C’erano una volta i giovani

di - 18 maggio 2010

Faccio parte di una generazione in via d’estinzione: i nati tra il 1970 e il 1990 sono ora la parte più debole della società, faticano a trovare lavoro, faticano a comprare casa, a rendersi autonomi. Sono sostanzialmente inascoltati e assenti in ogni programma politico vincente. Proviamo a vedere perché.
Cause economiche

Il paese tenta da tempo la transizione verso la società della conoscenza, ma la realtà è fatta di tanti lavori a poco valore aggiunto  e da scelte scolastiche penalizzanti: troppe lauree umanistiche generaliste (4 laureati quinquennali su 10 sono impiegati in lavori che non richiedono una laurea ), pochi iscritti a lauree scientifiche . L’università deve cambiare, deve preparare meglio al lavoro. La scuola deve essere meritocratica senza mezze misure. Per quanto si illudano i genitori, non tutti possono studiare, non tutti meritano di accedere all’università: facciamocene una ragione.  Dimentichiamo poi la concorrenza di paesi più giovani e aggressivi: se non riusciamo a vendere i nostri prodotti le nostre aziende chiudono o, più realisticamente, faticano a crescere e ad assumere nuova forza lavoro. D’altronde sono in un situazione difficile, oberate da burocrazia, imposte elevate, infrastrutture carenti, energia cara: senza riforme difficile venirne fuori.

Cause politiche

I giovani soffrono da tempo di un disincanto totale. Ok, siamo cresciuti vedendo il muro di Berlino crollare, ma dalla fine del comunismo non consegue logicamente la fine di ogni possibilità di progresso sociale. Abbiamo visto Tangentopoli e ci siamo accorti della corruzione generalizzata. Infine, sedici anni di Berlusconi in politica hanno abbassato il livello della politica sotto ogni standard civile. Sembra che tutto il paese sia marcio, ostaggio di nani e ballerine. Come abbiamo reagito? Girotondi, manifestazioni, No-Tav, sciarpe viola, comici che diventano leader. Insomma, c’era sempre qualcosa di giocoso. Ma non si potrebbe tornare alla politica vera? Iscriversi in massa ai partiti e portare una ventata di novità? È onestamente difficile, perché i giovani oggi non hanno tempo. Lavorano molto perché sono pagati poco , e faticano ad abbandonare quel poco per gettarsi anima e corpo negli ideali. Dovrebbero diventare élite per essere rappresentati: ma a quel punto sarebbe inutile. Le istituzioni poi non sono proprio molto affidabili: nello sforzo di auto-conservazione i sindacati difendono da anni i propri iscritti-pensionati, mobilitano folle per difendere il diritto ad andare prima in pensione pur sapendo che ci sono persone che la pensione non la vedranno. Ma in quel futuro i sindacati non esisteranno da un pezzo: problema in fondo risolto.

Cause culturali

Non è che siamo privi di colpe. Il benessere in cui siamo cresciuti ci ha spinto a pensare che non è possibile studiare e lavorare insieme. Il nostro concetto di sacrificio è molto relativo: stare a casa una sera, o non andare al cinema un’altra ci sembrano gravi attentati alla libertà di divertimento; saltare il viaggio estivo a Sharm sembra una punizione: i nostri genitori spesso non andavano nemmeno in vacanza… Come l’idea di fatica o stress: “Devo rispondere a 30 email, non ce la farò mai!”. Siamo meno combattivi di qualunque coetaneo extracomunitario (cinesi, indiani, europei dell’est) e meno formati, perché la scuola è sacrificio e al liceo lo sforzo massimo di solito era uscire con la compagna di classe più carina. Cultura elitaria: è ancora diffusa l’idea in Italia che la cultura più elevata sia umanistica, e molti giovani si sono fatti abbagliare da simile panzana. Risultato: ci troviamo a fare le segretarie, i co.pro.co, i factotum, le pubbliche relazioni (alzano il telefono). Vogliamo l’auto elettrica ma non sappiamo come produrre l’elettricità. E lo status quo è contento. In effetti la situazione attuale richiederebbe più pragmatismo mentre molti giovani vivono di ideali astratti: l’articolo 18 non si tocca , chi è di destra è fascista e io difendo la resistenza. Il paese ha bisogno di più collaborazione tra tutti i movimenti politici. Difendere il primo maggio ha senso se tutti avranno ancora un lavoro, tanto per intenderci.

Cause sociali

La famiglia è il miglior ammortizzatore sociale, perché i nostri genitori hanno una casa di proprietà, un lavoro ben pagato o la pensione. Le nonne permettono alle mamme di oggi di lavorare e avere figli (il plurale è una rarità in realtà). Tutti questi aiuti non ufficiali ci permettono di sopravvivere e, soprattutto, ci impediscono di arrabbiarci sul serio: forse solo la disperazione potrebbe spingerci al rinnovamento. Ne usciremo mai?
Siamo la generazione più connessa e potenzialmente informata di sempre. Negli anni 60-70 ci avrebbero invidiato Facebook, Twitter, il flash-mob o il couchsurfing. Wikipedia e TED sono risorse molto potenti per aggiornarsi. La realtà è che dobbiamo sacrificarci di più, sacrificarci tutti e avere fiducia reciproca: qualche anno di duro lavoro in cambio di un futuro è meglio di tanti anni di lavoro opprimente e mal pagato. I giovani oggi sono una classe sociale vera e propria: inutile conservare separazioni politiche fasulle. Le difficoltà che incontriamo entrando nel mondo del lavoro, cercando la propria autonomia, sono più forti e reali dei miti del passato.

(Andrea Danielli/LSDP)

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