Byonia Station
Lontano lontano, in un Universo molto, mooolto – più di quanto riusciate ad immaginare – simile al nostro pianeta, Aristide stava davanti a un mare verde e blu meraviglioso, quello solito, spumoso come solo su Byonia se ne trovano.
Dovette sbarbarsi velocemente e finire di bere un caffè ormai tiepido, prima di uscire.
Doveva recarsi alla stazione dei treni e riportare a casa sua figlia, tornata in città da una breve gita con la scuola.
Il rumore sordo dello sgangherato piccolo cancello che si richiudeva alle sue spalle e gli scarichi delle auto in corsa valsero a ridestarlo definitivamente dallo stato di torpore che lo avvolgeva.
Era appena iniziata una giornata che, pensava, difficilmente avrebbe potuto essere ricordata come una delle più belle o più divertenti della sua vita.
S’era messo a piovere come in un film di Tarkowski, oltretutto.
Attraversò velocemente la via e si diresse verso la piazzetta Fiori di campo.
Infilò l’acciottolato sulla destra percorrendone un bel pezzo, l’ultimo tratto con le chiavi dell’auto in mano.
La sua auto era posteggiata lì, a pochi metri, poco oltre l’ingresso di una tappezzeria già da ore in piena attività.
Prese nuovamente a riflettere, mentre guidava.
Negli ultimi tempi, pensava, aveva vissuto di solitudine, proprio come se uno sciagurato collegio di giudici lo avesse condannato innocente a scontare una pena gravosa e come se ciò lo avesse allontanato dagli altri e dal mondo.
Non aveva più certezze.
Pensava, invece, nel corso della sua vita, quanto spesso s’era dovuto confrontare con uomini senza coraggio, macilenti, depressi, con quel tipo di persone – se è chiaro ciò che voglio dire – che di solito, disperatamente, cercano di dimostrare a se stesse ed al mondo intero di avere ancora una qualche energia, di contare, di poter dominare il prossimo…
Ad Aristide comunque poteva ancora capitare di passare delle ore a leggere o ad incantarsi su qualche idea che era riuscito ad isolare rispetto al groviglio dei suoi pensieri.
La accarezzava, questa idea, e ci girava intorno, prima di lavorarci su come un fine artigiano della parola; non di rado l’idea diventava un chiodo fisso e tale rimaneva per giorni, finché non riusciva a svilupparla come desiderava.
Ogni volta provava un tormento simile a quelli originati da una disgraziata questione d’amore.
Pensava che a volte a stare soli si sta bene ma, proprio come i poeti che si aggrappano pervicacemente alle cose concrete dell’esistenza, si portava sempre in salvo con il pretesto di qualche libro da acquistare assolutamente oppure di qualche numero telefonico da comporre….
Voleva parlare con il libraio… o cercava di contattare un vecchio amico.
Lo struggimento per cose belle e semplici che aveva vissuto gli incuteva uno stupore incredibile e lo faceva meravigliare di come esse, proprio ora, per tormentarlo ingiustamente pensava, gli tornassero in mente.
Ecco, proprio mentre pensava tutto ciò, gli pareva di sentirsi come un terreno poco spesso dissodato, un campo con soli sassi, senza raccolti da offrire.
Ripudiò subito il pensiero, consapevole di quanto fosse effimera la sua ricercata tristezza da bardo.
Ripensò con sollievo a personaggi che aveva amato; spiriti liberi, inquieti, spesso cupi e sarcastici ma vitali, immaginati talvolta con fasci di giornali sotto il braccio, appoggiati ad un portone, nell’ombra; gli sovvennero personaggi e cose, luoghi che ancora amava forsennatamente.
Fu così che realizzò di esserci ancora, e a quel punto accelerò con l’auto, uscendo dalla litoranea ed immettendosi in una piccola diramazione secondaria.
La tensione che doveva all’ intrufolarsi nel caos del traffico cittadino cominciava già a distoglierlo dalle sue riflessioni e anche la pioggia era cessata, ormai.
In lontananza un orizzonte tremulo, con nuvole rare.
Proprio sotto i suoi occhi, invece, bastava voltare appena lo sguardo, l’argento rilucente del mare.
All’entrata in stazione ebbe la certezza che il suo passato era già divenuto momento; si era trasformato in attimi da vivere ora, uno dopo l’altro; un passato palpitante e teso, ancora una volta, a dare nuovo senso e nuova forma alle cose del suo futuro.
Di ciò ebbe immediata percezione mentre intonava uno dei motivetti leggeri che preferiva ed andava incontro alla bimba che, appena scesa da una delle ultime carrozze del treno, lo aspettava già.
Giovanni Graziano Manca
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Credo che tutti, in fondo, siamo un pò Aristide. Chi in una giornata di pioggia non si sente solo o almeno triste?Chiamare un amico o scendere per parlare col libraio sono gesti umani che tutti, anche inconsapevolemnte, facciamo. I personaggi che Aristide ama(quelli delle sue letture credo), lo aiutano ad uscire dal baratro in cui quella giornata plumbea lo stava per portare.La compagnia di un buon libro, si sa, aiuta a sconfiggere molti mali.. anche se credo che il rivedere gli occhi della figlia avrebbero fatto tornare immediatamente il buonumore al nostro protagonista!
I liberi pensatori hanno sempre vita dura, cara Simona, sempre.
I liberi pensatori hanno sempre vita dura, cara Simona, sempre.
Aristide si ritrova a cullare un’idea. Giocarci, manipolarla, svilupparla fin quando soddisfatto non ne sente il sapore della completezza. Eppure è un momento, soddisfazione effimera, perchè subito un’altra idea prende il suo posto nel “groviglio dei pensieri” e si ricomincia.
Aristide mi è simpatico, non ha paura di scandagliare tra le sue idee anzi se ne compiace e ci gioca, limandole come “artigiano della parola”. M perchè il riferimento a quegli”uomini senza coraggio, macilenti, depressi, con quel tipo di persone – se è chiaro ciò che voglio dire – che di solito, disperatamente, cercano di dimostrare a se stesse ed al mondo intero di avere ancora una qualche energia, di contare, di poter dominare il prossimo…” Aristide si sente così o è un moto d’orgolio, una presa di distanza da personaggi del genere?