Guardiamo al futuro ma siamo nel passato
Immaginate: siamo alla Camera, Stati Uniti, un neo-eletto presidente chiamato Obama sostiene di prendere ad esempio Giappone, Germania ed Italia per lo sviluppo delle energie rinnovabili. Non solo, rincara la dose sostenendo che, tali Paesi, devono essere presi a modello, e gli Usa non saranno da meno! Un sogno, e tale rimane. Per trasformarlo in realtà dobbiamo sostituire all’Italia la Spagna. Infatti se nel discorso di Obama includiamo la Spagna, non dobbiamo immaginare un bel niente poiché, quello che otteniamo, è proprio il testo del discorso del presidente Usa. Sì, questo nuovo, abbronzato (come direbbe qualcuno), presidente che, per risollevare l’economia a stelle e strisce, vuole spingere sull’energia pulita.
Per capire perché la Spagna venga presa come punto di riferimento, è il caso di soffermarci sulle politiche energetiche di questo paese, soprattutto, confrontiamole con il nostro. Vedremo perché, il Bel Paese, non è neanche alla lontana tra i possibili candidati ad aspirare al ruolo di modello.
Questo confronto nasce da un articolo de El Paìs che, attirata da subito la mia attenzione, così titola: “Las renovables baten sus marcas y generan ya del 30% de la electricidad”. Se non fosse abbastanza chiara la portata di una percentuale così alta, il giornalista, nel sottotitolo, fa presente che “España supera en lo que va de año el objetivo fijado por la UE para 2010”. Tradotto in parole povere vuol dire che la Spagna utilizza quel patrimonio di sole e vento che la sua collocazione geografica le fornisce, e, ci tengo a sottolineare, a cui noi non avremmo nulla da invidiare. Invece invidiamoli, perché noi questo potenziale non lo utilizziamo, anzi lo snobbiamo decisamente, e, non contenti, siamo ai primi posti delle classifiche mondiali per importazioni di energia elettrica. Complimenti.
Per comprendere nel dettaglio quello di cui si sta parlando, ecco, numeri alla mano, il quadro della situazione. Dal titolo dell’articolo de El Paìs sappiamo che la percentuale spagnola di approvvigionamento da rinnovabili ha raggiunto il 30%; siete curiosi di sapere a quanto ammonta in Italia? Presto detto, siamo al 15,7%. Non crediate però che si possa semplicisticamente dire che loro hanno raggiunto il doppio. No: noi bariamo. Trucchiamo questo dato includendo nel conto delle rinnovabili (alla voce termoelettriche), anche l’energia generata dalla termovalorizzazione ovvero la combustione della spazzatura.
A questo punto bisogna aprire una parentesi. Non è che la combustione di rifiuti non sia fonte rinnovabile in sé. La questione è che in Europa (direttiva CE 2001/77) è considerata rinnovabile solo la porzione che deriva dalla combustione del materiale organico, quello non riciclabile, mentre il resto è smaltito diversamente, reimpiegato, riciclato, quello che si vuole, ma non bruciato. Risultato? Nei nostri conti i valori sono gonfiati. La combustione di rifiuti raggiunge il 2% del fabbisogno energetico, però bruciamo quello che non si dovrebbe; non solo, negli anni passati, poiché tale pratica è stata assimilata a fonti rinnovabili, sono stati elargiti anche contributi statali, i CIP6 (ovvero un 6% sulle bollette pagate dai cittadini che sarebbero dovuti essere investiti in energie pulite). Morale della faccenda? Bariamo. Se fossimo ad una partita di poker dalla nostra manica cadrebbe un asso, o forse una regina, dipende dalla mano.
La termovalorizzazione non è che una delle potenziali fonti rinnovabili, peraltro una delle meno pulite. Il panorama delle fonti è in realtà vasto e si divide tra: fonti che vengono definite “classiche”, ovvero centrali idroelettriche e centrali geotermoelettriche (per approfondire sull’argomento suggerisco la lettura di un articolo con una proposta molto interessante la nuova frontiera viaggio al centro della terra), e fonti che vengono dette “nuove” come eolico e solare. Per completezza di esposizione, ritengo doveroso citare le energie ancora in fase di sviluppo quali: le biomasse, l’energia geotermica da rocce calde e lo sfruttamento dell’energia oceanica (solo per dirne alcune), sulle quali però non mi soffermerò vista la loro peculiare applicazione (anche se ci tengo a sottolineare velocemente il fatto che le biomasse, combinate con lo sfruttamento di combustibili fossili, hanno reso il Brasile completamente autosufficiente sul piano energetico).
A conti fatti queste fonti (classiche e nuove) sostengono il nostro fabbisogno energetico in modo spaventosamente limitato: le classiche idroelettriche e geotermoelettriche raggiungono rispettivamente il 10,7% e l’1,5%, e sono già a livelli di sfruttamento massimo. Tra le nuove, e questo è il momento in cui dovrebbero cadere le braccia, non prima però di averci consentito di strapparci i capelli, siamo messi decisamente male: eolico 1,1% e solare 0,01%.
