di Giovanni Coletta
Qualunquismi a parte, fra gli innumerevoli vizi da cui siamo affetti, e che non perdiamo occasione di esibire o di appuntarci sul petto quasi fossero una medaglia al valore, v’è certamente una sempre più diffusa forma di arroganza che, soprattutto in discussioni e dibattiti sull’attualità politica, raggiunge picchi inimmaginabili.
Si ha, in particolare, la pretesa di conoscere tutto lo scibile su determinate materie, se ne discute atteggiandosi ad esperti o professionisti del campo e si cerca sempre di imporre le proprie ragioni. Dalla chiacchierata da bar ai talk show televisivi, è una pretesa a cui rinunciano in pochi. E minore è livello di istruzione, tanto più (e tanto più drammatico, a mio parere) questo è riscontrabile.
Ogniqualvolta si presenti l’occasione, specialmente in un periodo come questo, in cui il malcontento verso la politica è in costante aumento, è facile immergersi in polemiche tanto intricate da domandarsi, non più tardi di 10 minuti dopo, come diavolo sia stato possibile entrarci. A chi non è capitato di ascoltare, sorseggiando un caffè macchiato, una “discussione politica” da bar? C’è sempre chi “ha capito tutto”, coloro che “non si fanno più prendere in giro”, quelli che “ora ti spiego”.
La gente, meno sa, e più è convinta di sapere. Meno sa, e più ti spiega. Meno sa, e più si illude di avere esperienza a tal punto da farci “aprire gli occhi”. “Sveglia!”, si dicono gli sfidanti interrompendo momentaneamente la partita di briscola, “non avete ancora capito come ci raggirano? Ora ve lo dico io..”. Magari manco ti conoscono, però sentono di avere qualcosa da insegnarti. Sia che si tratti della strada dissestata del paesino di provincia, sia che si tratti delle grandi questioni nazionali, non c’è scampo al dubbio: troveremo sempre l’imperituro depositario dell’unica e inappellabile Verità.
All’interno dei partiti, ad esempio, è onnipresente la figura dell’anziano signore che, per scelta o per destino, è rimasto sempre confinato nelle retrovie militanti, non ha mai annusato neanche da lontano l’aria che si respira nelle mitologiche “stanze del potere”, però crede di sapere tutto. Conosce i meccanismi dei partiti, della selezione dei rappresentanti all’interno di questi, dei giochi di potere, delle conseguenze che ogni minima parola dovrebbe avere sull’intero organigramma di questa o quella realtà politica. E’ lo stesso a cui non di rado capita di rivendere ad amici, familiari o sottoposti della gerarchia di partito una semplice stretta di mano o un saluto al presidente del partito, come un colloquio di alto profilo con il capo, durante il quale ha “spiegato” al chairman problemi, soluzioni e prospettive di lungo periodo del partito o in cui ha avuto modo, nientemeno, di suggerire strategie, “indicare il solco” all’interno del quale il presidente dovrebbe muoversi.
E che dire dei talk show. Al limite fra concorsi di bellezza e improvvisati ring di wrestling, i programmi televisivi che dovrebbero istruire i cittadini su cosa realmente pensano i politici (ammesso e non concesso che siano loro in primis a saperlo), essi sono più facilmente paragonabili a inedite forme di intrattenimento serale che trovano spazi del palinsesto altrimenti occupati da fiction, film e via dicendo. L’oggetto della discussione non è più il confronto fra diversi programmi politici, diverse vedute e diversi approcci su come affrontare un medesimo problema. Si preferisce infangare l’avversario e il nome di un partito. Perché? “Perché la gente deve sapere”, sbottano indignati i politici nelle discussioni. “Perché voi dovete spiegarlo agli italiani cosa ci avete fatto con quei soldi”, “dovete smettere di prendere in giro i poveri cittadini”, “la gente è stufa”, si strillano addosso, calandosi fra la gente comune, appunto, e cercando da questa una qualche forma di identificazione leggittimatrice. Poco importa se si pecca di ipocrisia o se si accusa l’interlocutore di colpe di cui il proprio partito è maggiormente responsabile. Il cittadino assiste a una semplice e banale bisticciata fra politici, ma crede di essersi effettivamente sintonizzato su cosa succede in politica, il che è un pericolo enorme perché contribuisce a diffondere l’idea che politica sia non programmi d’azione ma litigi televisivi. E’, per il resto, il copione che puntualmente si ripete e che sistematicamente assorbiamo alla stregua della pubblicità sulla regolarità intestinale di Alessia Marcuzzi e di Geppi Cucciari. A quest’ora, avremmo gli intestini migliori d’Europa.
Si privilegia la rissa. Un buon talk show, almeno in termini di audience, è un talk show che finisce in caciara. Del resto, che noia tutti questi dati economici, questi discorsi difficili, queste proiezioni sui consensi dei partiti. Basta che l’onorevole X metta in ridicolo, sbugiardi o insulti, meglio ancora, l’onorevole Y, perché gli spettatori possano trarre godimento e i giornali possano avere di che parlare.
In generale, la gente valuta con già scarsa cognizione i messaggi che assorbe dai mass media. Crede di aver pienamente adempiuto al dovere civico di informarsi circa ciò che accade nel mondo dando una lettura veloce e approssimativa dei titoli dei giornali; non si sognerebbe mai (o comunque accade sempre meno) di leggere l’articolo correlato per intero, per quanto lungo e impegnativo. E tanto basta per sentirsi alleggeriti nella coscienza e soprattutto nelle condizioni di istruire gli altri, gli ignoranti (cioè quelli che, invece, non si informano), su come vanno le cose.
