Citizen Journalism: minaccia o opportunità?
novembre 28, 2010 in Web by Marco Notari
Il fenomeno citizen journalism è quello che più di tutti sta destabilizzando l’organizzazione tradizionale della stampa.
La nascita e l’affermazione del citizen journalism, comunemente identificato nel nostro Paese come “giornalismo partecipativo”, sta, di fatto, sempre più avvalorando una concezione del giornalismo in cui i giornalisti professionisti non sono più necessari.
E’ sempre più labile, spesso impercettibile, la differenza tra professionista e non professionista e con lo sviluppo dell’autopubblicazione online, dei blog e del web reporting le frontiere del giornalismo sono davvero difficili da individuare.
Di dibattiti in merito ne sorgono quotidianamente.
Spesso il fenomeno è tirato in ballo per legittimare una vera e propria abolizione dello stesso Ordine o spingere ad un taglio definitivo ai finanziamenti pubblici di cui gode la stampa tradizionale, o, ancora, per evidenziare le eccessive retribuzioni di cui godono alcuni professionisti tradizionali a discapito dei tanti non prof che producono notizie sempre aggiornate e finemente documentate che finiscono per fornire materiale di lavoro ai primi.
Il dato oggettivo è che nessuna testata giornalistica, per grande che possa essere, potrebbe mai avere una copertura del mondo delle notizie pari a quella del reporter partecipativo, naturalmente presente sui luoghi dei fatti e pronto a diventarne anch’egli protagonista improvviso.
E nel momento in cui tutti possono essere testimoni della notizia e, soprattutto, avere i mezzi per riportarla e diffonderla, entra in crisi il vecchio dogma del giornalismo, secondo cui la testimonianza diretta è ciò che legittima la stessa professione.
Allo stesso tempo è doveroso ricordare che ogni qualvolta un nuovo fenomeno, inizialmente trascurato o non recepito come davvero rivoluzionario dal mondo politico-economico e dagli ordini professionali (tutti), riesca ad imporsi, le professioni, il mondo lavorativo e i cicli economici sono messi duramente in discussione.
E con la capillare diffusione di Internet e la conseguente partecipazione attiva identificata con il termine Web 2.0 anche il mondo dell’informazione tradizionale sta provando a sue spese cosa voglia dire “restare indietro”.
Non tutti sono rimasti fermi però. Di giornalisti professionisti che partecipano attivamente alla vita del web coinvolgendo citizen journalist ce ne sono tanti. La stessa Rai ha creato una piattaforma specifica curata dall’attentissimo Gianni Minoli.
Per tanti giovani il fenomeno sta diventando una seria opportunità di emergere dall’anonimato ed entrare in un mondo che ormai sembrava chiuso e riservato a pochi eletti.
Ma al di là del contributo dello scrivere articoli, il reale potere del giornalismo partecipativo risiede nella capacità della comunità di assumere il ruolo del controllo della democrazia, molto più dei media tradizionali.
E le ricerche dimostrano che il pubblico stesso guarda il giornalismo non tradizionale con sempre maggiore fiducia.












Marco Patruno ha detto 2 dicembre 2010
Minaccia perché mai? I giornalisti debbono avere paura soprattutto di loro stessi, devono svolgere il proprio lavoro ponendo la vita delle persone al primo posto e dopo le notizie. Il giornalismo partecipativo introduce un processo di democratizzazione nel lavoro giornalistico e gli stessi giornalisti debbono essere i primi ad essere contenti.
Lorenzo Mannella ha detto 5 dicembre 2010
In Italia dobbiamo ancora scoprirlo il vero giornalismo. Le nostre principali testate giornalistiche sono nelle mani di gruppi industriali e uomini di potere, difficile meravigliarsi se la libertà di stampa viene messa all’angolo. Ben venga il citizen journalism, sebbene lo vedrei più efficace a livello locale. Per le grandi inchieste abbiamo ancora bisogno di quei pochi giornalisti che fanno bene il proprio lavoro.