Nel 2008 eolica ed idraulica in Spagna hanno realizzato il 18% del fabbisogno, senza il solare, e, soprattutto
senza la spazzatura. A questo punto mi diletto nel raccontarvi un episodio che ho trovato particolarmente indicativo: il 2 novembre 2008 la Red Electrica ha dovuto disconnettere il 37% degli impianti eolici perché, a causa delle condizioni atmosferiche particolarmente favorevoli, stavano generando troppa energia creando un sovraccarico nelle rete. Tale possibile eccesso di approvvigionamento, permetterà ai nostri vicini iberici di realizzare un piano di scambio con la Francia a sostegno di una più efficiente politica energetica. Peraltro, aggiungo, il disconnettere un impianto eolico per evitare il sovraccarico non genera altro effetto se non il girare a vuoto delle pale. Provate a gettare un fusto di petrolio in mare, o occultare una barra di Uranio-235 sottoterra, e ditemi se non si rischiano conseguenze semi-catastrofiche.
Il fatto incontestabile è che le energie rinnovabili sono un vantaggio, e non solo per quegli “esaltati” del WWF o di Greenpeace; sono, piuttosto, un redditizio settore di investimenti e creazione di posti di lavoro, tanto che Obama punta a renderle un settore trainante della malmessa economia statunitense per uscire dalla crisi. Tali fonti di approvvigionamento energetico rendono indipendenti, non solo da un punto di vista economico, ma anche politico. Economicamente parlando, la Spagna nel 2008, grazie ai soli impianti eolici, ha evitato l’importazione di combustibili fossili per ben 1.200 milioni, generando 40.000 posti di lavoro ed evitando l’emissione di 20 milioni di tonnellate di CO2 (l’equivalente di un quinto delle emissioni totali di tutto il paese).
E noi? Noi siamo il secondo paese al mondo per importazione di energia elettrica, il primo se si conta il saldo con l’estero. Il 90% dell’energia elettrica che importiamo viene da Francia e Svizzera che la producono con centrali nucleari e, contando anche i combustibili importati (perché non disponiamo di risorse fossili di alcun tipo), l’Italia dipende dall’estero per l’84% del suo fabbisogno energetico. A conti fatti basterebbero una crisi, una guerra, l’interruzione di un qualsivoglia preziosissimo rapporto diplomatico, o peggio, un albero che cade su un traliccio, e rimaniamo al buio. L’unico modo per renderci indipendenti e autosufficienti è fare affidamento sulle rinnovabili; come siamo messi? Tanto per riprendere uno dei valori già citati, solare 0,01%, tombola! Siamo schiavi: sudditi delle fluttuazioni del mercato, succubi delle instabilità politiche del Medio Oriente, ruffiani di Est e Nord Europa per il gas naturale e, ahimè, dobbiamo avere paura dei temporali, perché se un albero sulle Alpi cade e finisce su un traliccio siamo nei guai. Eppure basterebbe investire… Non si utilizzi la crisi come scusa, perché c’è chi fa delle energie rinnovabili il proprio cavallo di battaglia proprio per superare questo periodo nero per le economie di tutto il mondo: Germania, Giappone e Spagna in primis, con un futuro discepolo quale gli Usa di Obama.
Concludo con una stima della Red Electrica: la sola energia fotovoltaica di cui dispongono oggi in Spagna, rende l’equivalente energetico di tre centrali nucleari. In Italia invece di puntare su tali pulite, rinnovabili e sostenibili energie vogliamo rientrare nel nucleare. Credo ci sia una stonatura, non vi pare?
Fonti:
-
Terna, “Dati statistici sull’energia elettrica in Italia” (2007)
-
Dati IEA World Energy statistics 2007
-
BP Statistical Review of World Energy 2008
-
Direttiva CE 77/2001
-
El Paìs 9 Marzo 2009 “Las renovables baten sus marcas y generan ya del 30% de la electricidad” di Rafael Méndez
Simona Scelfo
Link utili
Articoli correlati:









Simona Scelfo,
se ti dico che ho trovato l’articolo ed i commenti molto interessanti poi mi accusano di avere “interessi” perché faccio parte della redazione… Ma tant’è ^^
(Scherzo sulle “accuse”, ovviamente)
Daniele felice di esserti stata utile!
Questo è un tema che mi sta molto a cuore e per il quale ho un interesse e una curiosità sempre vivi.
Ecco perchè ringrazio l’anonimo che studia in Spagna per le informazioni preziose, da un punto di vista tecnico, che ha lasciato.
Eh sì il nucleare pulito è una bufala, lo è sempre stata e sempre lo sarà Stefano G. Anche se sarebbe più corretto dire che è pulito perchè non emette co2 però inquina in una maniera diversa e non di poco conto. Inoltre, non dientichiamo, che l’estrazione di uranio & co. può comportare stravolgimenti geopolitici e sfruttamento di tutti quei paesi in cui i materiali si estraggono (basti pensare al continente africano martoriato in ogni suo punto). E credete che gli isotopi radioattivi esisteno in natura? Si creano artificialmente per ottenere quella molecola (l’isotopo per l’appunto) che essendo più instabile renda più vantaggiosa la fissione.
In ogni caso… Per tutti benvenuti su Dilliger.it!
I vostri internventi hanno suscitato in me alcune riflessioni.
Sono dell’idea che il nucleare in Italia serva più o meno come l’alta velovità torino-milano, più per fare ricchi pochi che per offrire un vero servizio. Detto ciò le centrali a carbone per quanto mi riguarda sarebbero da bandire, dati alla mano ogni molecola di co2 che ci ostiniamo ad immettere nell’aria è un insulto alle generazioni future e, senza mezzi termini, significa calpestare i loro diritti. Oltre che i nostri perchè, non so voi, ma io proprio non ci tengo a ritrovarmi tra 20 anni in un pianeta dall’aria irrespirabile, terribilemnte più caldo e senza via di ritorno.
