Alcune domande sulla Cuba di oggi e di domani

marzo 11, 2009 in Dossier Glocal, Politica da Simona Scelfo

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ImageShackHo sempre trovato qualcosa di unico in Cuba, paese sospeso tra l’Oceano Atlantico e il Mar dei caraibi così vicino agli Stati Uniti ma ideologicamente agli antipodi.

Al di là dei famosi “cubani”, i migliori sigari al mondo, delle macchine d’epoca e del clima caraibico, cosa rappresenta Cuba?

Cuba è il paese dove il Che ha realizzato la “rivoluzione”, dove si dovrebbero essere realizzati quegli ideali di libertà che sognava per tutta l’America latina. Dico dovrebbero perché non credo che tali ideali si siano pienamente compiuti negli anni di Castro al potere. Allo stesso tempo credo che non possano non essere  riconosciuti al lider maximo alcuni meriti nel miglioramento della condizione di vita dei cubani. Non dimentichiamo però che Cuba è il paese dove Fidel Castro ha mantenuto la più lunga dittatura della storia, ben quasi 50 anni. Fidel Castro è una figura controversa, amata e detestata a seconda di quali lenti usiamo per guardare i suoi 50 anni al potere. Senza dubbio ritengo possa essere considerato l’uomo di potere che è il simbolo perfetto di un secolo in cui il mondo è stato diviso a lungo in due grandi blocchi. Cuba è stata la spina nel fianco degli Stati Uniti, era l’avamposto del comunismo di stampo sovietico, la storia ci ha dimostrato quanto la repressione maccartista nel territorio degli Stati Uniti fosse forte e penetrante nei confronti di chi fosse anche solo ritenuto simpatizzante di tali idee.

A Cuba invece il clima com’era?

Qui i punti di vista sono divergenti. Nel 2005 è stata sottoscritta da circa 200 intellettuali di tutto il mondo, di cui 4 premi Nobel, una lettera per la Commissione dei Diritti Umani, in cui si sostiene che a Cuba “non c’è mai stato nemmeno un caso di desaparecido, di tortura o esecuzione estragiudiziale” e che, nonostante l’embargo, “sono stati raggiunti indici di salute, istruzione e cultura internazionalmente riconosciuti”. Attualmente si contano circa 19.000 firmatari di questa lettera, sottoscritta da associazioni, uomini politici, intellettuali, di ogni parte del mondo (www.cubadh.net). Mentre l’associazione contro la pena di morte Nessuno tocchi Caino, attraverso una nota del segretario commenta la lettera affermando che essa “non tiene conto minimamente della realtà cubana e dei misfatti compiuti dal dittatore di più lungo corso al mondo” e che “la Perla dei Caraibi non è tutta sole, mare e sabbia. È anche galera e centri di rieducazione”.

Cuba oggi vive gli effetti del 19 febbraio 2008, quando, in un messaggio alla nazione, Fidel Castro annunciò ufficialmente che non si sarebbe presentato per un nuovo mandato presidenziale. Siamo tutti d’accordo che a Cuba sia ora di cambiare, che sia Raul, il fratello di Fidel,  l’uomo del cambiamento? Fidel ha lasciato a lui il potere e, per adesso, è lui che ha in mano tale possibilità. Sembrerebbe che poco alla volta qualcosa stia cambiando; è nota l’apertura verso elettrodomestici, cellulari e computer. Se ci pensiamo il nostro modo di comunicare non potrebbe esistere senza tali strumenti, la possibilità di esprimersi che danno è potenzialmente sconfinata, e, almeno in questo, il segnale di cambiamento sembra esserci. Tale atteggiamento dovrebbe dare nuove possibilità ai cubani, che così avrebbero modo di aprirsi  al mondo più di quanto la politica di chiusura gli abbia concesso fino ad oggi. Gli stessi cubani e analisti di tutto il mondo, sembrano concordare sul fatto che Raul Castro e gli altri  ‘politici doc’, che governano collettivamente con lui, portino avanti lentamente, eppure costantemente, dei cambiamenti. Non possiamo aspettarci che il cambiamento sia immediato, e tanto meno che Raul possa rinnegare quello che è stato fino ad oggi il clima politico di Cuba, vorrebbe dire rinunciare, per esempio, a quello che è il mito di Che Guevara, eroe indiscusso per ogni cubano, o a tutta la struttura ideologica, politica, e culturale del clima socialista che si respira nell’isola.

