Bosnia – Dopo la guerra, i fusti radioattivi

di - 20 ottobre 2009

bosnia-mappa-militare«Dopo il bagno, fate la doccia». È questo l’unico consiglio che il governatore locale si è limitato a dare ai suoi abitanti. Siamo a Livno, una città bosniaca di 30mila anime situata a circa cento chilometri da Mostar. A pochi chilometri dal centro cittadino c’è il lago di Busko, meta privilegiata nel periodo estivo dei bagnanti della zona. Ma quello specchio d’acqua potrebbe nascondere un segreto agghiacciante. È una delle pagine più buie della storia della federazione di Bosnia-Erzegovina, la nazione creata a tavolino dopo la firma nel 1995 degli accordi di Dayton. Finiva così il conflitto europeo più sanguinoso dalla fine della Seconda guerra mondiale: quella della ex-Jugoslavia. Centinaia di migliaia di morti, quasi un milione e mezzo di profughi, la pulizia etnica, l’assedio più lungo della storia moderna. Quello di Sarajevo, l’attuale capitale, durato quattro lunghi anni (dall’aprile del 1992 al febbraio 1996).

Ma per la Bosnia stando a quanto raccontato da un agente dei servizi segreti bosniaci, prima di sparire nel nulla, il vero disastro sarebbe arrivato dopo la fine del conflitto. Pare infatti che qualcuno avrebbe approfittato del caos seguito alla guerra, del controllo straniero del territorio e della missione di peacekeeping per smaltire alla meno peggio scorie nucleari. E da quelle parti i segreti, soprattutto quelli più scomodi, rischiano di rimanere nascosti per sempre. Ora però iniziano ad arrivare conferme, testimonianze, tumori, morti e nomi dei siti dove sarebbero nascosti i rifiuti radioattivi. Dopo l’uranio impoverito che ha invaso il Paese in seguito ai bombardamenti della Nato, ora saltano fuori anche i fusti a raggi X.

L’agente dei servizi segreti bosniaci ex membro del SIS (Security Information Service), ora diventato FOSS (Federal Security Intelligence Service), scoperchia il vaso di pandora. Racconta nel dettaglio «un’operazione segreta», di cui nessuno doveva venire a conoscenza. E consegna dei documenti compromettenti al Vecernji list (il Foglio della sera), il quotidiano più letto della Croazia, venduto anche in Bosnia. Alla fine della guerra per applicare e mantenere la pace nel Paese arriva la Nato con il contingente internazionale Ifor. La nuova nazione nata dalle ceneri della Jugoslavia, viene divisa in tre aree: la zona ovest (con Banja Luka e Bihac) a comando inglese, quella nord (Tuzla e Brcko) degli Stati Uniti e infine la parte est (Sarajevo, Mostar e Stolac) controllata dai francesi.

ex-jugoslavia-etnicaL’agente segreto, prima di rivolgersi alla stampa, aveva provato ad indagare sulla faccenda. I Servizi di Sarajevo, stando al racconto dello 007, avrebbero messo insieme un fascicolo smaltimento di rifiuti radioattivi. Ma il governo avrebbe bloccato il dossier top secret, accusando i propri agenti di «controllo illegale delle forze internazionali». In pratica avrebbero messo tutto a tacere, per necessità: il Paese ha ancora bisogno della Nato. Soprattutto in questo particolare momento politico, in cui la Repubblica Srpska, l’entità a maggioranza serba della Federazione bosniaca, preme per ottenere l’indipendenza e congiungersi a Belgrado. E forse si farà addirittura un referendum, in cui è molto probabile vincano i separatisti.

L’agente racconta che nel 1996 Parigi invia nella zona sotto il suo comando una speciale unità che si occupa del trattamento e dello smaltimento di rifiuti radioattivi. Un battaglione utile anche in patria, pronto e attrezzato per intervenire in caso di incidente nucleare, ed evitare la brutta fine dei “ripulitori” di Chernobyl. Gli uomini dell’esercito sovietico che dopo il disastro alla centrale ucraina, effettuarono le prime operazioni di messa in sicurezza senza le attrezzature adeguate. Tanto che in seguito morirono quasi tutti.

