Cosa chiederei oggi a Roosevelt e come, se potesse, mi risponderebbe…

agosto 7, 2009 in Economia by Francesco Saitto

Un potenziale dialogo con Franklin Delano Roosevelt

ImageShackIntervistatore: Buonasera presidente, come sta?

Presidente: Buonasera, voglio ringraziarvi della possibilità che mi state dando di essere in questa splendida radio, oggi, con voi, perché ho molte cose da raccontare ed è da molto non mi interpellavano più, molte volte mi citano, ma direttamente nessuno mi invita, grazie di questo.

Intervistatore: Presidente cominciamo con il presentarla, anche se non ne avrebbe bisogno, ma sa in radio…potrebbero pensare che è uno scherzo da casa. Lei è Franklin Delano Roosevelt, il 32° presidente degli Usa. Da non confondere con Theodore Roosevelt, vissuto dal 1858 al 1919,  il più giovane presidente, fino ad Obama, degli usa e il cui volto è scolpito sul monte Rushmore, tra l’altro suo lontano parente. Lei, invece, è famoso per molte cose, tra cui il fatto che è stato l’unico presidente eletto per ben 4 volte, in realtà praticamente a vita visto che è rimasto in carica, fino alla fine e poi per il celeberrimo New Deal oggi evocato da ogni parte e su cui sono stati versati fiumi di inchiostro. Dico bene?

Roosevelt: beh quello che ha detto è tutto corretto, ma secondo me lei si è scordato una cosa molto importante.

Intervistatore: mi scusi sa, in parte è l’emozione di averla qui, in parte, la presentazione voleva essere solo un biglietto da visita, in effetti, a quanto pare, troppo sintetico, ci dica presidente.

Roosevelt: che io sono venuto in Italia nonostante un italiano, il 15 febbraio del 1933, il pessimo Giuseppe Zangara aveva pensato di uccidermi, prima che potessi passare alla storia per le mie politiche economiche…sono qui per nonostante gli italiani, per questo, non mi siano molto simpatici. Ma dopo tutti questi anni, a tutti si dà un’altra possibilità…

Intervistatore: ah per questo ha scelto l’Italia per quanto l’avessero chiamato in ogni paese del mondo, per darci un’altra possibilità?

Roosevelt: ma cosa vuole che me ne freghi… io ho scelto l’Italia perché ha un buon clima…sa io sono sempre stato malato, non ne ho mai parlato volentieri ma sembra, mi hanno detto di recente, che soffrissi di una rara malattia auto-immune, la sindrome di Guillain-Barré, ma non mi chieda di cosa si tratta perché non lo so.

Intervistatore: come non lo sa?

Roosevelt: dico da un punto di vista scientifico, se vuole solo soddisfare la sua curiosità le posso dire che i sintomi erano molto fastidiosi, tipo quelli della polio, una paralisi degli arti inferiori.

Intervistatore: Ma come presidente, scusi, lei non compare mai nelle foto su una sedia a rotelle o con le stampelle

Roosevelt: ma lei è veramente curioso, beh deve sapere che non ho mai voluto farmi riprendere così. Mai, tranne rare eccezioni rubate da qualcuno. Mi sono arrabbiato tantissimo quando a Washington hanno commissionato una mia statua sulla sedia a rotelle. Fortunatamente poi non ne ho saputo più nulla.

Intervistatore: perché tutto questo…

Roosevelt: non che non accettassi la malattia o che non me ne sia fatto una ragione. Ho addirittura costruito la piccola casa bianca sulle sorgenti calde, nonché l’istituto di riabilitazione Roosevelt di Warm Springs in Georgia, solo che avevo già troppi nemici, troppi ostacoli, a parte i buffoni che hanno tentato l’assassinio o un colpo di stato, almeno così si vociferava, quei nove vecchi della corte suprema ce li ho proprio qui, la mia debolezza li avrebbe rafforzati.

Intervistatore: ah allora arriviamo così, con questo suo assist perfetto, al tema cruciale. Come lei sicuramente ha letto sui giornali oggi si parla tantissimo di un nuovo new deal, della necessità di un nuovo Roosevelt..

