di Giovanni Coletta
Chi ha presenziato a una delle tre date italiane del Wrecking Ball Tour di Bruce Springsteen, è stato partecipe di qualcosa di epico, se non addirittura di storico. Il tour, di supporto all’omonimo album che racconta le storie delle vittime della crisi, ha riscosso aspettative inaudite, confermando ancora una volta il rapporto speciale che la rockstar ha con l’Italia. “Always the best, Italians, you’re always the best”, ha detto ammiccando al suo pubblico dal Meazza.
Il Boss ha toccato tre stadi della penisola: il San Siro di Milano, l’Artemio Franchi di Firenze e il Nereo Rocco di Trieste. Circa la prima data, è passata alla storia come il secondo concerto più lungo della carriera del rocker del New Jersey, con una scaletta di oltre 30 pezzi e dalla durata di 3 ore e 40 minuti. A Firenze ha quasi bissato, con un concerto di 3 ore e mezza, idem a Trieste. In tutti e tre i casi, comunque, parliamo di occasioni uniche nel loro genere, sia per la qualità delle tracklist, sia per la spumeggiante vitalità delle serate.
In particolare, la data fiorentina è stata molto particolare. Lo stadio comunale era pieno zeppo, con circa 44,000 fedelissimi fan, di cui solo 7 mila da Firenze, molti altri da tutta la Toscana e la maggior parte da tutta Italia; si sono registrati biglietti di fan provenienti perfino dagli States e dal Sudafrica! Roba da matti, e solo per il Boss. Un’atmosfera magica, quella del Franchi, specialmente per chi, come me, non bazzica gli stadi. La musica di sottofondo si è fermata verso le 20:30, il pubblico già in fermento ha cominciato a rumoreggiare sulle note di “C’era una volta nel West” e mentre i megaschermi regalavano suggestive riprese del pubblico dal palco, ecco che hanno fatto ingresso sul palco uno dopo l’altro i membri della leggendaria E Street Band.
Dapprima gli additional musicians, la nuova sezione di cori e di fiati, accompagnati dal massiccio Jacke Clemmons, rimpiazzo dello zio Clarence Clemmons, storico sassofonista della band nonché amico intimo di Bruce, che è scomparso a causa di un tumore un anno fa. E poi gli insormontabili Soozie Tyell, violinista che accompagna il Boss ormai da svariati tour, il sempreverde Garry Tallent al basso, l’instancabile Max Weinberg alla batteria, il grande Roy Bittan al piano, Charles Giordano all’organo, tastiere e fisarmoniche, Nils Lofgren, chitarrista di sempre della E Street, e una delle mascotte, Little Steven alla seconda chitarra. E alla fine lui: arriva il Boss con la Telecaster alzata accolto da un boato tanto potente da far vibrare i seggiolini delle tribune da cui abbiamo assistito all’evento.
“Ciao Firinze”, saluta in un italiano stentato, “siete prondi? Frenzy in Firenze…and here we go, one – two …”. Parte Badlands, e tutti, come in preda a un’improvvisa follia, cominciano a saltare come dei pazzi. E salteranno per tutta la serata, senza fermarsi neanche un secondo. Sulla nota finale di Badlands subito attacca No Surrender, per la gioia dei suoi fan, specie quelli più datati, che su quel “We learn more from a 3 minutes record baby, than we ever learned in school” hanno costruito una vita intera. E ancora We Take Care of Our Own, Wrecking Ball e Death to my Hometown dall’ultimo album, vere e proprie scariche di pura e vibrante energia. Quanti concerti ha visto quella Telecaster è difficile dirlo: accompagna il Boss fin da prima della copertina di “Born To Run” del ’75, si è mangiata interi stadi stracolmi di fan euforici e ora, dopo tanti anni di attività e visibilmente provata dal tempo, non ha intenzione alcuna di andare in pensione. Come il suo padrone, del resto.