Non c’è strumento di diffusione migliore che il social network. Il malcontento verso l’inadeguatezza, il menefreghismo e l’arroganza della classe politica non potrebbe essere meglio veicolato che non su twitter, facebook e altre piattaforme. Anche la classe politica ha le sue colpe, è ovvio: ogniqualvolta essa cerchi di rattoppare un guaio, ne crea un altro. L’incapacità di divincolarsi in tale pantano, sempre che questo sia possibile, altro non fa che alimentare il qualunquismo che la assedia: gli errori si ammassano uno su l’altro e il circolo vizioso si chiude sempre più.
Non c’è da stupirsi, dunque, se nella condivisione di un post o di un twitt si concentra lo sfogo di un individuo. Sui social network si crede davvero possibile la creazione di reti di cittadini che possano scagliarsi contro la casta. Qualche volta l’interazione virtuale si è tradotta in una interazione reale, ma la condivisione di quella vignetta satirica, di quel volantino o simili rimane quasi sempre fine a se stessa. Forse si ritiene che informare i propri amici o followers sia realmente – o socialmente – utile, forse lo si vede come l’unico modo disponibile per manifestare il proprio sdegno, per “urlare” virtualmente che “non se ne può più”, avendo perso fiducia negli altri veicoli comunicativi.
Un altro sfogo della cosiddetta “gente consapevole” sono sicuramente i comici, i protagonisti della satira che spesso assurgono al ruolo di paladini della giustizia. E’ a loro che i leader di partito, politicamente spossati e disidratati e ormai privi della capacità di incanalare il consenso, che hanno ceduto la residua credibilità. Grazie a Crozza, alla Littizzetto, a Vauro o a chi per loro, la gente si sente nel suo piccolo rincuorata: i comici se la prendono con i politici, chi più chi meno, ammaliano il pubblico televisivo con battute taglienti e sempre efficaci, data la vulnerabilità della classe dirigente, e diventano i volti in cui la gente si identifica. Diventano i nuovi leader. La colpa è dei politici, chiaramente. Tuttavia, è proprio l’aver relegato indistintamente tutti i politici nell’amorfa “casta” (fatto più che deprecabile, dal mio punto di vista), il dire che sono tutti uguali e che non cambieranno mai che ha visto, dopo l’ascesa dei comici-leader, l’ascesa di Grillo, comico-(attivista) politico.
Giuseppe Grillo rappresenta, se vogliamo, l’arroganza al massimo livello. Ha saputo cogliere l’occasione di una crisi politica, prima che economica, presentandosi come l’unica medicina valida al precedente sistema partitico. La differenza con i comici che fanno della legittima satira in tv è che non si sono dimostrati presuntuosi quanto Grillo: sono e sono stati consapevoli di quale fosse il loro posto ed è in certi format che continuano ad operare. Grillo si è comportato da politico con una nuova “discesa in campo”, ma a differenza dei professionisti della politica piace perché ha abbattuto il distacco che quest’ultimi hanno sempre avuto con il popolo. Non ha bisogno di impegnarsi nel calarsi fra il popolo, come fanno i politici nel talk show: gli è spontaneo, è da lì che arriva.
Grillo strilla, inveisce, offende, generalizza nei suoi comizi per dare voce all’ira del popolo: il suo successo dipende strettamente dal grado in cui la gente si identifica in lui. Grillo dipende dalla sua gente, non da burocrazie di partito. Se la prende con le multinazionali, con la massoneria imperante, con le Olimpiadi perché trionfo del nazionalismo, contro i partiti ladri e le istituzioni spendaccione. Fa breccia nel nervo scoperto e pulsante delle convinzioni degli strati più bassi della società, focolaio non casuale del suo consenso, perché mafia e massoneria sono sempre stati argomenti affascinanti e facilmente conciliabili con le arrabbiate invettive contro la classe politica.
A ben pensarci, nessuno può parlare con certezza, con cognizione di causa degli intrecci fra massoneria, mafia e politica (si possono supporre, si possono avanzare ipotesi molto verosimili sulla base di evidenti ambiguità), ma quando si è convinti che le cose siano andate in un certo modo, non c’è modo di far cambiare idea né all’elettore di Grillo né all’anziano signore delle retrovie militanti né agli sfidanti delle discussioni da bar.
Se la gente è convinta di sapere, inserirsi in una discussione e cercare di far ragionare il nostro interlocutore sarà più difficile che raccogliere l’antimateria con un paio di bacchette. Incontreremo sempre qualcuno che si riempirà la bocca di economia e di politica pur non avendo a disposizione le più basilari conoscenze teoriche (e nella maggior parte delle volte, neanche un titolo di studio superiore alla quinta elementare), che però “ti spiegherà“. Potremmo dargli ragione per chiudere rapidamente la discussione, per farlo sentire confortato e rassicurato nelle sue radicate e inestirpabili convinzioni. Oppure potremmo ravvivare la discussione giocando a punzecchiarlo, facendolo arrabbiare (ancora un volta, sarà tanto più sprezzante e suscettibile nella sua istintività quanto minore sarà il suo livello di istruzione e/o status sociale) o assecondandolo, fingendo profondo interesse per le sue argomentazioni.
L’ignoranza, la superficialità, l’istintività derivanti da un basso livello di istruzione, di status sociale o da scarsa capacità di interazione con la società possono essere considerate una colpa? No, mai. Il problema si pone quando questo si tramuta in aperta arroganza, nell’illusione di sapere tutto, di comprendere tutto e di poter istruire gli altri su tutto. Allora quella sì, è una colpa.