Detto ciò non posso che augurarmi che a copenaghen prendano finalmente delle misure concrete perchè se quanto a dichiarazioni di principi non ci sono dubbi su quella che dovrebbe essere la direzione da intraprendere, direi che a conti pratici nessuno è disposto a muoversi dalle sue posizioni.
La chave di volta del cambiamento è nel cominciare a smettere di percepire l’ambiente come uno scomodo fardello, piuttosto invece riconoscerne il valore fondamentale e la necessità di preservarlo. Non è un impedimento al profitto, può bene essere parte di questo e direi che DEVE esserlo senza mezzi termini e mezze misure di sorta.
Grazie per i vostri interventi, sperando di leggervi presto su Dillinger.it, a presto!
Premetto che sto studianto tecnologia energetica in Spagna.
La Spagna sta adoperando una politica energetica invidiabile perché, pur avendo piú o meno le nostre stesse risorse del sottosuolo (circa zero) ottiene energia in maniera ababstanza differenziata: carbone, gas naturale, nucleare, eolico, piú o meno con una contribuzione del 20% cadauno; quello che resta é un miscuglio delle altre rinnovabili e biomassa. In questo modo non dipende in maniera assoluta né troppo determinante da nessuno, il che garantisce una certa stabilitá energetica in termini di somministrazione e anche di prezzo.
L’eolico conta molto in spagna, peró, a causa delle continue fluttuazioni nella produzione, che variano in un range di 1 a 10, ci sono sempre delle centrali a ciclo combinato (gas natural) pronte a entrare in marcia, e lo fanno spesso e volentieri. Cioé c’é molta potenza eolica installata, che si cerca di approfittare il piú possibile, e molta di riserva non rinnovabile, che si usa spesso.
E poi ci sono le centrali nucleari che somministrano energia in modo continuo senza emettere CO2, che non si spengono e che non si spegneranno nemmeno nelle prossime decadi.
Quindi la Spagna punta sull’eolica, peró conta sul nucleare e sul miglioramento di tecnologie ed impianti come strumento di passaggio a energie piú pulite, e ci conterá per i prossimi 20 anni sicuri. Il fotovoltaico esiste ma solo come strumento di vanto, perché non puó sostituire l’energia tradizionale, comunque qui in Spagna sono numerosi gli incentivi per realizzare tali installazioni. Se confrontiamo i prezzi, c’e un rapporto 1 a 8 tra l’energia tradizionale e quella fotovoltaica pulita (alla fonte). Ció non toglie il fatto che vale la pena continuare la ricerca e che per soluzioni isolate o residenziali si puó sfruttare.
Riassunto:
In Italia non c’é spazio né vento per avvicinarsi al modello spagnolo parlando di energia eolica. Si puó cercare tuttavia di installare alcuni ulteriori parchi eolici e incrementare il contributo di quest’energia al totale, e penso che qualcosa si fará.
Il fotovoltaico é ancora troppa giovane per dare energia economica su larga scala. Tuttavia a livello famigliare puó essere utile.
Nell’attesa di energie pulite e competitive possiamo aspettare e continuare con le centrali a carbone, emittendo cosí un sacco di CO2 ed altri gas contaminanti, senza contare la contaminazione e l’impatto che deriva dal trasporto e stoccaggio dei combustibili, o comprare letteramente know how, tecnologie e impianti nucleari per coprire una fetta del nostro fabbisogno energetico, cosa che ci costerá cara e che peró ci permetterá di ridurre le emissioni nell’attesa delle “nuove energie”. Il problema é che se torna il nucleare in Italia, temo che prima o poi sicuramente qualcuno si inventerá la maniera di far scomparire, mafiosamente parlando, le scorie, e cosí ci troveremo a parlare di inquinamento nucleare, che altrimenti, se si seguisse una normative e delle procedure adeguate, non esisterebbe. Le “scorie” possono essere gestite in maniera intelligente, e in realtá sono combustibile che si puó usare in nuovi reattori ancora poco diffusi nel mondo, per colpa del fatto che la cosa non é stata fino ad ora economicamente vantaggiosa.
Ognuno puó dire la sua, ma questa é abbastanza verosimilmente la nostra situazione. Come stiamo adesso siamo molto vulnerabili e inquinanti in tema energetico, e in piú la paghiamo cara.
La scelta é ardua. Non vorrei trovarmi a farla io.
Erik
grazie!!!! informazioni molto utili!!!
…e a noi ci danno a bere la bufala del “nucleare pulito”… e, ancor più grave tutti se la bevono!
Consiglio a tutti di vedere la puntata di Report di questa sera su Raitre.
Tema: il nucleare.
[Simona] mi fa piacere che la segnalazione di Antonella sia stata gradita. Anche il tuo passaggio sul Khayyam’s Blog lo è stato: mi ha dato la possibilità di conoscere un progetto, quello che state realizzando con Itaka Press, davvero molto interessante. In bocca al lupo x questo e per le tue altre attività.
