Quando il buco non è solo una decorazione. Uno sguardo sulla storia del Piercing
febbraio 25, 2010 in Società da Simona Scelfo
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Gli antropologi ci dicono che è dall’alba della specie umana che l’uomo sente l’esigenza di decorare il proprio corpo, lo ha fatto con monili e accessori ma, sempre dall’alba dei tempi, avverte anche la necessità di qualcosa di più duraturo, di permanente. Ecco come nascono i tatuaggi e i c.d. piercing. A dircelo non è altri che il noto antropologo francese Claude Levi Strauss: i suoi studi sono stati fondamentali per la comprensione dell’evoluzione delle società diverse dalla nostra statica, uniforme e sempre uguale a sé stessa società industrializzata. Se volete avere un’idea della ricchezza dell’opera di questo studioso leggete la pubblicazione dell’UNESCO a questo link. Per tornare a noi, Strauss sosteneva che l’uomo avesse la necessità di modificare il proprio corpo principalmente per due ragioni, la prima estetica, poiché il corpo altro non è che l’involucro della persona e mediatore verso il mondo e, la seconda, sociale in quanto simbolo immediatamente riconoscibile del ruolo e della posizione dell’individuo all’interno della sua compagine sociale.
La narrazione di questa pratica ci giunge fin dalle parole di Erodoto e Plinio il Vecchio e forse non tutti sanno che gli antichi centurioni romani praticavano la perforazione del capezzolo a dimostrazione di coraggio e virilità.
Il piercing ha attraversato tutte le epoche e si è radicato in ogni regione del pianeta, a riprova eccone infatti alcuni esempi:
- gli antichi Egizi lo praticavano sull’ombelico in quanto segno di regalità
- i Maya perforavano la lingua per dimostrare il coraggio e soprattutto la virilità
- degli antichi romani lo abbiamo già detto
- mentre gli Eschimesi perforano il labbro inferiore dei giovani come simbolo della pubertà
- finanche alla tribù dei Surma in Brasile che decora il labbro inferiore con dischi di legno verniciato
- e ancora oggi in moltissimi paesi africani è una pratica diffusa per ragioni rituali, coniugali e sessuali.
Bisogna inoltre aggiungere che tali pratiche sono scomparse, o sono state sostanzialmente ridotte, dalla colonizzazione culturale cristiana che non condivideva, e direi non condivide ancor oggi, quest’usanza. Dopotutto l’idea del selvaggio adornato di orecchini e/o sporgenze di pietre, ossa e legno è ben nota al nostro immaginario e deriva dalle descrizioni fatte dagli esploratori occidentali dei nuovi continenti dove culture e usanze erano radicalmente diverse.
Più recentemente, il piercing, che deriva dal termine inglese to pierce, ovvero perforare, si è diffuso molto in quelle comunità che sentivano l’esigenza di affermare la propria identità, o che si volevano ribellare ad un sistema e/o al conformismo. E’ negli anni ‘80-’90 che il piercing diviene un carattere distintivo delle comunità punk-underground, omosessuali, sadomaso e fetish.
Ad oggi il piercing tocca in Italia circa un milione di persone. Non si deve mai dimenticare però che si deve prestare attenzione a che l’attrezzatura usata sia monouso perché, a volte, la semplice sterilizzazione non basta per scongiurare il pericolo di contagio di infezioni che possono essere anche molto gravi come l’epatite B o l’AIDS.
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si, grazie simo! non lo sapevo mica che persino gli antichi romani andassero di piercing al capezzolo ehehehe…
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Grazie Prof e grazie Chiara. Quanto agli antichi romani, non lo sapevo neaanche io e sono rimasta sorpresa, chissà che adesso i fan dell’impero romano (leggasi esaltati indietro di 2000 anni) non comincino a bucherellarsi i capezzoli
In ogni caso, la questione delle precauzioni di tipo sanitario non è una cosa da tralasciare. Peraltro si deve rifuggere anche da quei gioiellieri che praticano i buchi alle orecchie con la pistola perchè quello è uno strumento non sterilizzabile. Altro che piercing, non si deve per forza essere alternativi, bisogna stare attenti in ogni caso. Lo so che suona un po’ da nonna quest’affermazione, roba tipo “ricorda di metterti la canottiera di lana” ma sono cose con cui c’è poco da scherzare.
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