Lo speciale battaglione francese – secondo il racconto dell’ex agente segreto – attendeva le navi, cariche a suo dire di rifiuti radioattivi, nel porto montenegrino di Bar. In questa città, distante poche decine di chilometri dall’area bosniaca sotto il comando di Parigi, arrivavano molti rifornimenti destinati alla Nato. Ma questi carichi speciali venivano trasportati via terra con una scorta di ingenti proporzioni. I fusti radioattivi – sempre secondo lo 007 – una volta arrivati in territorio bosniaco, alla base francese di Stolac, venivano poi ricoperti da tonnellate di calcestruzzo, fino a formare dei pesanti blocchi quadrati.

A quel punto i cubi di cemento carichi di scorie venivano trasportati in elicottero, appesi a speciali cavi d’acciaio, verso la loro destinazione finale. L’obiettivo – secondo le informazioni raccolte dall’agente – erano tre laghi situati sempre nell’area sotto il comando francese: Busko (vicino Livno), Ramsko e Jablanicko (nei pressi di Jablanica). Questi tre bacini idrici bosniaci sarebbero diventati, stando alla testimonianza dello 007, vere e proprie discariche radioattive. Gli abitanti della zona confermano che durante quel periodo sui laghi arrivavano spesso elicotteri in piena notte.

«Anche volendo, non abbiamo gli strumenti per verificare – spiega Lamija Tanovic docente della facoltà di Fisica di Sarajevo -. L’Agenzia per la protezione radioattiva in Bosnia è stata costituita da poco. Ma siamo a corto di mezzi, fondi e attrezzature». Problemi politici e sociali, carenza di mezzi, organismi di controllo inadeguati, corruzione, indifferenza e paura degli enti locali per le conseguenze internazionali, aiuto e supporto tuttora necessario dei Paesi europei, mettono in secondo piano i timori e la rabbia della popolazione che vive nelle zone in questione.

Negli anni sono stati numerosi i casi di ritrovamento di scorie radioattive, poi caduti nel dimenticatoio.
Due anni fa era stata la volta di Goranci a venti chilometri di Mostar. I cittadini hanno raccontato di camion militari francesi che scaricavano materiali in una cava. La Francia spiegò che non si trattava di rifiuti pericolosi, quindi nessuno analizzò il terreno. Anche alle miniere di Jajce, a ovest di Sarajevo, aleggiava il sospetto di smaltimento di scorie da parte di militari Sfor. E si parla di vagoni ferroviari radioattivi arrivati a Zenica oltre che di varie fonti trovate intorno Sarajevo. Tra queste, il monte Igman, da cui proviene l’acqua potabile della capitale.

Quella che sempre più persone chiamano la Chernobyl balcana è stata confermata dalle uniche analisi indipendenti. Riguardano proprio l’area che era sotto il controllo francese. Lo studio, presentato ad agosto dalla facoltà di Scienze dell’università di Sarajevo, ha misurato la contaminazione nucleare di nove siti del cantone della capitale. I dati sono poi stati confrontati con quelli raccolti in seguito all’incidente nucleare di Chernobyl, quando le particelle radioattive si depositarono sui terreni di mezza Europa. Il risultato conferma i timori: in quasi tutti i campioni analizzati la radioattività specifica supera quella registrata dal 1986 all’’88. La situazione, al posto di migliorare è peggiorata. Ma questo dell’università di Sarajevo, primo studio di questo tipo, riguarda solo l’area della capitale. Per escludere o confermare lo smaltimento illegale di scorie radioattive servirebbero analisi indipendenti nei luoghi indicati.

