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Consenso liquido

di Mario Trifuoggi – 4 luglio 2009 – 10:03Nessun Commento

IMG_0365.jpgLa ormai celebre metafora della liquidità, ideata dal sociologo Zygmunt Bauman per sintetizzare le contraddizioni della società postmoderna, ben si presta a descrivere le vicissitudini della politica italiana. I postumi della sbornia da partito liquido, maldestro tentativo di un americano a Roma, non sono ancora smaltiti e i democratici stentano a rilanciare il proprio progetto politico. In attesa del fatidico congresso ottobrino, posto in essere fin dal simulacro delle primarie di ben due anni fa, s’inseguono ancora chimere mentre la discussione politica, quella vera, latita. Emblema della confusione che attraversa il PD e il suo elettorato, l’affaire Serracchiani, capace in pochi giorni di unire e spaccare un intero partito senza aver detto nulla di politico.

La giovane avvocatessa di Udine ha ottenuto le luci della ribalta grazie ad un puntuale intervento all’Assemblea Nazionale dei Circoli, diffuso con successo su YouTube. Le sue condivisibili parole sul modo di condurre un partito, di sostenere una linea politica e di selezionare i dirigenti le sono valse un immediato consenso e una candidatura alle europee, suffragata poi da una caterva di preferenze che l’hanno proiettata da Bruxelles direttamente a Roma, in mezzo ai giochi di segreteria. Ma se la Serracchiani deve il suo exploit alla sonora critica della gestione del partito (e non ad un’innovazione di contenuti), sorge una contraddizione, perché si è lasciata cooptare prima e si è schierata con il cooptante poi, smentendo i suoi stessi propositi. La giovane dirigente in erba avrebbe potuto scegliere di investire l’improvvisa e fortunata popolarità sul territorio, per costruire un progetto solido e condiviso da una base riconoscibile che l’avrebbe accompagnata nel suo percorso, invece di atomizzare mediaticamente il proprio consenso correndo il rischio di isolarsi e staccarsi dalla realtà. Non si tratta, infatti, solo di coerenza; è soprattutto una questione di opportunità, laddove l’auspicato ricambio della classe dirigente di un partito può avvenire solo e soltanto attraverso una frattura politica da consumarsi a partire dalle sezioni e dal territorio, prima di compiersi nei vertici nazionali.

Alla Serracchiani, come del resto ai suoi sostenitori, non mancano l’impegno e la buona volontà ma manca una sana dose di realismo. Il sociologo tedesco Robert Michels dedicò un bel po’ di tempo allo studio della SPD, in un sistema partitico decisamente più progredito di quello italiano, e ne dedusse che i partiti sono governati dalla ferrea legge dell’oligarchia. Credere di poter prescindere dalla mediazione, dagli interessi, dalle élite e dagli apparati è illusorio; bisogna concentrarsi piuttosto sulla democrazia interna e oliare tutti i meccanismi affinché le oligarchie si formino nella maniera più partecipata possibile e subiscano costantemente la pressione della competizione che ne favorisce l’avvicendamento.

Tornando a Bauman, quindi, il consenso liquido è etereo, inafferrabile; è una trappola virtuale. La “bolla” Serracchiani è una speculazione finanziaria a fronte dell’economia reale della politica radicata sul territorio. Ben vengano i nuovi media e le nuove tecnologie se consentono di allargare il perimetro orizzontale della partecipazione, ma la qualità del dibattito e dell’agenda politica continuerà a dipendere dalla struttura dei partiti, dalla loro capacità di aggregare le forze sociali dal basso e di costruire un consenso su basi solide. La virtualità fine a sé stessa, d’altronde, è disgregata e impersonale e non ha niente del potenziale sociale che il web 2.0 vorrebbe (e potrebbe) esprimere. Finché la base del PD non rifletterà su queste contraddizioni, continueranno gli strali contro gli apparati e i burocrati di partito ma il ricambio generazionale e politico – soprattutto politico – resterà un miraggio.

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