RB
Allego un articolo sul tema del nucleare e la sua comparazione con le altre fonti di approvvigionamento. C’è da riflettere bene sulle scelte fatte e su quelle ancora da fare…
La scelta nucleare
di Mario Tozzi – 26/03/2009
Fonte: greenreport
Invece di scegliere decisamente la strada delle energie rinnovabili, della maggior efficienza e del risparmio il governo prende quella vecchia e senza sbocchi del nucleare. Come se entrando in un negozio volessimo acquistare una radio a valvole o volessimo fare il pieno con benzina arricchita in piombo tetraetile. L’uranio è un combustibile fossile (come gli idrocarburi e il carbone) e si esaurirà in un tempo non lunghissimo (meno di mezzo secolo), suscettibile di essere considerevolmente ridotto, come è intuibile, se ne aumenterà l’utilizzo.
Inoltre produce scorie radioattive che rimangono potenzialmente pericolose per migliaia di anni: come si fa a paragonarlo al sole o al vento? Questa strada non avrà alcun risultato nella lotta al cambiamento climatico e aumenterà solo la dipendenza del Paese dai combustibili fossili (seppure nucleari) di cui, come si dovrebbe sapere, non possediamo alcun giacimento.
Impiantare una centrale nucleare richiede oggi circa 4 miliardi di euro, e il costo vero del kWh ottenuto per questa via potrà essere calcolato solo quando il primo rifiuto della centrale più vecchia sarà diventato inattivo, cioè fra oltre diecimila anni. Inoltre, con l’emergenza clima alle porte e gli accordi internazionali che impongono obblighi e tempi, non sembra una risoluzione sensata quella di affidarsi a reattori che saranno realizzati non prima di dieci anni.
La ricerca per l´energia nucleare ha già bruciato il 90% delle spese destinate a quella su fonti energetiche alternative ai combustibili fossili. Non più dipendenti solo dal punto di vista delle fonti energetiche, ma anche da quello tecnologico: questo il risultato dell´accordo italo francese sul nucleare annunciato oggi.
A pagare, in tutti i sensi, saranno i cittadini-contribuenti, che vedranno lo Stato sostenere coi loro soldi una scelta che li penalizzerà sotto il profilo della dipendenza energetica e tecnologica e non consentirà al nostro Paese, ancora per decenni, di attrezzarsi davvero per la lotta contro la CO2 e i cambiamenti del clima.
L´Italia, in sostanza, dipenderà dalla Francia anche dal punto di vista tecnologico, e questo nonostante la precedente fallimentare esperienza del reattore Superphoenix, alla fine chiuso per manifesta inefficienza. Il progetto EPR in Finlandia già mostra enormi problemi dal punto di vista della realizzazione e della sicurezza.
Il nucleare in Italia ha problemi enormi di localizzazione, essendo un territorio fortemente sismico, pervaso dal dissesto idrogeologico e con spazi fluviali ancor più ridotti e prosciugati per buona parte dell´anno (fenomeno che aumenterà con l´acutizzarsi degli effetti dei cambiamenti climatici). Il nucleare offre un modestissimo contributo al fabbisogno energetico mondiale. Si parla di circa 6,5%, ma questo dato è già sovradimensionato. Il reale contributo del nucleare è addirittura inferiore a quello dell´ idroelettrico (secondo la IEA nel 2006 la produzione idroelettrica ammontava a 3.121 TWh contro i 2.793 TWh del nucleare).
Secondo l’agenzia Moody’s, la realizzazione di nuovi impianti nucleari avrebbe costi molto superiori ai 7.000 dollari a kW installato. Come se non bastasse Moody’s afferma che i costi del kWh nucleare saranno destinati a crescere con un ritmo del 7% annuo e questo comporterebbe un raddoppio del costo del kWh nell’arco del prossimo decennio. Così le bollette degli italiani aumenteranno, senza peraltro migliorare la sicurezza energetica del nostro Paese che continuerà a dipendere dai combustibili fossili per i trasporti, il riscaldamento degli edifici e tutto il resto. Il nucleare, infatti, serve solo, e a caro prezzo, a produrre energia elettrica ma nel nostro paese (come la maggior parte dei paesi) l’energia elettrica è meno di un quarto dell’energia complessivamente impiegata.
Il caso della centrale finlandese di Olkiluoto. Questo caso sta diventando paradigmatico della dubbia sostenibilità economica degli investimenti nucleari, a causa di ritardi nella costruzione, aumento dei costi e utilizzo inefficace dei sussidi pubblici. Essendo il primo reattore costruito nel mercato liberalizzato europeo dell´energia, nel 2005 quando la costruzione iniziò fu descritto come una prova che l´industria nucleare può competere in questo nuovo mercato in seguito ai miglioramenti tecnologici avvenuti.
Per ridurre i rischi per l´acquirente – l´utility finlandese TVO – la società franco-tedesca Areva ha siglato un accordo chiavi in mano a prezzo fisso per la nuova centrale, a prescindere dall´ammontare finale delle spese effettive per il costruttore. Inoltre, l´accordo prevede una multa di 0,2% del costo per ogni settimana di ritardo rispetto alla consegna alla prima criticità prevista entro 48 mesi dalla posa della prima pietra. Le condizioni favorevoli previste dall´accordo avevano l´obiettivo di dimostrare la competitività dell´”affare” rispetto alle altre opzioni sul mercato.