«È fondamentale creare le condizioni per prevenire il trasferimento illegale di sostanze radioattive in Bosnia», dichiarava nel 2008 a Sarajevo il direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica Mohammed el-Baradei. Fino a ora l’unica conferma della presenza di rifiuti radioattivi è arrivata nel 2006. Nel comune di Gradiska le truppe ungheresi sono state accusate di traffico illecito di scorie. L’allora ministro della Sanità Ivo Komljenovic aveva disposto delle indagini in seguito alla morte di 45 persone. Vicino al fiume Sava, i soldati magiari avevano costruito un deposito. Gli abitanti hanno raccontato che il cantiere era sorvegliato da un numero di soldati insolitamente alto, impedendo a chiunque di avvicinarsi. A trenta metri dalla base di atterraggio degli elicotteri ungheresi le radiazioni misurate andavano da 80 a 130 nanosievert. Scavando 50 centimetri è salita a 170, fino ad arrivare a 220 nanosievert a un metro di profondità.


Livelli tali da costituire una minaccia per la salute umana, tanto che tra i residenti della zona i tumori si sono moltiplicati. Ora in uno dei tre laghi dove si sospetta siano state smaltite le scorie nucleari l’Istituto di sanità pubblica ha analizzato le acque. Secondo i risultati, comunicati il 17 agosto scorso, il lago di Busko non è radioattivo e non sono stati rilevati metalli pesanti. Però i fondali non sono stati ispezionati e nessuna prova è stata fornita alle popolazioni per spegnere i timori. Al governo bosniaco sarebbe bastato fornire una termofoto satellitare, acquistata da una società terza indipendente. In Calabria sulla questione navi dei veleni è bastata una foto per confermare decenni di sospetti. Il 14 dicembre del 1990 sulle coste di Amantea si era arenata la Jolly Rosso. Gli ambientalisti sospettavano fosse carica di rifiuti tossici e radioattivi che la ‘ndrangheta avrebbe poi scaricato in fretta e furia sulla terra ferma per occultarli. Ma la magistratura non riusciva a trovare l’area. Così dai satelliti è arriva una termofoto. Sull’immagine c’è una macchia rossa, una zona in cui la temperatura è alta sei gradi in più del normale. Una prova della presenza di rifiuti radioattivi. In Bosnia basterebbe fare la stessa cosa. Per la Calabria ci sono voluti quasi vent’anni, ora si tratta di capire in ex-Jugoslavia quanto tempo occorrerà per confermare un segreto inconfessabile oppure fornire alla popolazione locale delle prove che escludono il pericolo.

Ma se succede quanto avvenuto al Parlamento di Sarajevo, c’è poco da sperare. Il 29 gennaio 2009 dai Palazzi del potere, trapela un segreto scioccante. Nei seminterrati del Parlamento nel 1998 sono stati trovati dei fusti radioattivi. Una sera alcuni soldati dell’esercito bosniaco di guardia alla sede del governo, scendono nei seminterrati e vedono dei barili. Dopo le indagini si scopre che quei fusti erano stati trovati quasi 15 anni prima nei pressi di Sarajevo e portati dai soldati, senza controllo o precauzioni, sotto il Parlamento. Tanto che molti di quelli che avevano partecipato al trasporto erano morti poco dopo. La versione ufficiale è che sui fusti le scritte erano in lingua straniera e così nessuno era stato in grado di capire cosa c’era dentro. Proprio per la mancanza di mezzi adeguati, per la rimozione definitiva il governo bosniaco chiede aiuto all’AIEA, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Un episodio gravissimo che però rende bene l’idea delle condizioni politiche e sociali della Bosnia. E dei rischi a cui vengono sottoposti, loro malgrado, sia i cittadini che i politici locali.

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  1. Alessandra Magnaghi ( 19 ottobre 2009 alle 12:31)

    Una storia atroce, davvero brutale, a due passi da casa nostra.

    I disastri ecologici che produciamo… se con l’atomica la razza umana ha scoperto di essere mortale, ora la nostra vita è effettivamente a rischio.

    Lo smaltimento dei rifiuti tossici è molto costoso, e questo è un problema. Da affrontare il prima possibile, e non da rimuovere nei laghi o sottoterra. E’ un comportamento infantile e stupido, oltre che criminale e indegno.

