Il petrolio ugandese servirà a sviluppare la regione

di - 22 febbraio 2011

La decisione del Governo Ugandese sull’utilizzo delle proprie risorse petrolifere[1] rivolto al mercato regionale e non all’esportazione ha creato uno tsunami economico tra le multinazionali del settore.

Robert Kasande, il Deputato per la Commissione per lo Sfruttamento del Petrolio, dipartimento speciale del Ministero dell’Energia e dei Minerali, ha presentato uno studio economico suggerendo al governo di optare per la costruzione di una raffineria per lavorare il petrolio grezzo, rispetto alla costruzione di un oleodotto fino a Mombasa (Kenya) per favorire l’esportazione.

Notizie riportate dal settimanale economico East African Business Week[2], edizione 21 – 27 febbraio 2011, confermano che il Governo Ugandese ha accolto favorevolmente la proposta di Kasande che è stata inserita come base per la politica d’indirizzo strategico delle risorse petrolifere.

Il rapporto di Kasande è sorretto da validi argomenti economici ed ha un indirizzo nazionalista. La creazione di una raffineria regionale in Uganda ha lo stesso costo della costruzione di un oleodotto: 2 miliardi di dollari, quindi occorre concentrarsi sui benefici che la regione può ottenere al fine di scegliere tra le due opzioni.

Una raffineria regionale permetterebbe di soddisfare la domanda domestica di combustibile e di energia  e quella della regione dei Grandi Laghi: Kenya, Tanzania, Burundi, Rwanda, Sud Sudan, Est della Repubblica Democratica del Congo[3].

Gli effetti a medio termine sarebbero un’importante riduzione del prezzo del carburante e della produzione di energia che porterebbe a una diminuzione dei costi di trasporto, una diretta diminuzione dei beni di consumo, e dei costi energetici che l’industria regionale è costretta attualmente ad affrontare.

Il risultato economico più importante è quello di rendere la regione indipendente dalle esportazioni di prodotti petroliferi lavorati per almeno 25 anni (visto le riserve di greggio fino ad ora scoperte in Uganda). Questa indipendenza rafforzerebbe l’obiettivo della Comunità di diventare un valido attore economico sulla scena internazionale.

Al livello di entrate l’opzione della raffineria garantirebbe 2,6 miliardi di dollari annui allo Stato contro i 1,3 miliardi di dollari che un oleodotto assicurerebbe.

Considerando che attualmente l’Uganda riceve aiuti multilaterali per 2 miliardi di dollari l’anno e che il debito estero è valutato attorno ai 2,5 miliardi di dollari (valutazione del dicembre 2009), le entrate garantite dalla raffineria permetterebbero all’Uganda di essere indipendente dagli aiuti finanziari e di pagare il debito estero entro cinque anni.

La raffineria in Uganda rafforzerebbe la già esistente raffineria a Mombasa, in Kenya.

Il rapporto sottolinea gli svantaggi dell’opzione dell’oleodotto. Nessun risparmio nella realizzazione; minori entrate annuali per il governo; un costo di gestione superiore a quello della raffineria e problemi logistici visto che l’oleodotto avrebbe una lunghezza di 1.300 kilometri[4]; la continua dipendenza ai prodotti petroliferi finiti importati e l’impossibilità di ridurre i costi per il carburante e l’energia.

Il Segretario Permanente del Ministero dell’Energia del Kenya, Peter Nyoike ha subito appoggiato l’indirizzo scelto dal governo ugandese. “E’ completamene illogico esportare il greggio prodotto nella regione per farlo raffinare all’estero ed importare i prodotti finiti. La decisione presa dall’Uganda è sensata ed importante poiché rafforza la capacità di produzione di prodotti petroliferi finiti per soddisfare la domanda interna e regionale.” Ha dichiarato Nyoike sul settimanale economico East African Business Week.

La raffineria sarebbe costruita in due anni con una prima fase di raffinazione di 20.000 barili al giorno, seguita da una seconda fase di 60.000 barili per arrivare all’ultima fase di 120.000 barili che coprirebbe il 92% del fabbisogno regionale. Rimarrebbero solo 10.000 barili al giorno da importare.

Conseguenze per le multinazionali petrolifere.