Già nel primo anno si sono verificati una serie di problemi tecnici e ritardi nella costruzione, resi poi pubblici dall´ente regolatore dell´energia della Finlandia. Dopo 16 mesi di lavori il progetto aveva accumulato un ritardo di ben 18 mesi, con un aumento dei costi stimato in circa 700 milioni di Euro. Va aggiunto che già nel 2006 in seguito agli anticipi effettuati Areva ha registrato una perdita di 300 milioni di Euro. Va notato che la Bayerische Landesbank che ha guidato un syndicated loan di 1,95 miliardi di Euro per il progetto – che copre il 60 per cento dei costi – ha applicato tassi estremamente vantaggiosi del 2,6 %. Inoltre le agenzie di credito all´esportazione Coface e SEK hanno garantito operazioni di Areva per 720 milioni di Euro. Ciononostante il progetto potrebbe causare una forte perdita per Areva ed in prospettiva anche per l´utility finlandese.
La DG Competition della Commissione Europea ha anche indagato sulle particolari condizioni concesse da queste agenzie ad Areva e sulla possibile violazione dei principi di concorrenza nel mercato europeo. E´ chiaro quindi che il progetto Olkiluoto emerge come un sonoro fallimento che mostra la palese incapacità dell´industria nucleare di competere in mercato liberalizzato dell´energia quale è quello europeo oggi, anche se si tratta di progetti in via di realizzazione in condizioni ottimali e in paesi molto avanzati sia dal punto di vista economico che in materia di regolamentazioni e sicurezza.
E non parliamo qui del problema irrisolto delle scorie e degli incidenti possibili.
Cara Simona, sono completamente d’accordo con te per l’analisi comparata tra Italia e Spagna a proposito dell’uso delle energie rinnovabili. Il problema è che le politiche energetiche italiane sono propagandate da chi vede nel nucleare l’unica soluzione dei problemi (fra quanti anni?) senza riflettere abbastanza su possibili conseguenze negative. Le voci contro tali politiche e a favore dell’eolico, per esempio, sono pressoché inesistenti. Mi riferisco alla trasmissione televisiva del sabato Ambiente Italia.
L’opera mediatica di convincimento verso il nucleare da parte del Governo mi fa venire in mente due opere di Chomsky:
- Il potere dei media, del 1994, Vallecchi editore
- La fabbrica del consenso, del 1998, Marco Tropea Editore.
un caro saluto
Maria Grazia
Ciao Alex,
Che piacere vederti scrivere su IP.
Ti ringrazio per il tuo intervento che si rivela chiarificatore in molti punti.
Come giustamente fai notare, non c’è una fonte che non porti con sé problematiche, dall’estetica allo smaltimento finanche al rumore, tutte comportano un aspetto negativo variamente bilanciato dai molteplici aspetti positivi.
Dettò ciò, la mia personalissima propensione per l’impiego di risorse alternative ai combustibili fossili, va a fotovoltaico ed eolico, del tutto incurante della pioggia (e a Leuven che cadeva molta!), poiché generano energia attraverso canali non eliminabili. Non si può fermare il vento, non si può oscurare il sole, mentre si può ben chiudere un gasdotto e si può rifiutare la compravendita di uranio o plutonio, o magari dare fuoco ad un giacimento petrolifero.
Mi lusinga che secondo la tua opinione di “addetto ai lavori” l’articolo si distingua rispetto a quelli del Corriere della Sera (peraltro spesso palesemente gonfiati e con posizioni da ottimismo più ingenue di quelle del Candido di Voltaire), quindi grazie.
P.S. Grazie per il link, non conoscevo il progetto, ho navigato un po’ sul sito trovando molte cose interessanti, ne consiglio a tutti la visita.
Ciao Simona! Complimenti per l’articolo!
Mi permetto di criticare costruttivamente il commmento di Antonio de Gregoris.
Seppur condivida pienamente la posizione sulle biomasse (che dal punto di vista dell’apporto di CO2 sono a pareggio, nel senso che la quantita’ di CO2 liberata durante la combustione, è la stessa di quanta è stata assorbita dall’atmosfera. Il problema sono i tempi in cui questo avviene….) e sul fatto che almeno in italia e nei paesi ad alta industrializzazione non sia una soluzione attuabile, la posizione sul fotovoltaico ed eolico e’ decisamente “distorta”.
Mi spiego….
Le pale a vento non è “una tecnologia che funziona senza problemi”. Una tale tecnologia non esiste per definizione: qualsiasi tecnologia genera problemi perchè viviamo in un sistema aperto e fortemente interconnesso.
Le pale a vento, estetica a parte, possono essere utilizzate solo in specifiche zone, dove il vento è teso e costante. L’energia in gioco per esempio a Trieste quando soffia la bora è enorme…. la tecnologia delle pale a vento non può però essere utilizzata essendo un vento a raffica, piuttosto che costante.
Inoltre la conversione meccano-elettrica è intrinsecamente poco efficiente. Ultimo punto a svantaggio è il rumore: è un rumore a frequenza molto bassa, difficilmente schermabile, costante e presente di giorno e di NOTTE.
Sul fotovoltaico… i pannelli commerciali più evoluti hanno un efficienza maggiore del 18% (le singole celle in realtà superano il 24%). Efficienza che per fattori fisici decade in qualche mese – e non anni. Nonostante questo sono garantiti 25 anni (se pensate ai tempi di vita di qualunque cosa che non sia un immobile è una cosa sorprendente!) e l’investimento risulta comunque conveniente.
Attraverso il Conto Energia e regolamentazioni simili (ed a livello europeo l’Italia non è messa così male come può sembrare) il payback (il tempo che ci si impiega per ammortizzare i costi) è intorno ai 10 anni, l’energy payback (il tempo che ci si impiega per recuperare l’energia utilizzata) è addirittura inferiore.
Secondo punto: lo smaltimento dei pannelli composti da materiali tossici e difficilmente riciclabili.