    Inchiesta bellissima, urgente, di cui ringrazio l’autore.

    Teniamo gli occhi aperti.

  2. adoro le inchieste di dillinger..anche se accendono i riflettori su realtà drammatiche..quello dei rifiuti tossici è un serio problema che abbiamo anche in “casa nostra”, come è emerso recentemente dalla Calabria dei veleni..sono d’accorodo con Alessandra
    teniamo gli occhi aperti.

  3. Complimenti per questa inchiesta “da brividi” ma davvero ben fatta.

    Fa paura scoprire queste bestialità, ma com’è possibile che degli esseri umani mettano a repentaglio la vita di propri simili solo per denaro? Perchè in fin dei conti è di questo che si tratta…

    E a fronte di avvenimenti simili com’è possibile che la gente sia d’accordo a che si realizzino delle centrali nucleari in Italia?

    E perchè diavolo se ne parla così poco?

    Vogliamo svegliarci?

  4. Alessandro Sertafini ( 20 ottobre 2009 alle 16:02)

    ottimo articolo
    veramente ben fatto
    è un tema che ti fa pensare.

  5. Amirani-Zinzy ( 21 ottobre 2009 alle 14:59)

    Sono senza parole…
    La drammaticità di questi fatti è deprimente.
    Sono senza parole

  6. senza parole, nonostante non mi sorprenda di tutto ciò.

    complimenti per l’articolo

  7. peccato ke 130 nSv siano il fondo naturale ke tra l’altro nn è nemmeno molto alto. Nel Lazio è molto più alto.

  8. Alessandro De Pascale ( 18 ottobre 2010 alle 00:01)

    In natura la media è di circa 100 nSv. I fusti con i presunti rifiuti radioattivi, secondo il racconto, sarebbero stati ricoperti da blocchi di cemento che probabilmente, come si fa in questi casi, contengono anche la polvere di marmo che crea una schermatura, rendendo quasi impossibile rilevare le radiazioni. Gli strumenti possono quindi rilevare soltanto piccole tracce. E dato che quel Paese è stato anche ripetutamente bombardato dagli aerei Nato con bombe all’uranio impoverito è difficile capire la fonte della contaminazione. Lo stesso vale per lo sproporzionato aumento dei tumori. L’unico dato di fatto in questa storia è che la gente si ammala. Motivo per cui servirebbero controlli specifici con strumentazioni adatte, da parte di un’Agenzia nucleare che però la Bosnia non possiede. Un piccolo inizio è stato l’arrivo ques’estate degli esperti dell’Aiea su due dei tre laghi in questione. Ma i primi risultati sono attesi entro la fine del 2010.
    Alessandro De Pascale

  9. Alessandro De Pascale ( 18 ottobre 2010 alle 00:11)

    Inoltre nel caso la fonte sia esterna, come i residui dei bombardamenti, scavando nel terreno il livello di radioattività dovrebbe scendere e non salire. Tranne in rari casi di particolari formazioni geologiche, con la presenza di minerali accessori come Allanite, Monazite o Zircone, oppure minerali maggiori, che però ne contengono molto meno, come la Biotite.
    Alessandro De Pascale

  10. non era mia intenzione mettere in discussione l’articolo. ma da come sono stati riportati i valori di rateo di dose, dà l’impressione ai più, (questo è quello che mi è sembrato leggendo), che siano valori altamente pericolosi. forse sarebbe stato meglio comunque riportare anche il valore del fondo di quella zona, per avere un’idea della variazione in prossimità del sito in questione.