Roosevelt: guardi la interrompo perché proprio non riesco a sentire tutte queste scemenze, anche quando le leggo mi incavolo davvero…

Intervistatore: mi scusi ma cosa intende dire?

Roosevelt: intendo dire che non esiste, o meglio, non dovrebbe esistere questo dibattito. Certo mi lusinga che tutti mi evochino e tutti si ricordino di quanto ero bravo, ma in realtà, il mio più grande successo, il new deal, non funzionò. Certo cambiò l’America e gli americani facendo nascere un abbozzo di stato sociale, ma non risolse realmente i problemi di disoccupazione…stiamo scherzando. Quei nove maledetti vecchi della Corte Suprema mi facevano la guerra per beceri motivi da vetero-conservatori, io avrei voluto che le cose andassero ma fu così solo in parte.

Intervistatore: mi scusi eh…ma cosa intende dire, che lei non è stato l’ideatore di una politica rivoluzionaria per gli USA, non lo dico certo io, tutti le riconoscono questo merito, ha quasi anticipato Keynes, persino, teorizzando l’intervento necessario dello Stato nell’economia. Mi sta prendendo in giro?

Roosevelt: no, certo che no. Tutto questo è vero. Assolutamente vero. Il giovedì nero fu colpa di una eccessiva sregolatezza dei mercati e sicuramente le mie politiche hanno attenuato la misera, ma fuori dalla crisi, alla fine, ci ha portato la seconda guerra mondiale, ah che manna, non che fossi un guerrafondaio, tutt’altro, ma la guerra ci ha permesso di diventare o forse di tornare la vera locomotiva del mondo, il centro dell’economia.

Intervistatore: lei ci sta dicendo che non contavano niente quelle sue affermazioni del tipo “l’unica cosa di cui aver paura è la paura stessa” oppure “io vi prometto, io prometto a me stesso un nuovo corso per l’economia statunitense”, erano solo parole al vento?

Roosevelt: ah che belle parole.. me le ricordo, ero proprio bravo ai miei tempi…certo che no. Io ci credevo, ma poi mi son dovuto scontrare con la realtà. Tra l’altro la crisi di allora era più facile da gestire, veniva dall’economia reale, era una comunissima crisi di sovrapproduzione come ce ne erano tante in quel periodo di euforia. Una c’era stata già all’inizio degli anni ’20. Insomma roba conosciuta che ha investito gli Usa e che, per quanto fosse planetaria, era planetaria relativamente alla concezione di allora del mondo, Europa più Usa, non certo estesa come oggi.

Intervistatore: ma perché, oggi che c’è di diverso a parte l’estensione della crisi?

Roosevelt: Oggi di diverso c’è che siamo in un mercato mondiale, in un’economia mondiale, senza regole mondiali. La crisi è nata dalla finanza, sui soldi, diciamo così, neanche “virtuali” ma propri “ectoplasmatici”, se mi passa il neologismo, tanta è la loro inconsistenza.

Intervistatore: insomma, lei ci sta dicendo che a uscire dalla crisi non basterà nessun rimedio, alla lunga sarà una guerra; che la crisi di oggi è molto più grave perché non ci sono regole mondiali, che i cittadini si devono preparare al peggio, come si fa ad aver paura solo della paura e, poi, come è possibile secondo lei, con questi presupposti, superare la odierna “greedy economy”?

Roosevelt: mi permetta di dirle che io non ho detto proprio questo. Ho detto che ai miei tempi, alla fine, il new deal fu meno di quanto si pensa almeno in relazione all’uscita dalla crisi. Fu importante perché introdusse il Welfare state, ma questa è una cosa su cui tornerò, se ci sarà tempo. Non ho detto neanche che la guerra incombe, dico solo che servono regole mondiali, più severe che permettano di regolare il mercato. Solo così si potrà uscire dalla crisi, dopo un poco di recessione, è ovvio.

Intervistatore: Ma servirebbe un nuovo Roosevelt? e della paura che ne pensa?