Mi dispiace un po’ utilizzare questa parola, ma è un’affermazione falsa. I pannelli sono costituiti da silicio (che allo stato naturale viene chiamato sabbia), da vetro e da alluminio. Per essere più precisi ancora ci sono piccolissime percentuali di argento (che non è tossico, basti pensare che c’è gente che ci mangia con posate di argento e a molti articoli di gioielleria).
Il riciclaggio di questi materiali è incredibilmente facile e conveniente sotto tutti i punti di vista. Tanto che esistono almeno due ditte che PAGANO i proprietari di vecchi pannelli solari per l’acquisizione di questi pannelli. Queste ditte poi riprocessano le celle solari e donano loro nuova vita.
Posso fornire documentazione e dettagli tecnici a riguardo, ma chiedo ad Antonio se mi può fornire riferimenti alle informazioni citate sulla tossicità e riciclabilità dei materiali utilizzati per la produzione di pannelli.
Sono fortemente a favore dell’utilizzo dei fotovoltaico e ci sto investendo sopra la mia vita lavorativa (e non è un eufemismo), nonostante questo non è e non può essere la soluzione definitiva alla questione energetica.
Un paio di spunti di riflessione.
Il primo riguarda la disponibilità del sole: durante la notte – con estensione a quando il sole è comunque basso sull’orizzonte – e durante i giorni di pioggia (Simona, ricordi a Leuven?!?) che possono essere davvero tanti in certi luoghi.
Il secondo riguarda le industrie e trasporti: parlando a spanne, il 30% del fabbisogno energetico è dovuto ad impieghi indutriali, un altro 30% ai trasporti. Nel primo caso i pannelli solari (odierni e futuri) non possono essere utilizzati come fonte di energia primaria. Possono aiutare visto le grandi estensioni degli impianti indutriali, ma sono davvero briciole. E per i trasporti – sebbene ci siano prototipi di veicoli ricoperti di pannelli thin-film – l’utilizzo di batterie per l’accumulo di energia è fortemente inefficente.
Ci sono tanti articoli validi sulla questione energetica, e quello di Simona è un esempio, come ci sono articoli che fanno ridere i polli (prendete la maggior parte degli articoli sul CdS). Ma la prospettiva è quasi sempre la stessa: come “produrre” energia.
La questione è un’altra, a mio modesto parere: come fare a risparmiare energia!
Un po’ come i rifiuti…. molto meglio investire su come non produrli che su come smaltirli, vero?
Vi lascio un link: http://missionzero.org/
Un saluto a tutti
Alex Masolin
Nice post and amazing network..ciao italia!
Purtroppo l’Italia da modello, dal punto di vista delle politiche energetiche, non ha proprio nulla da dare. Tanto miope la sua gestione, che l’idea della Cei di alimentare l’illuminazione delle chiese d’Italia con pannelli fotovoltaici, è di gran lunga una politica innovativa e lungimirante se paragonata all’utilizzo del fotovoltaico nelle strutture pubbliche statali.
Come giustamente fatto notare da Alessandra, non c’è una soluzione univoca, decisa, che risponda al binomio bianco/nero, ma sicuramente c’è una direzione che, se seguita, non ho dubbi porti risultati di miglioramento.
La questione non è se eolico, fotovoltaico o nucleare, la questione è come uscire da questa dipendenza schiacciate per il sostentamento. E’ qui che entra in gioco la volontà di emanciparsi, volontà che dovrebbe essere il faro guida del governo che invece continua a sguazzare in soluzioni di ripiego e promesse poco mantenute, per non parlare della miopia che caratterizza queste scelte.
Magari è vero che i potenti prima o poi dovranno inforcare gli occhiali, sinceramente, spero quanto prima.
Evidentemente negli Stati Uniti l’Italia risulta una nazione da emulare per lo sfruttamento delle energie alternative perchè viene considerata italiana anche la politica dello Stato Vaticano ( Italia? )che sta studiando seriamente l’idea di applicare a Roma, sulla Città del Vaticano, pannelli solari, senza calcolare la politica di reimboscamento in proprietà vaticane di altri paesi, proporzionato all’emissione/produzione di CO2.
Forse i POTENTI della terra si muovono con una visione meno miope di quella dei nostri politici che prima o poi comunque, dovranno “inforcare gli occhiali”
In realtà la questione dei reattori di quarta generazione non è tanto semplice.
Mi rivolgo in particolare ad Antonio, ma in realtà ci tengo a fare chiarezza su alcuni punti.
In primis oggi i reattori di quarta generazione non esistono se non a livello sperimentale. Non si può avere oggi un reattore di IV che sia funzionante, le previsioni li danno minimo a 20 anni per un utilizzo industriale e sistematico.
Detto ciò non esiste un solo tipo di reattore di quarta generazione, ma sono sia termici, che autofertilizzanti a neutroni veloci. Ricordo peraltro che i reattori oggi in circolazione sono per la maggior parte di II e III generazione e che il salto qualitativo tra queste due è prevalentemente in misure di sicurezza ed efficienza poiché i combustibili ed i principi fisici sono molto simili. La differenza con i reattori di quarta invece sarebbe sostanziale, arrivando ad utilizzare la tecnologia dei neutroni veloci, mai adottata sinora vista la sua forte instabilità e pericolosità. Il pericolo deriva dal fatto che i reattori a neutroni veloci sono autofertilizzanti, cioè generano da soli il combustibile (plutonio) con rischiose implicazioni anche in campo bellico (materiale a go-go per armi nucleari per esempio!). Inoltre i reattori di quarta sono di difficile inquadramento nei parametri di valutazione costo-opportunità poiché, alcuni modelli, comporterebbero un cambio dei principi fisici di base e dunque una sostanziale imprevedibilità della resa effettiva.