  11. e comunque in natura non si può fare una media, in quanto la radioattività naturale varia notevolmente in base alle regioni dei continenti.ad esempio a Ramsar in Iran si hanno circa 230milliSievert anno,anche in Brasile c’è una località balneare dove la radioattività naturale è molto alta, altre invece dove è molto più bassa, e se teniamo conto che per la popolazione in Italia in caso di evento non naturale non si deve superare 1 milliSievert anno….ed è un valore molto cautelativo..(la dose annuale dovuta alla radioattività naturale di riferimento è di circa 2 mSv anno)

  12. Non so chi ha scritto l’articolo, ma non vale un fico secco, è terrorismo mediatico allo stato puro. Sotto questo aspetto è molto ben fatto e infatti i commenti inorriditi di chi nulla sa della materia ma si fida dell’informazione ed è sensibile alla condizione di pericolo del prossimo, lo testimoniano. L’articolo fa leva proprio sulle emozioni positive della gente per manipolarle. Purtroppo non è colpa del lettore sprovveduto, ma del manipolatore.
    Dopo una guerra che ha fatto 300.000 morti e orrori a non finire, vi permettere di dire “il vero disstro sarebbe arrivato dopo il conflitto” …. “ora saltano fuori anche i fusti a raggi X”. E’ la prima volta in vita mia che sento quest’espressione, non ho capito cosa siano i fusti a raggi X. “Unità speciali francesi create per evitare la brutta fine dei ripulitori di Chernobyl” “quella che sempre più persone chiamano la Chernobyl balcana è stata confermata dalle uniche analisi indipendenti ”.
    Quali sono i risultati di queste analisi? Finalmente a 3/4 dell’articolo c’è qualche numero. Il più alto è 220 nSv. Si presume siano nSv/h.
    Bene 220 nSv/h comportano una dose annua di circa 2 mSv/h, che è esattamente (anzi un pochino meno) la dose media a cui è esposta la popolazione mondiale a causa della radioattività naturale. Quindi non sono affatto “livelli tali da costituire una minaccia per la salute umana” .
    Citate anche il caso della Jolly Rosso, infatti questo assomiglia a quello. E la bufala più grossa è quella della termofoto: siete in grado di precisare quanto sarebbe estesa questa macchia rossa che i satelliti hanno rilevato essere “una zona in cui la temperatura è alta 6 gradi più dl normale. Una prova della presenza di rifiuti radioattivi”?
    Forse si tratta di una fonte termale?
    Sapete che nei dintorni di Paola, Amantea del torrente Oliva dove si sarebbe arenata la Jolly Rosso e dove al largo delle coste calabresi avrebbe dovuto essere stata affondata una nave carica di rifiuti radioattivi, di questi non si è trovato neanche l’ombra? Si scriveva giusto un anno fa, in un can can mediatico che poi è finito nel dimenticatoio, di Cs 137 rilevato nel greto del torrente Oliva, della nave Cuski affondata piena di scorie radioattive. Alla fine si sono trovati attorno al torrente rifiuti convenzionali, una gran quantità, ma non si sa ancora da dove venissero, chi ce li ha portati, ma non rifiuti radioattivi. La nave non era la Cuski ma un mercantile affondato durante la prima guerra mondiale.
    Insomma basta una sola considerazione a smontare tutti questi racconti dei misteri: se uno vuole smaltire illegalmente dei rifiuti radioattivi, non organizza un viaggio dalla Francia o dalla Germania, per portarli in Calabria o in Bosnia, con navi, camion, fare scavi di nascosto e sotterrarli, con i rischi del caso. Basta semplicemente prendere una nave e scaricare in alto mare questi famosi bidoni, e chi si è visto si è visto.
    Prego verificare prima di scrivere. La rete è piena di questi articoli replicati all’infinito. Considerate di tanto in tanto quanto danno fate.

  13. ho notato che nonostante la vetustà dell’articolo originario, il sign. Alessandro De Pascale, che dovrebbe essere l’autore dell’articolo, ha prontamente risposto al commento di Nico del 17 ottobre 2010, quindi presumo che sia avvisato di nuovi commenti. Ha forse letto anche il mio del 19 us?