Roosevelt: perché dovrebbe servire un nuovo Roosevelt se ci sono già io, scusi. Certo che non serve. Serve un uomo degli anni 2000 che prende di petto la situazione e, analizzandola, la destrutturi, per poi ristrutturarla nuovamente, non guardatevi sempre indietro, altrimenti la speranza si trasforma in paura. D’altronde sono due facce della stessa medaglia

Intervistatore: Allora cosa può consigliarci visto che è qui come esperto in materia di crisi?

Roosevelt: guardi posso solo consigliare di tenere in considerazione sempre due motti, uno latino e uno greco: fortiter in re in modo suaviter, e, poi, massimamente importante, un motto a cui io sono molto affezionato, perché viene da Euripide, per cui “Sempre ogni giorno fa imparare qualcosa di nuovo…

Intervistatore: insomma, come diceva il fisiologo tedesco Emil Du Bois-Reymond, Ignoramus et ignorabimus, non sappiamo e non sapremo?

Roosevelt: non prima che gli eventi si compiano. Controllare la storia nel suo lato terribile è spietato, ma affascinante contemporaneamente, il tempo, è eterna aspirazione dell’uomo, ma se si vola troppo vicino al sole si precipita. Non guardiamo al passato per risolvere questa crisi, guardiamo al futuro e al mondo che vogliamo e che volete per i nostri e, soprattutto, vostri figli.

Intervistatore: Sono molto contento di averla avuta con noi anche per un altro motivo.

Roosevelt: mi dica.

Intervistatore: sto scrivendo la tesi e il mio primo capitolo parla proprio di lei. Il suo spirito rivoluzionario mi ha veramente affascinato. I suoi discorsi, i suoi ideali, la sua lotta all’ideologia autarchico-individualista, per una società più giusta…l’ho trovata un precursore, una di quelle persone a cui ci si deve rivolgere nei momenti di difficoltà…la sua lotta contro i poteri forti e conservatori è stata condotta in maniera esemplare, per questo lei è un modello. Insomma, grazie per quello che ha fatto, grazie per quello che gli altri faranno pensando di imitarla…Ma bando ai convenevoli, per chiudere, che ne pensa di Obama? Sa che noi qui abbiamo fatto la diretta notturna per seguire le elezioni del nuovo presidente, che mai come oggi sembra un messia, un predestinato, più che un politico?

Roosevelt: penso che non mi interessa il colore della pelle, ma che in questo caso è una prova fondamentale della dinamicità diacronica del mio paese, in 100 anni i neri sono diventati da schiavi a presidenti. Penso che sia bravo e che abbia delle enormi potenzialità che spero riuscirà ad esprimere, spero che sia un grande presidente, un grande Caronte che ci traghetti verso più ameni lidi e dolci spiagge, salvando l’economia, ma prima ancora l’ambiente, vera unica condicio sine qua non della vita dell’uomo, l’uomo non vive di economia, prima di tutto deve respirare. L’ecosistema non è nostro, è delle generazioni che verranno, nei nostri discendenti, di chi verrà dopo di noi. Non dimentichiamocelo mai. D’altronde, anch’io ho un primato: il primo ed unico presidente ad essere stato eletto per più di due mandati, ditemi se è poco, per questo mi sento vicino a lui.

Intervistatore: insomma, sempre, stando a quello che dice, per ora, tornando ai romani, sembra perfetto il motto, relativamente all’ambiente, “mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata”, per il futuro speriamo che le cose migliorino. Grazie signor presidente è stato veramente un onore poterla intervistare oggi,per chiudere con una battuta, cosa ci direbbe?

Rooveelt: beh tanti sono i brocardi a me cari, direi , partendo dal presupposto che è necessario introdurre nella greedy economy, un poco di solidarietà, specialmente in materia di soldi, che se non si riesce a cambiare in fretta, a capire quando è necessario virare, “spesso, diceva Lucano, resta l’ombra di una grande fama” e nulla più, gli Stati Uniti possono tornare di nuovo al centro del sistema ma devono difendersi dall’avidità, solo così si aprirà, di nuovo, un nuovo corso.

Intervistatore: intelligenti pauca, grazie signor presidente

Roosevelt: grazie a lei e arrivederci

di Francesco Saitto 12/11/08