Peraltro la questione dei reattori di IV va per le lunghe anche perché ci sono ancora margini di manovra nell’ambito della III, dunque potenziamenti e migliorie a partire dal cambio di combustibile, suggerito dallo stesso Rubia (sostituendo a Uranio e Plutonio il Torio).
Ci tengo a sottolineare che gli stessi reattori di IV non inventano niente e che è dagli anni 50 che simili modelli sono studiati (soprattutto i neuroni veloci che si autosostentano), ma non sono mai stati applicati per la loro scarsa stabilità. La scienza nucleare negli anni 50-60 si è spinta ad indagare l’atomo a livelli che sono tutt’oggi attuali, e non solo, ha sollevato questioni che ancora oggi necessitano di studi e ricerca per la loro soluzione. Improvvisarsi esperti e credere che per rientrare nel nucleare sia sufficiente costruire una centrale dove ci sono due cassoni di cemento già pronti è decisamente superficiale; me la prendo con la nostra classe politica che sottovaluta decisamente l’entità degli investimenti, della ricerca e dei costi per controlli e sicurezza, che porta con sé la cura di un reattore, a fissione o a scissione che sia. Con ciò non sono contraria al nucleare in sè. Non è però una cosa con cui scherzare, nè tanto meno credere che possa essere lasciato lì a metà come spesso accade con le grandi opere in Italia.
Bell’articolo e bel dibattito. La soluzione bianco o nero forse non esiste, ma la direzione è essenziale. Ancor più essenziale della direzione, è la volontà. C’è, in Italia, la volontà di sviluppare energie ecosostenibili, e di rendere questo sviluppo una delle risposte alla crisi? A me sembra che si potrebbe fare di più. Almeno si potrebbe fare qualcosa.
E’ una vera e propria spina nel fianco che non ci possiamo togliere, quella di essere condannati a subire la perfidia e l’avidità di una classe dirigente che farebbe invidia alle beghe tra le repubbliche marinare ed i comuni di buona memoria.
Ma stiamo ancora lì, con l’aggravante che ora a detenere le leve dell’organizzazione decisionale è la famosa genia dei portaborse che invidia e compie malefatte.
La speranza di arrivare ad una parvenza di sfruttamento razionale dell’energia…è dura, ma c’è ancora la speranza di riuscirci.
si condivido pienamente sul fatto che la chiave è nella diversificazione delle fonti. Sul nucleare mi pare di aver capito che la questione che determina il passaggio alla generazione successiva sia sulle tecniche di controllo e messa in sicurezza dell’impianto non del combustibile usato.
E’ vero la quarta generazione sarebbe meglio della terza ma attualmente l’emergenza è la nostra totale dipendenza per l’energia dall’estero, come dici bene simona, per l’84%, e poi fortunatamente almeno per ora non si sono mai verificate chernobyl con questi tipi di impianti. l’unico deceduto mi pare sia in giappone dopo una forte scossa di terremoto che ha fatto rompere un tubo di vapore a pressione che ha investito il malcapitato uccidendolo, senza determinare alcuna fuoriuscita di radioattività. La scelta importante è sul combustibile che a quel che so può facilmente essere adattato anche a questi tipi di impianti.
ovviamente potrei sbagliare, aspetto smentite!
per l’eolico si, è asurdo che si faccia i viziati sull’estetica. bisogna puntare sulle pale a testa bassa. sono una risorsa inesauribile e pulitissima. qui ogni governo ha peccato clamorosamente come del resto su ogni settore della ricerca. che qualcuno si redima!!
Vi allego il link dell’articolo di Emanuele sui combustibili da biomasse a completamento delle fonti rinnovabili da prendere in considerazione.
Ripetendo peraltro che la coltivazione dovrebbe servire in primis a sfamare, perchè se la gente muore di fame non si comprano neanche le macchine. Nessuna grande compagnia può pensare di fare affari senza consumatori.
http://www.itakapress.org/biofuels-finding-the-philosopher%e2%80%99s-stone-5840.html
Sicuramente il nucleare non può essere eliminato del tutto quale fonte di approvvigionamento, quello che però può essere fatto con risultati sorprenderti è affiancarlo ad altre forti. Il bilanciamento è la chiave di tutto.
Il nucleare fa scorie, il fotovoltaico non è ottimale per rendimento e smaltimento pannelli, i motori ad etanolo (biomasse) comunque producono anidride carbonica, e peggio gli impianti a carbone. Sì perchè c’è ancora il carbone, peraltro l’Enel intende ampliarne lo sfruttamento, neanche ci dovessimo trovare in un libro di Dickens nella Londra di fine Ottocento. Aggiungo che c’è chi sostiene che l’eolico sia brutto. Ogni fonte ha il suo difetto, sono certamente d’accordo sul fatto che i campi coltivati devono servire prioritariamente per sfamare la popolazione mondiale e non per farla andare in giro in spider (peraltro avevo già espresso quest’opinione in commento ad un articolo sulle politiche di avvicinamento alle energie pulite dell’amministrazione Obama di Emanuele Licciardi).