  14. Alessandro De Pascale ( 20 ottobre 2010 alle 19:02)

    Rispondo anche questo nuovo commento, come faccio sempre. E premetto che amo le critiche, soprattutto quando costruttive. Le inchieste si fanno anche per stimolare il dibattitto.
    Punto primo le prima analisi vennero condotte dal ministero della Sanità bosniaco. Le seconde dall’Università di Sarajevo confrontanto i livelli pre e dopo Chernobyl a quelli attuali. E la situazione non è delle migliori. Inoltre anche nei dintorni della capitale e addirittura dentro il Parlamento sono stati trovati fusti radiattivi di provenienza straniera. Ora le nuove analisi le sta conducendo l’Agenzia per l’energia atomica. Vedremo come andrà a finire. Riguardo ai livelli rilevati, appena riesco cerco il rapporto e pubblico i risultati completi. Onestamente non ricordo i numeri dato che è passato molto tempo. Inoltre è stata avviata un’inchiesta della magistratura e pare sia comparso anche un video oltre alle numerose testimonianze della popolazione locale, e gli abitanti della zona dei laghi non hanno tutto da perdere visto che si tratta delle poche zone turistiche della Bosnia. A questo si aggiunge la testimonianza dell’agente segreto, attendibile, ricca di particolari e circostanziata. La magistratura locale lo sta cercando perché poco dopo è sparito nel nulla. Riguardo alla convenienza di smaltire rifiuti radioattivi all’estero, partiamo dal pressupposto che nonostante la prima centrale nucleare commerciale al mondo, quella di Calder Hall a Sellafield (Inghilterra), venne accesa nel lontano 1956, ad oggi nessun Paese che usa l’atomo per produrre elettricità ha ancora risolto il problema delle scorie a lunga durata. Infatti sono attivi solo depositi temporanei ma per quelle di breve durata, altri sono in construzione. Ma per quelle più pericolose e nocive si aspettano nuove tecnologie perché al momento nessuno sa cosa farne. Alcune sono addirittura stoccate ancora nei pressi delle centrali. Per quanto riguarda la Francia un video trasmesso dalla rete franco-tedesca Arté, descritto anche in un articolo pubblicato oltralpe da Liberation, mostra barili di scorie radiattive delle centrali francesi che vengono scaricati dalle navi e smaltiti illegalmente in un luogo remoto della Russia. Vedere per credere. Un filmato che ha provocato un incidente diplomatico che forse porterà a risarcimenti milionari o accordi internazionali vantaggiosi per Mosca. Quindi questa è una pratica purtroppo adoperata. Vogliamo parlare della Somalia. Possiedo foto di barili radioattivi occidentali arrivati sulle coste somale perché scaricati a mare dalle navi. Il fenomeno della pirateria somala è nata proprio per questo motivo, poi è degenerata. E la collega Ilaria Alpi è morta di questo. Aggiungo anche che un imprenditore italiano di cui preferisco non fare il nome aveva progettato un nuovo metodo di smaltimento: dei “siluri” che potevano essere riempiti di scorie e una volta lanciati a mare avrebbero penetrato la sabbia. Quando perquisirono la casa di questo signore oltre a questo progetto e all’accordo per sfruttare parte delle acque territoriali somale, trovarono anche il certificato di morte di Ilaria Alpi. E non aggiungo altro. Questa roba è agli atti sia giudiziari che delle commissioni parlamentari. Perché il traffico di rifiuti tossici, pericolosi e radioattivi è tra i business più redditizi per le ecomafie.