Quali sono state le reazioni del mondo quando Castro ha abbandonato il potere?
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Da parte degli Stati Uniti, le dichiarazioni di ingerenza si sono moltiplicate, il presidente Bush ha affermato che la comunità internazionale avrebbe dovuto lavorare col popolo cubano per incominciare a costruire delle istituzioni necessarie per la democrazia. Mentre il senatore democratico del Connecticut, Christopher Dodd, lanciò un appello: “il blocco degli Stati Uniti contro Cuba è uno delle politiche estere più inefficaci e retrograde della storia. Oggi, gli Stati Uniti hanno finalmente un’opportunità di cancellare tutto e cominciare da zero”. Lo stesso giorno dell’annuncio ufficiale di Fidel Castro, 104 membri del Congresso degli Stati Uniti di un totale di 435, inviarono una lettera aperta alla segretaria di Stato Condoleezza Rice esigendo una revisione totale della politica di Washington verso Cuba: “Dopo 50 anni, consideriamo che è già ora di pensare ed agire in una forma nuova”. I firmatari hanno insistito sull’assoluta mancanza dei risultati. Per cinque decenni, la politica statunitense scommise sulle sanzioni economiche e l’isolamento diplomatico per obbligare il governo cubano al cambiamento. L’evoluzione della situazione dimostra che questa politica non ha funzionato (Agence France Presse “Des parlementaires américains exigent un changement de politique envers Cuba”, 19 febbraio 2008).
In Europa invece il Primo Ministro francese, François Fillon, ha auspicato un’evoluzione del regime cubano verso la democrazia. A Bruxelles, Javier Solana, l’alto rappresentante della politica estera e della Sicurezza Comune dell’Unione Europea, alluse anche ad un processo di transizione democratica. Il presidente del Parlamento Europeo Hans-Gert Poettering adottò lo stesso discorso. In Italia sottosegretario degli Affari Esteri per l’America Latina, Donato di Santo, alluse anche “ad una transizione democratica ed al rispetto dei diritti umani” (The Associated Press/New Herald, 19 febbraio 2008).
Per i paesi dell’America latina la reazione è stata quella di non modificare sostanzialmente le proprie posizioni, e, più di tutte mi ha sorpreso la dichiarazione del presidente brasiliano Lula: “Fidel è l’unico mito vivo della storia dell’umanità” (Libération, «Des appels à davantage de démocratie à Cuba», 20 de febrero de 2008). La dichiarazione di Lula è un esempio, ma non è un mistero che vi sia una certa sinergia tra l’America latina e la Cuba di Fidel, tanto che anche il governo messicano ha ribadito la sua volontà di continuare ad avanzare nel processo di avvicinamento bilaterale, iniziato alcuni mesi fa.
Ma i cubani cosa ne pensano del cambiamento? Come si vedono nel futuro?
Per rispondere mi rifaccio ad un’inchiesta che ho trovato molto interessante e del tutto inusuale, pubblicata il 31 dicembre da Juventud Rebelde che ha interpellato 280 giovani cubani su ‘Come volete che sia Cuba nel 2020?’. Sostiene il giornale, “solo pochi di essi hanno ammesso che sperano di non trovarsi ancora nell’isola”. Per contro, la grande maggioranza sogna “una Cuba socialista con la C maiuscola”, pur se, dice sempre Juventud Rebelde, “bisogna cambiare alcune cose, per porre fine alla decadenza, allo sporco e senza aver paura della novità”.
Quello che è chiaro è che, parlare di un processo di transizione, ora che Raul è al potere, sarebbe un errore. I cubani non vogliono in nessun modo ritornare ad un’economia di mercato, sarebbe sinonimo di attentato contro le loro conquiste sociali e la loro sovranità, non sono mai stati facilmente influenzabili da ingerenze esterne sulla loro politica interna. Si tratta in realtà di un processo di continuità rivoluzionaria, profondamente radicato nel seno della società cubana e, senza alcun dubbio, irreversibili.
13/05/2008
Articolo scritto in occasione della presentazione del documentario Fidelity di Alessandra Magnaghi e Ortensia Visconti.
Simona Scelfo

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