La decisione del Governo Ugandese di costruire una raffineria è stata colta con estrema prudenza dal mondo finanziario ed economico internazionale che per ora non ha espresso nessun giudizio.

E’ evidente che tale decisione sarà considerata contraria agli interessi internazionali del libero mercato ed un pericoloso precedente nazionalista che potrebbe essere replicato in altri paesi africani produttori di petrolio.

L’orientamento di soddisfare la domanda regionale direttamente annulla il meccanismo coloniale delle multinazionali petrolifere occidentali e cinesi di esportare il petrolio greggio per sostenere la loro domanda energetica e rivendere parte del petrolio sotto forma di prodotti finiti aumentando la dipendenza energetica dei paesi produttori africani.

Questa dipendenza ha vantaggi economici e politici visto che il costo dei prodotti finiti viene deciso dall’Occidente o dalla Cina e l’importazione può essere utilizzata come una arma politica in caso di divergenze. Basta solo diminuire o sospendere l’approvvigionamento per riportare il paese a più miti consigli.[5]

La guerra internazionale per il controllo del petrolio ugandese.

Dalla scoperta dei giacimenti petroliferi nel Nord dell’Uganda è scoppiata una guerra finanziaria e politica a livello internazionale per il controllo di questa preziosa risorsa.

Multinazionali Inglesi, Italiane, Francesi e Cinesi, supportate dai rispettivi governi in questi anni hanno cercato di convincere il governo ugandese ad assicurargli il monopolio dell’estrazione petrolifera.

Inizialmente il monopolio fu garantito alle due multinazionali anglofone: Heritage Oil e Tullow Oil PLC che si sono occupate delle attività esplorative.

Nel dicembre 2009 la compagnia petrolifera anglo canadese Heritage Oil PLC si dissociò dal consorzio con la compagnia petrolifera irlandese Tullow ed annunciò la decisione di vendere la sua quota.

Approfittando della situazione, la multinazionale italiana ENI  concluse un accordo con l’Heritage  per acquistare i diritti di estrazione sui giacimenti petroliferi del lago Alberto, nord ovest dell’Uganda.

L’accordo con ENI prevedeva il  pagamento immediato di 1,35 miliardi di dollari all’Heritage per l’acquisto dei diritti di estrazione e di altri 150 milioni di dollari entro due anni come compensazione forfettaria sul valore della produzione petrolifera dei giacimenti.

Agli inizi del gennaio 2010  il capo della Farnesina, Frattini, si recò  in Uganda per incontrare l’establishment ugandese con l’obiettivo di aumentare le possibilità di vittoria finale dell’ENI nel processo di acquisizione di giacimenti petroliferi dell’Heritage.

Frattini illustrò al presidente Museveni la convenienza di iniziare una collaborazione con l’ENI. A differenza di altre multinazionali petrolifere, l’ENI offriva garanzie che potevano aumentare la collaborazione tra il governo italiano e l’Uganda, inserendo la trattativa  in un contesto delle relazioni multilaterali tra stati.

Per incoraggiare la scelta del governo ugandese, Frattini propose un aumento della cooperazione umanitaria e militare tra i due paesi.

Con quest’accordo l’ENI intendeva assicurarsi il diritto di sfruttamento d’importanti giacimenti petroliferi considerati come strategici per l’immediato futuro finanziario della multinazionale italiana soprattutto in previsione della diminuzione delle capacità estrattive dei giacimenti della penisola arabica

L’ENI perde il controllo del petrolio ugandese.

Nonostante il parere favorevole all’ENI espresso dal Presidente Museveni, l’ENI perse la possibilità assumere il monopolio della produzione del greggio e venne completamente estromessa dal mercato Ugandese a fine del 2010.

Le cause furono molteplici.

La prima è l’opposizione della Tullow all’accordo tra Heritage e ENI. La multinazionale irlandese rivendicò il diritto di prelazione sulle quote dell’Heritage.

La seconda è la scelta miope dell’ENI di appoggiarsi sul socio occulto: il Colonnello Gheddafi, per risolvere la mancanza di liquidità necessaria per l’operazione.

L’ENI ha accuratamente evitato di informare il governo che la Libia possiede già il 2% delle sue azioni ed era in atto un aumento di quota fino ad arrivare al 10% delle azioni ENI.