    Passiamo all’Italia e alle cosiddette “Navi dei veleni”. Un pentito della ‘ndrangheta, Francesco Fonti, ha raccontato ai giudici di aver personalmente affondato diverse navi nel Mediterraneo per le ‘ndrine. Agli atti giudiziari c’è anche una mappa di quelle che sarebbero state affondate con orientativamente anche i luoghi. Sarebbero circa 30. Il capitano di Vascello De Grazia che le cercava è morto in circostanze mai chiarite, mentre dalla Calabria andava al porto di La Spezia. Inoltre nel 1988 il nostro Stato venne chiamato a recuperare la nave Zanoobia che aveva scaricato i suoi 10.500 fusti stoccati nella stiva, illegalmente in Siria. Nell’aprile del 1988 infatti la Siria quando si rende conto della pericolosità dei fusti intima il rimpatrio immediato del carico. Che rientrerà a Genova nel maggio del 1988. Nella lista stilata dalla procura grazie alle etichette presenti sui fusti i veleni provenivano da 140 aziende italiane, europee e statunitensi, il gotha della chimica e dell’industria. Tra cui Pirelli, l’Acna di Cengio, la Farmoplant, la Enichem, solo per citare i nomi più noti. Oggi si ritiene possano avere avuto un ruolo in questa vicenda anche pezzi dei servizi segreti. E ad oggi la Protezione civile non è in grado di dire dove sia stato smaltito quel carico il cui trattamento è costato a tutti noi, fior di milioni. Il caso della Jolly Rosso che si arenò sulla spiaggia di Formiciche, a nord di Lamezia Terme, nel 1990 è storia e non mi soffermerei oltre. Aggiungo solo che il suo carico è sparito in una sola notte. Per quanto riguarda il Cuski le foto della tipologia di fondale, scattate al primo ritrovamento e quelle della nave inviata dal ministero dell’Ambiente, non coincidono. Chiudiamo con il torrente Oliva. La presenza di elevati livelli di radioattività è certa: tra il 2007 e il 2008 le analisi dell’Arpacal e del perito Morselli hanno riscontrato in profondità la presenza di Cesio 137 (lo stesso fuoriuscito da Chernobyl). In zona sono stati inoltre ritrovati pezzi di lamiera e “quattro tubi di diverso diametro” che “possono essere ricondotti, verosimilmente, a parte delle protezioni in uso sui traghetti Ro-Ro”, come quelli della Jolly. Nel novembre 2008 grazie ai carotaggi “nelle immediate adiacenze della briglia del fiume Oliva”, si è trovato un sarcofago (di dimensioni ancora ignote) in cemento a circa 10 metri di profondità. E all’interno, scrivono i consulenti della procura, “c’erano concentrazioni elevate di mercurio”, presente anche in altri campioni. Solo dopo è arrivata la termofoto ottenuta dal Cnr, di cui parli. Poi sono iniziati i sondaggi del Nbcr (Nucleare batterico chimico radiometrico) dei Vigili del fuoco di Cosenza e Catanzaro: “Il monitoraggio ha permesso di individuare limitate seppur significative anomalie di radioattività”, l’esito, e si tratta di “radionuclidi artificiali” che “non dovrebbero normalmente essere presenti nel terreno”. Dall’estate sono iniziati sul posto i rilievi dell’Ispra del ministero dell’Ambiente al quale nel caso toccherà anche bonificare. Il risultato è che nella zona, priva di industrie e altri inquinanti, i tumori sono quattro volte sopra la media nazionale, il picco è stato registrato negli ultimi dieci anni. I tempi di esposizione, gestazione e insorgenza, coincidono. E vogliamo parlare della Campania dove la camorra ha smaltito per decenni rifiuti tossici nelle campagne del casertano. Ho conosciuto gente a cui tremano le mani e che ha perso la vista. Altri di cui possiedo le analisi, oggi morti, come un pastore di Acerra che aveva nel sangue valori di diossina pari a 255 picogrammi per grammo, quando il livello base di riferimento in città industriali è di 10 picogrammi per grammo. Gli altri della zona analizzati avevano in media 74 picogrammi di diossina per grammo, superiore di oltre 7 volte. Più di questo non so cosa dirti.

