’odio etnico e lo sterminio per motivi religiosi. Poiché le condizioni suddette si verificano effettivamente e quotidianamente, si potrebbe essere indotti, dando così una risposta sia pure provvisoria all’interrogativo kantiano (e ciò avverrebbe con una qualche motivata ragione) a considerare l’uomo come una bestia o, quanto meno, come un essere che indulge alle sopraffazioni, allo scarso rispetto del prossimo, ai massacri, come non meritevole di amore, di stima e neppure di semplice simpatia umana[4]. Ancora una breve considerazione kantiana, ma di qualche anno successiva, rispetto a quelle che  sono state riportate all’inizio: unicamente per far sentire agli altri, a seconda dei casi

Ma che anche i signori del suo medesimo genere considerino l’uomo una piccolezza, e lo trattino come tale, sia opprimendolo bestialmente, come fosse un puro strumento dei loro scopi, sia mettendolo contro altri nei loro conflitti reciproci per mandarlo al macello: – questa non è una piccolezza, ma il rovesciamento dello stesso fine ultimo della creazione.[5]

Molto spesso, quelli che considerano l’uomo come una piccolezza trattandolo come tale fingono subdolamente e per convenzione sociale di condividerlo con gli altri, il bene. Di fatto, però, esse non hanno affatto interesse a condividere alcunché oppure ad abbassarsi al livello di coloro che pur vivono nel medesimo loro mondo; meno che mai, naturalmente, queste persone desiderano essere ‘insidiate’ nelle loro raggiunte altissime posizioni. Non c’è spazio per neanche una briciola di universalismo etico o per una molecola di umanismo, in tutto questo; solo arroganza o avidità, presunzione, ipocrisia, aridità d’animo ed un’indole pericolosamente prevaricatrice. Si augura ogni bene, rimanendo inerti, a chi è per strada ed ha fame allo stesso modo in cui si augura ogni bene (ma senza attivarsi come si dovrebbe) a chi è in overdose ed è pian piano e silenziosamente scivolato nel fango, sotto la pioggia, e forse muore. Non possiamo più esimerci dal riflettere seriamente su ciò che l’uomo è diventato e verso quali mete sia diretto.

Riproponendo e riargomentando il Verbo kantiano noi abbiamo il dovere di agire per il progresso morale dell’umanità, per il bene della nostra discendenza [6].

Il guaio, si potrebbe obiettare, è che l’uomo d’oggi è molto più interessato al mero piacere edonistico e all’andamento del PIL (quello stesso PIL che nel 1968 R.F.Kennedy sosteneva giustamente fosse in grado di misurare tutto eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta) piuttosto che alla creazione di concrete condizioni di vita e di convivenza con il prossimo più, come dire, a ‘misura d’uomo’. Ebbene, ci sarebbe bisogno di sovvertirla, questa convinzione perniciosa sul Pil che misura tutto, quasi fosse in sintonia con il battito del nostro cuore e posto sulla stessa lunghezza d’onda delle nostre emozioni per misurare la nostra felicità, la nostra gioia e il nostro amore. Abbattere già da oggi questa prigione mentale per poter poi iniziare da domani, insieme, pazientemente e con amore, a ricostruire, occorrerebbe. Sono di tutta evidenza ogni giorno gli effetti del Pil e della nostra stupida mancanza di immaginazione. E sono ancora in tanti, imperterriti ed impuniti, a voler ancora farci credere che anche oggi, come ieri, sarà l’incremento del PIL, a salvarci la vita. Assistiamo continuamente a un ribaltamento dei valori umanistici come assisteremmo all’affondo di una nave o a qualche altro, per noi singoli, ineluttabile evento. Certamente riflessivi, comprensivi, sistemati e moderati e riservati (la privacy…), siamo diventati; siamo distratti, bui e ambiziosi, scaliamo montagne e bruciamo tappe, cerchiamo di stare al passo con il contingente, abbiamo famiglia. Autentiche bolle di egoismo, siamo ancora. Ci guardiamo allo specchio e spesso non ci piacciamo, e se qualcuno prova a raccontare il proprio disagio, quasi sempre non lo capiamo…

Giovanni Graziano Manca

[1] Cfr. Immanuel Kant, Sul detto comune:questo può essere giusto in teoria, ma non vale per la prassi [1793], in: Immanuel Kant, Scritti di storia, politica e diritto, a cura di Filippo Gonnelli, Laterza, Roma Bari 1995, pp. 123 – 161, spec.p.153.