Il Presidente Museveni ha sempre considerato la Libia come un pericoloso nemico capace di destabilizzare la sicurezza interna ed ha sempre limitato l’espansione economica della Libia nel paese. L’entrata dell’ENI avrebbe permesso a Gheddafi di entrare nel mercato petrolifero ugandese dalla porta di servizio.

I rapporti ricevuti dai servizi segreti ugandesi e dal Ministero dell’Interno, convinsero il Presidente Museveni a ritirare il suo iniziale appoggio all’ENI.

La terza sarebbe un non comprovato tentativo di corruzione da parte del presidente Museveni rivolto all’ENI. Secondo fonti non ufficiali Museveni avrebbe chiesto alla multinazionale italiana una percentuale dei profitti sul greggio come pizzo.

Anche se questo tentativo di corruzione fosse vero, non rappresenta certo la causa principale per l’uscita di scena dell’ENI, visto lo stato attuale in cui versa l’Italia.

Le principali ragioni rimangono l’opposizione giuridica della Tullow e la scelta di occultare il socio libico.

Inizia la guerra tra il governo ugandese e la Tullow.

Dopo la breve avventura italiana in Uganda, il Governo aprì un contenzioso giuridico contro la Tullow rivendicando il pagamento delle tasse per i diritti di esplorazione petrolifera.[6]

Di fronte alla non volontà della Tullow di regolarizzare la sua posizione fiscale, il governo ugandese decise di rompere ogni contrattato di collaborazione con la multinazionale.

Alla fine dello scorso anno le relazioni tra il governo ugandese e la Tullow erano così tese che fu necessario l’intervento diplomatico del Governo Inglese, che inviò il Sotto Segretario del Ministero degli Affari Esteri e del Commonwealth, Henry Bellingham a trattare direttamente con Museveni.

La decisione del governo inglese di ingaggiarsi in questa disputa legale fu motivata dal timore che la rottura della collaborazione con la multinazionale irlandese poteva avere gravi conseguenze sulle relazioni di altre multinazionali inglesi presenti nel paese.

Nonostante l’intervento di Bellingham, il Presidente Museveni rese chiaro che la Tullow doveva pagare l’intera somma dell’evasione fiscale senza possibilità di condono o di riduzione.

In questi giorni tra gli ambienti economici e politici di Kampala circola la voce che la Tullow avrebbe accettato di pagare le tasse evase.

Questo permetterebbe alla multinazionale di vendere due terzi dei suoi diritti di sfruttamento petrolifero alla multinazionale francese Total.[7]

Prospettive future.

A seguito dell’indirizzo strategico deciso dal governo, la Total si troverà costretta ad investire sulla costruzione della raffineria e a concentrare i suoi profitti sulla soddisfazione della domanda regionale di prodotti petroliferi finiti, privando così alla Francia la possibilità di assicurarsi l’esportazione del greggio ugandese.

Se l’indirizzo strategico verrà mantenuto, la Total non avrà altre scelte. Di fronte ad un suo rifiuto di costruire e gestire la raffineria, il governo potrebbe decidere di ricorrere alla multinazionale cinese, relegando la Total al ruolo di estrazione del greggio.

Nei prossimi mesi il governo ugandese riceverà forti pressioni da parte dell’Occidente per rivedere la sua decisione ed orientarsi sull’opzione dell’oleodotto che garantirebbe l’esportazione del greggio.

Purtroppo per la Francia e l’Occidente, la situazione politica attuale non permette a Museveni di accettare queste pressioni, che significherebbero la sua fine politica.

Uscito vincitore da una contesa elezione presidenziale avvenuta il venerdì 18 febbraio, Museveni punta sui profitti petroliferi per trasformare l’Uganda in un “Tigre Africana” seguendo il modello delle “Tigri Asiatiche”. L’indirizzo nazionalista è l’unico che può permettere la realizzazione di quest’obiettivo.

Altri fattori geo-strategici entrano in gioco e rafforzano la decisione governativa.

Il primo è quello di legare (attraverso la soddisfazione della domanda energetica) sia il neo nato Sud Sudan che l’est della RDC al blocco economico della Comunità dell’Est Africa.