Appagati per un momento gli animi, l’atmosfera si fa più intima, le luci si abbassano e la musica diventa più riflessiva. E’, infatti, il momento di My City of Ruins, la traccia finale dell’album The Rising che fu scritta per il malmesso Asbury Park e che, dopo i fatti dell’11 settembre, assunse ovviamente tutt’altro significato. In questo tour, Bruce ne propone una versione molto soul: mentre l’atmosfera si fa sempre più fine, il Boss introduce suggestivamente tutta la band, membro per membro, e poi comincia a cantare la poesia dei versi della canzone. Altro pezzo fisso del tour, quasi sempre riproposto è Spirit in the Night dal primissimo album, Greetings from Asbury Park, grazie a cui la sezione fiati si fa sentire in tutto il suo virtuosismo. E da qui Bruce comincerà con i suoi surf-crowd: canta girando e giocherellando col pubblico, da una parte all’altra del palco, sale sugli spalti per arrivare un passo più vicino all’inarrivabile tribuna e galvanizza i fan del sottopalco, detto “PIT”.
Giusto il tempo di ripescare la meno conosciuta Be True, e poi arriva uno dei momenti più toccanti con Jack Of All Trades, ancora una volta da “Wrecking Ball”. La canzone, ispirata ad azioni di pura solidarietà e fratellanza osservate dai vicini di casa sua, viene dedicata a chi ha perso casa e lavoro. Da alcuni appunti, si sforza di leggere un piccolo discorso in un italiano incerto, ricordando il dramma che sta passando chi per questa crisi ha perso casa e lavoro, senza dimenticarsi che anche in Italia le cose vanno male e che “Il recente terremoto ha contribuito a questa durezza”. E dunque, si dà il via al lento e struggente walzer, che incanta e commuove. Nel frattempo, la pioggia che già fin dalla prima canzone aveva cominciato a inumidire i fan, ora ha preso a battere forte e incessante, e accompagnerà tutto il concerto diventando sempre più fitta e violenta fino all’ultima canzone.
La riflessiva e splendida Trapped chiude la parentesi intima e introduce i grandi classici. Si comincia da Prove it all Night, e si continua con Darlington County introdotto da Honky Tonky Woman dei Rolling Stones. Quindi il Boss scende fra il pubblico, rimedia inaspettatamente un cappello bianco che passerà a Nils e prende qua e là cartelli dei fan. E’ il momento del “Sign Request”, delle richieste del pubblico. E sul cartello del pubblico v’è scritto un grande classico di Elvis Presley, Burning Love. Sarà necessario mostrarlo ai membri della E Street band che gli faranno un cenno col capo e urlare “one-two-three-four” perchè dal nulla Burning Love venga fuori come se fosse stata prevista per la serata.
Ma non basta. Si fa passare velocemente una chitarra acustica, scende sulla passerella non coperta dal palco a stretto contatto col pubblico e comincia a sfidare la pioggia facendosi portare un microfono. Due accordi fanno capire subito al pubblico che sta per suonare Working on the Highway: nel giro di pochi secondo è fradicio, lui e la sua chitarra, ma se ne infischia. Balla, canta, e non smette mai di sorridere ai fan in delirio. E’, dunque, il turno di Shackled and Drawn dall’ultimo album, un ritmato bluegrass molto orecchiabile e apprezzato che segue il filo della canzone precedente, e che anticipa Waitin’ on a Sunny Day, il brano più pop di The Rising, anch’esso caratterizzato da un riff molto orecchiabile. Anche in questo caso, Bruce parte da solo con il giro di accordi, ma i fan già la cantano in coro; infatti, a un certo punto si ferma e fa cenno al pubblico di cantare più forte. Come in ogni concerto, è durante questa canzone che si consuma quello che ormai è un rito: canta saltellando lungo il bordo del palco, aguzza la vista in cerca di un bambino da chiamare. Lo trova, lo tira su, gli passa il microfono e gli fa cantare il ritornello: “I’m waiting, waiting on a sunny day, gonna chase the clouds away, waiting on a sunny day”, riscuotendo lo stupore del pubblico più inesperto. Lo prende in collo, gli fa salutare il pubblico e lo restituisce alla madre quasi svenuta.
Gli animi ora si placano, e la carica progressivamente scema. Bruce chiama ora sul palco l’intera sezione di cori e anche Jake Clemmons, per un assolo vocale di soul molto sui generis (Apollo Medley), ma che ha il suo perchè all’interno di una scaletta squisitamente variegata (e che vede anche un piccolo assolo di break dance di Jake che lascia a occhi aperti i fan, non fosse altro per la stazza del nipote del Big Man). E mentre le luci sono ancora basse e l’atmosfera rarefatta, improvviso e penetrante come non mai esplode l’intro di armonica di The River accompagnato dall’acustica di Little Steven, che fa esplodere il pubblico in un fortissimo boato. Si tratta effettivamente di una colossale versione della celebre hit, tagliente e raffinata nella sua sconcertante semplicità. Di cui i fan si ricorderanno a lungo.
