Il mondo che sarà

marzo 15, 2010 in Dossier Glocal, Economia, Politica da Antonio De Gregoris

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Brasile, Russia, India e Cina hanno l’85% della popolazione, il 25% dell’economia mondiale, ma meno del 5% dei mercati.
Nel 2040 la Cina sarà la nazione con il PIL procapite più alto del mondo.
L’economia cinese raggiungerà un giro d’affari di 123.000 miliardi di dollari, più o meno il triplo della produttività economica complessiva dell’intero pianeta nel 2000. Il reddito procapite in Cina toccherà gli 85.000 dollari, più del doppio di quanto si prevede per l’Unione Europea, e una cifra di gran lunga superiore a quella di India e Giappone. L’abitante medio di una metropoli cinese vivrà due volte meglio del francese medio. Anche se probabilmente non sorpasserà gli Stati Uniti in termini assoluti, fra trent’anni il valore della Cina nell’economia mondiale rappresenterà il 40% quando gli Stati Uniti si piazzeranno soltanto sotto il 20% e l’Unione Europea intorno al 5%. Se gli equilibri tra gli Stati, la propensione a riformare strutturalmente i propri apparati, gli investimenti in ricerca rimarranno come sono ora, i paesi BRIC fagociteranno, in meno di mezzo secolo, ogni paese, oggi, considerato occidentale.
Nella migliore delle ipotesi saranno loro i paesi padroni del mondo, nella peggiore  faranno parte del quartetto anche Indonesia e Messico ch contano rispettivamente 250 e 120 milioni di abitanti.
Nel 2040 ancora di più il costo del lavoro rimarrà la discriminante che porterà ad un flusso sempre più sostenuto di delocalizzazione. Un lavoratore nei paesi BRIC, costerà 30 volte meno rispetto all’occidente, nel 2050 questo costo sarà di poco maggiore per placare e soffocare le spinte delle masse che chiederanno sempre più insistentemente maggiori tutele. Il moltiplicatore risulterà intorno a 25 e, ancora conveniente, farà spostare l’intera produzione mondiale in quelle terre. Fino al 2050 la disoccupazione in occidente sarà sempre crescente mantenendosi cronicamente sopra il 10% (soglia crisi); il 70% della produzione mondiale sarà delocalizzata.
L’oriente (BRIC) produrrà, l’occidente consumerà. Così si dividerà il mondo. I primi per mantenere alti i propri livelli di produzione, sorreggeranno il debito sovrano dei secondi indebitatisi per sostenere il reddito dei disoccupati e il sistema previdenziale ormai al collasso. Le piccole imprese occidentali non riusciranno a incamerare disoccupati e produrranno esclusivamente beni legati al territorio nel quale si trovano: beni di necessità, servizi di base e nulla di altamente specializzato. Le medie imprese, oasi di lavoro e boutiques di qualità, saranno costrette a vendere i loro beni ai paesi più ricchi.
La crescita a deflagrazione dei mercati emergenti sposterà l’asse della finanza. La Cina comprerà sempre più debito americano ed europeo ed imporrà una moneta sovranazionale, escludendo il dollaro dai traffici internazionali. L’America perderà il ruolo di preminenza nella finanza mondiale. Il maltempo in Brasile deciderà sempre di più le oscillazioni sui prezzi delle commodities (riso, frumento, cacao, cereali, soia) sulla borsa di Chicago. I russi e i cinesi saranno gli unici produttori di energia. Finito petrolio e carbone, ingenti investimenti in nucleare renderanno non remunerativi gli investimenti in fonti alternative. Londra, la City, sarà il parco giochi dei magnati russi.
I finanzieri sostituiranno i politici e gli hedge funds siederanno in Parlamento.
Senza riforme nel 2060 è previsto il prossimo crollo finanziario.
Scenario fantascientifico? Forse, ma di sicuro è questo il trend e lo scenario che ci aspetta. L’unica soluzione evitare una sempre maggiore sudditanza e una crescita sostenibile si chiama Ricerca.
Per evitare la subalternità economica, l’occidente deve passare, ora, per un sistema che non sia caratterizzato dalla esportazione di cose. Il prodotto che l’occidente deve produrre dovrà essere conoscenza e know how. La difficile replicabilità della competenza le fa acquisire un valore potenziale di gran lunga maggiore rispetto ad un bene finito. Esportare capacità ingegneristiche, chimiche, organizzative, informatiche, sperimentare tecnologia, partorire invenzioni e innovazioni creerà un vantaggio non delocalizzabile. Questo è passaggio fondamentale per la sostenibilità della nostra società ed è lo Stato che deve guidare il mercato su questo binario. Per attuare un disegno di questo genere lo Stato dovrà essere flessibile, dovrà avere la capacità di cambiare e di farlo subito. Il ritardo comporta danni alla competitività delle proprie imprese ma soprattutto della propria posizione nello scacchiere geoeconomico. Per far sì che le proprie risorse e competenze siano davvero concorrenziali dovrà ripensare alla propria struttura istituzionale come parte di quella concorrenza dove i players sono le altre nazioni e le migliori condizioni che offrono per spingere le società a investire lì.
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