Histoire d’Ink – Lettera aperta su una relazione complicata ma indelebile

di - 18 febbraio 2010

383043643_f06740e9f8La mia relazione complicata con le modificazioni corporee è iniziata quando ero adolescente. Più o meno la prima volta che ho visto la pubblicità del Nescafé. Quella con la tazza rossa e la ragazza con il piercing al labbro.

Ecco. In quel momento l’ho saputo con certezza: anch’io, prima o poi, sarei entrata nel magico mondo d’aghi e d’inchiostro.

Quando dicono che la pubblicità fa male, hanno ragione.

Il primo tatuaggio l’ho fatto a 15 anni. Una cazzata mostruosa, lo ammetto. Ancora oggi rinfaccio a mia madre la leggerezza con la quale, all’epoca, ha firmato l’autorizzazione necessaria per tatuare i minorenni.

Ero con il mio fidanzatino. Timidi ed emozionati siamo entrati nell’antro scuro del tatuatore, che poteva essere nostro padre e non era minimamente intenerito da due neofiti troppo chiacchieroni.

Lui si tatuò delle lettere giapponesi dal dubbio significato, io un piccolo gatto nero dietro al collo. A lungo ho pensato di coprirlo – e qualche volta ci penso ancora. Ormai però mi accompagna da dieci anni. È parte di me. Anche se mi ricorda una me più piccola e un po’ scema. Forse mi aiuta a ricordare chi sono stata e a immaginare chi potrò essere domani senza prendermi troppo sul serio.

Dopo aver accumulato infiniti buchi alle orecchie e dilatazioni del lobo auricolare, a 17 anni mi sono lanciata nel mondo del piercing – ovviamente dopo interminabili discussioni madre-padre-figlia. Finalmente ho coronato il Sogno Nescafé con un labret al centro del labbro inferiore. L’ho portato per più di cinque anni ed ho ancora la cicatrice.

Il secondo piercing l’ho fatto a 20 anni, al setto nasale – sì, quello che tutti commentano sempre con un “Oddio, come i tori?”. Sì, come i tori. L’ho fatto per due motivi: il primo era l’estetica (sembra incredibile, ma mi piaceva davvero). Il secondo era più filosofico –esistenziale: volevo fare qualcosa che mi terrorizzasse. Superare una paura atavica. Ah già, non l’ho detto: io odio gli aghi e sono una fifona tremenda. Quel piercing, che attraversa e buca la cartilagine del setto nasale (ed è bella dura, ve lo assicuro) era una specie di prova di coraggio. Fatto in casa, in bagno, col mio ragazzo che mi inseguiva come il dottore che deve fare l’iniezione a una bambina capricciosa. Alla fine sono riuscita a stare ferma i 30 secondi necessari. Era un piercing comodo: quando non avevo voglia di mostrarlo, bastava ruotare il gioiello all’interno del naso et voilà, non si vedeva niente.

Questa è probabilmente un’altra cosa che dovete sapere (e che ho scoperto solo successivamente, dopo The Big One, di cui racconterò a breve): i piercing suscitano molta più riprovazione sociale rispetto ai tatuaggi. Forse perché i tatuaggi ormai sono sdoganati – grazie alle Simone e alle Ilary che li sfoggiano in tv – ma raramente qualcuno ti guarda male perché sei tatuato. Il sentimento più diffuso è la curiosità, o addirittura l’ammirazione. I piercing invece ti trasformano in un reietto: nei negozi ti guardano male, le persone sull’autobus hanno paura, i tuoi nonni vorrebbero disconoscerti. Addirittura i professori universitari, anziché prestare attenzione alle tue risposte durante l’esame, ti interrompono con un: “Ma perché hai tutta quella roba in faccia?”.

Non è molto piacevole.

E così eccoci al The Big One, il tatuaggio giapponese che adorna la mia spalla sinistra. L’ho fatto qualche anno fa, dopo averci pensato a lungo. Molto a lungo. Temevo i problemi sul lavoro, soprattutto. Mi rendevo conto che a breve sarei diventata grande e non potevo più indulgere nelle cazzate post-adolescenziali. Poi un giorno sono andata in banca e mi si è aperto un mondo. La ragazza con la quale ho parlato aveva un tribale enorme sul braccio. Se addirittura nel luogo più tradizionalista e conservatore della terra avevano sdoganato i tatuaggi, forse potevo rilassarmi. E poi, continuavo a dirmi che era assurdo non fare qualcosa che desideravo solo per timore di alcune stupide sovrastrutture occidentali. Perché lo desiderassi così tanto però, ancora oggi non saprei spiegarlo con certezza.

Così ho studiato con certosina precisione tutti i tatuatori del Lazio, fino a trovare la mia anima gemella, la mano che avrebbe segnato a vita la mia pelle.

Ancora oggi, adoro The Big One e medito di farne un altro.

Domani però chissà, magari cambio idea.

Ma il bello è anche questo, no?

PS: Oggi ho 25 anni e ho tolto quasi tutti i piercing, a parte una dilatazione. Già mi immagino quando sarò una signora in tailleur, ma con un bel diamante da un centimetro incastonato nel lobo. Credo che me la porterò dietro tutta la vita. È vero che cambiamo;

ma per fortuna, mai del tutto.

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  1. E’ fantastico!
    be’ complimenti innazitutto per il coraggoio di esserti bucata la cartilagine del setto nasale da sola. Io non sarei riuscita MAI!
    Sono anni che penso di farmi un tatuaggio sulla mano, sul pollice o sul polso ma ogni volta ci ripenso. Stesso motivo tuo: società lavorativa troppo conformista e poco rispettosa nei confronti del lavoratore.

    In effetti è vero, il piercing suscita più riprovazione nell’ideale comune sarà perché ricorda una pratica chirurgica, infezioni e/o qualcosa di simile. Ecco il piercing non lo farei per due motivi: troooooppa la paura di bucarmi e non saprei nemmeno dove farlo perché ogni posto lo immagino scomodo o doloroso.

    Io il mio signore con l’ago l’ho trovato a Matera, per caso.
    pero’ lui era simpatico, ho anche il video del mio tatuaggio. Una comica!!! :D

  2. Chiara Lo Cascio ( 25 febbraio 2010 alle 17:28)

    si fantastica liz. m’hai fatto tajare.

    e soprattutto non vedo l’ora di vederti in tailleur con il brilloccone incastonato nel lobo ;)

    credo e spero cm che questa storia del ‘tatuaggio=problema per il lavoro’ con il tempo passerà così com’è successo negli altri paesi europei (noi, si sa, siamo sempre in ritardo in tutto, dai treni all’emancipazione).

    iniziamo a tatuarci tutti, così non sanno più chi assumere ;)

  3. Ma Chià, questi non assumono più nessuno!
    Siamo sempre e comunque R O V I N A T I!

  4. Chiara Lo Cascio ( 25 febbraio 2010 alle 18:48)

    effettivamente….di questi tempi poi…

  5. Secondo me, sul lavoro dipende anche molto da come ci si pone. Se tu sei il primo a considerarla una cosa normale e a viverla serenamente, senza l’ansia di nascondersi, le altre persone tendono a seguire l’atteggiamento rilassato. Magari all’inizio ne parlano, certo, ma l’argomento si esaurisce presto. Certo, in alcune situazioni è meglio coprirli. Ma solo per evitare distrazioni ;)

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