La set list si avvia alla conclusione, ma c’è ancora tempo per i classici. Prima The Rising, poi un’inaspettata e sentita Backstreets, inconfondibile nel suo caratteristico intro deciso di piano e si chiude con Land of Hope and Dream, dall’ultimo album, un pezzo in realtà non-inedito (scritto sul finire degli anni ’80 e già più volte eseguito live fin dal Reunion Tour). La band si avvicina a bordo palco, si abbraccia e s’inchina al pubblico, salutando i fan. Al centro, Bruce Springsteen, ormai completamente zuppo di pioggia dopo aver passato più tempo sotto la pioggia che non sotto il tendone del palco. Ma il pubblico sa che non è ancora finita. I fan sanno che passeranno ancora un bel po’ sotto quella che ormai sembra essere a tutti gli effetti grandine.
La E Street Band, infatti, non fa neanche la fatica di uscire dal palco, ma, anzi, i membri riprendono subito le loro postazioni. Dopo il duetto con Michelle Moore sulla biblica Rocky Ground, il Boss guarda il pubblico tornando a imbracciare la Telecaster, sorride quasi a far intendere che sta per arrivare qualcosa di molto caro ai suoi fan. Come all’inizio del concerto, nel suo italiano molto americanizzato ripete per tre volte “Siete prondi?”, e per tre volte si sente ripetere sempre più forte ”Yeah!”. La pioggia ormai è impietosa, e ha costretto la curva più lontana ad andarsene, ma chi ha preferito asciugarsi uscendo dallo stadio anzitempo, non sa cosa si perso. Infatti, “One, two, three, four” e parte impetuoso il riff al synth di Born in the Usa, più strillata, arrabbiata e violenta che mai, come se dalla pioggia traesse la forza necessaria per arrivare ancora più energica al cuore del pubblico. Chi c’era ha visto 40,000 persone saltare in totale sincronia, senza mai fermarsi neanche sulla successiva, strepitosa, inimitabile Born to Run.
Sembrava impazzito, Bruce. Noncurante della pioggia, arrivata al culmine della tormenta, che bagnava lui e le sue chitarre, ha passato l’ultima ora a cantare e ballare in mezzo alla gente, sfidando il celo a buttare giù ancora più acqua. “Hit harder, hit harder”. Era, a ben pensarci, una scena paradossale, il cui alone di leggenda sarà conservato a vita nei ricordi epici della serata. E ha continuato con Hungry Hearts, Seven Nights to Rock e l’immortale Dancing in the Dark, riprendendo a saltellare da un estremo all’altro della passerella. Stavolta noncurante non solo della pioggia, ma anche dei suoi indicibili 63 anni. Gliene attribuiremmo tranquillamente 10 di meno.
La traccia finale, come in ogni data, è Tenth Avenue Freeze-Out, la canzone tributo all’amico di sempre, colonna portante della E Street Band nonchè, come ricordato all’inizio, amico stretto di Bruce, Clarence Clemmons, storico sassofonista del gruppo, stroncato da un tumore lo scorso giugno. La dedica di questa canzone è significata proprio dal suo significato (narra della formazione della E Street Band) e in particolare da un verso in cui si parla dell’entrata nel gruppo del Big Man. Quando, infatti, il Boss arriva a cantare il verso ”When that change was made uptown, and the Big Man joined the band”, la musica improvvisamente si ferma, e si fermano anche tutti i componenti della band. Bruce si immobilizza nella stessa posizione in cui era rimato fino a un attimo prima e si rivolge ai megaschermi. Cominciano a scorrere immagini e spezzoni di video che ritraggono Clarence e Bruce insieme nei concerti, i sorrisi condivisi, i balletti sui palchi dai concerti degli anni 80 fino ad oggi, i momenti di vita comune passati fianco a fianco durante decenni e decenni di carriera. Immagini estremamente toccanti, che fanno spuntare una lacrimuccia e che lasciano attoniti i fan. Un lungo applauso riempie il silenzio dei video, finchè un cenno col braccio di Bruce fa riprendere la musica e riparte, come se nulla fosse stato, la canzone.