Da una parte significherebbe assicurarsi il controllo economico del Sud Sudan (che, evitata la ripresa del conflitto con il nord a causa del fattore egiziano) ha molte probabilità di divenire un mercato emergente nella regione.

Dall’altra parte permetterebbe alla comunità anglofona della regione di portare a termine l’obiettivo di staccare l’Est dalla RDC. L’obiettivo, tentato sul piano militare per un decennio, ora potrebbe essere raggiunto sul piano economico seguendo il modello tedesco. Il controllo dell’Est della RDC rappresenta il controllo delle immense risorse minerarie presenti nella regione congolese.

Il secondo fattore strategico è quello di rafforzare la posizione politica ed economica dell’Uganda all’interno della Comunità dell’Est Africa. La scelta nazionalista sullo sfruttamento del petrolio rafforzerebbe la possibilità per Museveni di divenire il Presidente della Comunità economica, considerata sotto banco come una valida alternativa per l’uscita di M7 dalla scena politica nazionale.

La scelta di costruire una raffineria e di impedire l’esportazione all’esterno della Comunità dell’Est Africa, rappresenta un segnale estremamente forte della volontà dell’Africa di spezzare i legami occidentali che impediscono il suo sviluppo. L’obiettivo finale è quello di creare un blocco economico e divenire un forte concorrente a livello internazionale.

Un altro segnale che i tempi dell’egemonia incondizionata dell’Occidente sull’Africa stanno finendo, come le attuali rivoluzioni del Nord Africa lo sottolineano chiaramente.

Non è un caso che il governo ugandese ha scelto questo coraggioso indirizzo economico, mettendosi in contrasto con gli interessi occidentali. Forse, è un altro regalo della rivoluzione egiziana.

Dinanzi al risveglio ugandese per difendere gli interessi nazionali, la dichiarazione del Presidente della Tullow, Heavey fatta nel maggio 2009 al giornale irlandese Times risulta ormai anacronistica.

Noi dirigiamo il gioco in Africa, noi dominiamo l’Africa. Senza di noi resterebbe nelle loro mani solo guerre civili e massacri. Loro conoscono bene che è meglio trattare con noi, perché non possono sfruttare il loro petrolio senza di noi.”

Sembra proprio che l’Uganda abbia deciso di sfruttare il petrolio senza la dominazione occidentale, imponendo una democratica ed equa collaborazione economica che di certo lascia un amaro in bocca alle varie multinazionali del Nuovo Ordine Mondiale.

Fulvio Beltrami.

22 febbraio 2010.

Kampala Uganda.

fulviobeltrami@gmail.com

Per chi volesse approfondire l’avventura dell’ENI in Uganda si consiglia la lettura di due articoli scritti dall’autore:

Petrolio ugandese ed ENI. L’affare chiave per il prossimo decennio. (parte prima)

Petrolio ugandese ed ENI. L’affare chiave per il prossimo decennio. (parte seconda)


[1] L’immenso giacimento ugandese (considerato uno tra i più importanti giacimenti scoperti in Africa negli anni 2000) ha una riserva di petrolio stima a 2 miliardi di barili.

[2] Il settimanale è l’equivalente del nostro Sole 24 Ore ed è la più autorevole pubblicazione economica e finanziaria della Comunità dell’Est dell’Africa.

[3] L’attuale domanda domestica è di 11.000 barili al giorno con una previsione di 15.000 barili al giorno entro cinque anni. La domanda regionale è attualmente di 130.000 barili al giorno, Uganda .

[4] La distanza tra i giacimenti petroliferi del nord Uganda e il porto di Mombasa.

[5] Tattica ampliamente utilizzata dalla Russia con il rifornimento di gas all’Europa.

[6] La Tullow ha commesso una evasione fiscale valutata a 283 milioni di dollari.

[7] L’accordo iniziale prevedeva la spartizione delle quote della Tullow a Total e alla multinazionale cinese CNOOC. A seguito delle pressioni europee fatte sulla Tullow per impedire la penetrazione economica cinese in Uganda, la multinazionale ha deciso di vendere la totalità delle quote alla Total.  La multinazionale francese sta aprendo in questi giorni i suoi uffici a Kampala.

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