[2] Ibidem

[3] Fu sempre Kant a sostenere che ‘tutto il bene che non sia innestato sull’intenzione moralmente buona non è che mera parvenza’. Cfr. Immanuel Kant, Idea per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico, in Immanuel Kant, Scritti di storia, politica e diritto, cit., pp.29-44, spec.p.39.

[4] Cfr. Giuliano Marini, nel commentare Kant, in: La filosofia cosmopolitica di Kant, Laterza, Roma – Bari 2007, p.138.

[5] Cfr. Immanuel Kant, Il conflitto delle facoltà in tre sezioni. Seconda sezione: il conflitto della facoltà filosofica con la giuridica (1798). Riproposizione della domanda: se il genere umano sia in costante progresso verso il meglio, in: Immanuel Kant, Scritti di storia, politica e diritto, cit., pp. 223 – 239, spec.p.232.

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  1. wow, bolle di egoismo dal futuro incerto che affidano i loro umori a statistiche senza senso,

    credo anch’io che la felicità non possa dipendere da un numero…

  2. gran bel articolo. Il punto sta nell’avere il coraggio di abbandonare i numeri, su cui si può sempre contare, abbandonare le certezze e capirle per quello che realmente sono: dati statistici imposti da uominii che prima di noi si rovinarono la vita nella speranza di salvarla. Esattamente come chi ha scelto una facoltà importante per sentirsi realizzato invece di seguire il suo percorso, il suo “cammino di Santiago”come direbbe qualcuno. Prendere la vita in mano. Ma non è facile.

  3. Alessandra Magnaghi ( 15 maggio 2009 alle 11:53)

    Bellissimo articolo. Quella di Kant è una domanda che mi pongo quotidianamente. Esiste un progresso verso una forma più compiuta di umanità, o restiamo sempre bolle di egoismo dal futuro incerto?

    Le democrazie occidentali hanno fatto molto in termini di diritti, stato sociale e “pacifismo”. Non siamo degli angeli, ma il peso dell’opinione pubblica non permette più di scatenare una guerra santa o lapidare un adultera.

    Però la razza umana non va solo avanti, torna anche indietro. Intere culture piombano a stati di evoluzione pregressi, e la bestialità ci attrae verso il basso come una forza magnetica, anche individualmente.

    Kant pensava che il progresso del genere umano fosse un’idea regolativa, come il bene. Non veramente esistente, ma presupposto di ogni azione, buona o cattiva che sia. Il concetto senza il quale non potremmo definire un uomo colpevole e l’altro santo. Una specie di idea innata che ci rende diversi dagli animali (che sono belli quanto feroci).

    Poi si pensa alla nostra indifferenza, alle 2 guerre mondiali che hanno inghiottito tutte le idee regolative pochissimo tempo fa. Per non parlare del presente. E si dubita dell’idea di progresso della razza umana. Forse, come direbbe Nietzsche, giriamo in tondo.

    Ma io penso di no, che dei progressi in termini di solidarietà e diritti li abbiamo fatti. La regressione, come sapeva Freud, è un rischio sempre attuale, ed è quello che noi dobbiamo combattere. Perchè l’uomo fa quello che crede di poter fare.

  4. Non so se è più interessante l’articolo di Giovanni Graziano o il commento di Ale.
    Nel dubbio complimenti ad entrambi :-)

  5. Giovanni Graziano Manca ( 15 maggio 2009 alle 17:42)

    Guai ad essere pessimisti, ma oggi, date le condizioni, il rischio nichilistico è sempre dietro l’angolo…
    Ciao a tutti!

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