La tracklist sarebbe ormai finita, ma Bruce rimane entusiasta dalla resistenza del pubblico rimasto sotto la grandine. “You just fukcing die hard!”, urla ai fan, siete proprio duri a morire. One more, one more. Boato. Si fa subito ripassare la chitarra, torna con la Telecaster sotto la pioggia e attacca con la beatlesiana Twist and Shout, spesso riproposta nei suoi tour. E’ a questo punto che il concerto si trasforma in una grande, enorme, delirante festa. Sul prato e sugli spalti, dovunque fosse stato possibile, migliaia di persone hanno buttato all’aria ombrelli e k-way sgomitandosi per ballare sotto un diluvio infernale. Il tutto sotto il sorriso compiaciuto di Bruce ripreso a lungo dai megaschermi. Non finiva più, era una festa continua. Ma quando la canzone ormai era arrivata al riff finale, Il Boss rimane ancora una volta spaesato dall’incredibile stamina del pubblico. Lo guarda allibito, e con l’indice fa cenno di non voler fermarsi. One more. Il rumore della pioggia è completamente coperto per un momento dall’ennesimo boato. Per l’ennesima volta si fa passare la chitarra, per l’ennesima volta torna sotto il temporale e suona la celebre – e assai significativa – Who’ll Stop the Rain dei Creedence Clearwater Revival, last shot di uno show ormai arrivato alla terza ora e mezza.
L’ultimo saluto ai fan, l’ultimo inchino, l’ultimo ringraziamento per l’incredibile resistenza e affetto dimostrati. The show is over.
Da fan sfegatato di Bruce Springsteen, sarebbe in troppo facile dire che il concerto del 10 giugno 2012 all’Artemio Framchi di Firenze è stato il migliore della mia vita, ma non è altro che la verità. Perchè stupisce. Stupisce come un rocker di 63 anni possa passare 3 ore e mezzo a correre sul palco cantando sotto la pioggia, in barba all’età, agli acciacchi che evidentemente non sente, ai bioritmi che evidentemente sono rimasti gli stessi di decenni fa e al maltempo che avrebbe indotto qualsiasi cantante a starsene sotto il tendone a condurre un concerto all’asciutto. Ma non lui.
Stupisce anche l’eterogeneità del pubblico. Sulla mia destra c’era una coppia di ultrasettantenni veneziani, sulla mia sinistra una coppia di ventenni. Nel PIT si scorgevano chiaramente sessantenni saltare a fianco di teeanger, accanto ancora a quarantenni che seguono il Boss fin dal suo primo concerto in Italia, anch’esso storico, al Meazza di Milano durante il “Born in the Usa Tour” dell’85. Segno che Bruce Springsteen è ed è stato capace di parlare a generazioni molto diverse fra di loro, fatto che dopotutto rappresenta uno delle migliori soddisfazioni per un artista. Sarà perchè il rock non conosce età, sarà perchè le canzoni del Boss sono sempre attuali, sarà perchè quegli stessi eroi di cui cantava negli anni ’70 e ’80 sono gli stessi in cui i giovani sono capaci di identificarsi anche oggi. Sarà perchè è un animale da palco, capace di portare avanti 3 ore e mezza di show senza mai fermarsi e riprendere fiato. Sono tanti i motivi, anche se forse quello che li raccoglie tutti è la straordinaria capacità di avere tenuto unita la E Street Band, la “macchina del rock”, la compagnia di amici prima che di colleghi, che ha contribuito al suo successo e senza la quale Bruce oggi sarebbe un Bruce diverso. E non in meglio.
Un mito immortale, un rocker che calcherà i palchi finché avrà forza in corpo e che lo farà senza mai apparire ridicolo. Un cantante sempre al passo coi tempi, sempre col sorriso stampato in faccia, un artista dalla grande umiltà, fosse solo per il condividere con il suo pubblico la pioggia con cui si sono tutti infradiciati a Firenze. E Firenze lo ricorderà a lungo, già pronta ad accoglierlo nuovamente al prossimo giro. Sì, anche a costo di inzupparsi ancora una volta.
