  15. Innanzi tutto grazie della risposta.
    Lei scrive: “Riguardo alla convenienza di smaltire rifiuti radioattivi all’estero, partiamo dal pressupposto che nonostante la prima centrale nucleare commerciale al mondo, quella di Calder Hall a Sellafield (Inghilterra), venne accesa nel lontano 1956, ad oggi nessun Paese che usa l’atomo per produrre elettricità ha ancora risolto il problema delle scorie a lunga durata”.
    Le dico che le soluzioni esistono e sono diverse. I motivi per cui nessun paese al mondo ha ancora siti di stoccaggio definitivi, sono in parte attribuibili alle opposizioni delle popolazioni impaurite dalla propaganda antinucleare, piuttosto accanita in tutti i paesi occidentali. Ma c’è anche un motivo tecnico: più passa il tempo più l’attività delle scorie decade ed esse presentano meno problemi di manipolazione. Poichè le scorie ad alta attività sono in termini di volumi modeste, finora si conservano agevolmente presso i siti di produzione, le centrali stesse, ma è ovvio, nessuno lo può nascondere bisogna trovargli collocazione definitiva, ma le soluzioni tecniche esistono; può trovare delle descrizioni tecniche ben fatte sul sito della World nuclear association o sulla francese CEA.
    A proposito del signore italiano che pensava di utilizzare siluri per sparare sotto il mare i rifiuti, comunque inertizzati, vetrificati, incapsulati e protetti, effettivamente era una delle tecniche che più di 20 anni fa venne presa in considerazione, ma che la IAEA non accettò perchè questa soluzione aveva il difetto di non permettere l’ispezionabilità e in caso di necessitàil recupero del rifiuto.
    Non stento a credere alle storie dei rifiuti convenzionali, siano civili o industriali, inerti o pericolosi, per come vanno le cose soprattutto in Italia, ma non è una vicenda che seguo, quindi prendo solo atto di quello che racconta.
    A proposito del torrente Oliva non ho notizie di prima mano, dalla magistratura intendo che mi pare indaga ancora sulla faccenda, ho letto i giornali e i blog, non saranno fonti affidabili, ma non so lei che fonti abbia. Per adesso mi pare che del Cesio 137 non si sia trovato nulla. Le posso confermare comunque se si fida di me che se c’è Cs137 non può che venire da centrali nucleari o dalle esplosioni delle bombe nucleari nell’atmosfera. Comunque guardi dato l’estremo grado di sofisticazione della strumentazione disponibile, non è difficile rilevare CS137 ovunque: Per dire che ci sono scarichi illegali bisogna avere i valori, che comunque è meglio avere in Bequerel o Curie (unità di misura dell’attività) piuttosto che in Sievert o sottomultipli.
    Tutte le altre cose che racconta mi pare di averle un po’ letto anche su un dossier reperito tempo fa sul sito di legambiente, ma la mia impressione è che sia un gran chiacchiericcio, ma di carne al fuoco ce ne sia poca. Ripeto parlo dei rifiuti nucleari e in ispecie di quelli delle centrali nucleari; il motivo per cui diciamo così ho tendenza a non credere a tante storie è perchè i rifiuti delle centrali nucleari sono a) relativamente scarsi rispetto al mare di rifiuti convenzionali, spesso molto più pericolosi e gestiti in modo incontrollabile e non rintracciabile, da una miriade di soggetti, b) sono soggetti a rigorosi controlli e registrazioni, c) in italia le centrali nucleari dismesse sono gestite da una società pubblica e non vedo motivi di barare, cioè non capirei a chi giova gestire sottobanco i riifuti nucleari, non è un privato che ipoteticamnete vuole risparmiare sui costi di smaltimento.
    Comunque ben venga ulteriore documentazione come lei ha promesso.
    Cordiali saluti

  16. Alessandro De Pascale ( 20 ottobre 2010 alle 23:43)

    E invece purtroppo agli atti dell’inchiesta, come le ho scritto, la perizia parla di Cesio 137 nel letto del torrente Oliva. Ma aspettiamo questi ultimi rilievi dell’Ispra. I risultati arriveranno probabilmente entro un mese.

  17. Alessandro De Pascale ( 21 ottobre 2010 alle 00:04)

    Ultima cosa. Riguardo alla gestione pubblica delle scorie italiane che lei ritiene sicura, le consiglio di approfondire un caso che ho seguito. Cerchi materiale sull’Itrec di Rotondella, una ridente località balneare lucana, sul mar Ionio, e quindi sull’inchiesta “Nucleare connection”. E voglio dire, parliamo dell’Enea.

  18. io nn kapisko xke sn piccola pero kapisko ke a sarajevo cera molta krisi e per zlata e stato durissimo

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