Ciò non toglie che l’idea di tornare nel nucleare, così come paventata oggi,è senza dubbio sbagliata e manca di senso pratico e lungimiranza.
Altro, e ben diverso, è il discorso di Rubia, quello su cui lui propone di spingere è un sistema innovativo che sorpassa il dibattito di sempre tra uranio-235 e uranio-238, puntando dritto al torio. Investimenti del genere non sono ipotizzabili senza ricerca e innovazione. Gli impianti nucleari installabili oggi, si limiterebbero alle terza generazione, chiaramente senza torio, perchè per farli partire dovremo acquistare la licenza di utilizzo di un impianto (reattore) già in uso.
Nel nostro paese la ricerca per nucleare, direi più in generale la ricerca ahimè, è praticamente estinta. Inoltre l’impianto che si vorrebbe far ripartire a Montalto di castro in realtà altro non è che due vuoti enormi cassoni di cemento, l’investimento per farlo ripartire è enorme (cito proprio questo impianto vista la grande attenzione di questi giorni).
Detto ciò la mia personale opinione sul nucleare non è di contrarietà assoluta, tutt’altro. Ci tengo a sottolineare che è una fonte che ha rendimenti in efficienza non trascurabili, quindi da sempre potenziale alternativa ai combustibili fossili. Va però fatta in modo innovativo ed intelligente; scimmiottare i reattori degli altri paesi, pagare milioni una licenza di utilizzo, ripristinare un sistema di controlli, competenze e strutture adeguate non è cosa da poco, e se deve essere fatta deve essere proiettata in avanti.
Aggiungo che ritengo sempre e comunque preferibile una fonte di energia quale l’eolico che non crea il problema delle scorie. Anche a voler realizzare l’impianto al torio ideato da Rubia, le scorie porterebbero sempre e comunque una radioattività che si protrae per decine di anni e la cui possibilità di rientro nell’atmosfera ha stime oltre i 30 anni. Si eliminerebbero tutti i costi di smaltimento, stoccaggio, controllo e impianti chimici necessari, e lo ritengo un vantaggio non da poco.
Cara Simona condivido solo parziamlemente il tuo articolo e mi permetto di aggiungere il mio modo di vedere la questione enrgetica.
E’ assolutamewnte condivisibile il fatto che in italia si è fatto e si sta facendo troppo poco per la ricerca riguradante le rinnovabili ma questo non ci esime dal criticare metodologie che seppur potenzialmente fattibili sono concretamente dannose se portate a regime. Mi riferisco soprattutto alle biomasse che non possono essere la valida aternativa al petrolio perchè anche a voler utilizzare tutto il grano americano per produrre etanolo si raggiungerebbe soltanto il 3,5% del fabbisogno giornaliero e anche a voler coltivare tutto il territorio americano a cereali non si raggiungerebbe il 10%. le cose cambierebbero in meglio solo se si utilizzasse la canna da zucchero ma il problema davvero insormontabile è la competizione tra tra terra per generi alimentari e terra per la produzione di energia. il risultato è, come si è già verificato nel 2006 e 2007 che il prezzo di grano e altri generi alimentari è letteralmente schizzato a ritmi più che inflazionistici costringendo alla fame moltissime popolazioni povere nel mondo. è un dato da tenere in considerazione e ci mostra come bisogna rifugiare da dinamiche che mettano in competizione beni primari per funzioni diverse.
Riguardo alle altre rinovabili cioè eolico e fotovoltaico. sono ben più favorevole alla prima che alla seconda perchè mentre l’eolico è una tecnologia che funziona senza problemi, il fotovoltaico genera due tipi di problemi tutt’ora difficilmente aggirabili. per quel che ne so la teconologia più avanzata raggiunge un rendimento massimo, cioè energia captata in quella trasfrmata) del 15% che decade dopo pochi anni rendendo, purtroppo, l’investimento poco appetibile. non basta, attualmente non si è ancora ben capito come andrebbero smaltiti questi pannelli composti da materiali tossici e difficilmente riciclabili. il tutto si sostanzia in rapporto costo/benifici (economici e in esternalità) troppo elevato.
per la produzione di energia nucleare mi trovo d’accordo con il nostro nobel Rubbia vi posto il video
httpv://www.youtube.com/watch?v=8xrqu4GeU1c
Articolo decisamente ottimo e senz’altro meritevole di lode
(bravissima!). Una delle peculiarità tutte italiane di cui certo non possiamo andare fieri, il problema energetico…
Beh, di stonature ce ne sono parecchie. Le centrali nucleari che verrano installate sono quelle cosìddette di “terza generazione” e non di quarta. Quest’ultime, sia in termini di resa economica che di smaltimanto delle scorie, sono realamente un buon investimento, ma si stima che non saranno attive prima di 20 anni. Le prime hanno un rapporto spese di costruzione/ricavi che variano da un valore di -1 a +10. In soldoni: se spendo 1 milione è possibile che ne guadagni 10, come che ne perde un altro, e questo senza contare i costi di smaltimento e manutenzione. La centrali di quarta generazione, invece, hanno una resa pari a 100. Il nucleare è un treno dal quale, probabilmente, siamo scesi troppo frettolosamente in un momento storico critico per la ricerca in quel campo. Rincorrere questo treno non è solo inutile, è anche troppo costose. Non ci resta che aspettare il prossimo e, nel frattempo, come giustamente suggerisce Simona, investire nel fotovoltaico ( 0,01% è davvero ridicolo, neanche in Danimarca…)