Sono stanchi, indignati[1], disoccupati, precari, delusi dalla politica, stufi dei giochi di potere, delle false speranze e vogliono poter decidere del futuro del quale si sentono privati. Soprattutto, sono g.i.o.v.a.n.i.
Se non sapessi che sono i manifestanti di Madrid che da giorni sono a La Puerta del Sol[2] direi che la descrizione calza a pennello per i giovani italiani. Però oggi, da giorni e, dicono, fino alle elezioni del prossimo 22 maggio, in piazza ci sono i giovani spagnoli che da ogni angolo della penisola (iberica ahimè) giungono ai piedi del monumeto dell’orso madrileño.
Sono lì, pacíficamente accampati, e non vogliono andarsene finchè non si terranno le elezioni. Rifiutano la politica così com’è, serva degli interessi particolari e dimentica delle istanze sociali. Non a caso dicono: “Non siamo contro il sistema, è il sistema che è contro di noi”. E, sempre non per caso, si descrivono così: “Senza casa, senza lavoro, senza macchina, senza paura”, quasi una minaccia per ricordare che chi non ha niente da perdere combatte senza arrendersi.
Non sostengono nessun partito, tanto che il candidado del PSOE che ha provato ad avvicinarsi al movimento è stato rispedito al mittente con un secco no. Il PP li identifica come quelli che si fanno le canne e/o che fanno un botellón[3]. Addirittura c’è chi ha sostenuto che ci fossero formazioni di guerrilla urbana addestrate dall’ETA. In questo neanche Emilio Fede sarebbe arrivato tanto lontano; c’è da dire che i media sono un mondo tutto a parte e ogni paese ha le sue croci.
Eppure chi manifesta non sono nè gli ortodossi comunisti e cannaioli, nè gli adolescenti alla ricerca del brivido della piazza e dell’ebbrezza da calimocho[4].
Chi manifesta sono i giovani che qui si chiamano ni-ni (ni trabaja-ni estudia) ovvero i nostri neet[5] (not in education, employmet o training).
Sono quelli che, come i nostri giovani checché ci raccontino, non hanno nessuna certezza, che hanno un titolo di studi che non vale per trovare un lavoro decente, figuriamoci a tempo indeterminato, che non possono chiedere un mutuo, che non hanno la maternità, che, semplicemente, sono per la prima volta nella storia una generazione che ha meno dei loro padri (escludendo guerre e calamità naturali). Una generazione che torna indietro e che deve lottare per avere quei diritti che, a fatica, si sono conquistati nei decenni passati (e che credevamo acquisiti!).
E, che sia chiaro a tutti, questo giovane popolo in piazza ha il sostegno della gente. Si vedono continuamente persone che portano tortillas[6] e empanadas[7] ai giovani accampati da giorni, mica vecchie teiere borbottanti che dicono che ai loro tempi i giovani non erano così sbandati. Questi manifestanti anzi sono tutto il contrario. Hanno organizzato gruppi che si occupano della pulizia, della sicurezza, ci sono asili e zone giochi per i bambini (vedere per credere).
Il massimo del simbolismo della manifestazione si avrà questa notte, quando inizieranno le 24 ore di coprifuoco prima delle votazioni per il silenzio elettorare d’obbligo. Questi giovani rivoluzionari e pacifisti vogliono farsi trovare con le bocche coperte da nastro adesivo e allo scoccare della mezzanotte[8], strappandosi il nastro, sono pronti a lanciare un “grito muto” al cielo. Un silenzio di massa a rappresentare l’impotenza di una generazione senza prospettive nè crescita. Un silenzio che è una dichiarazione programmatica di dissenso.
Non riesco ad immaginare conclusione più bella della citazione da loro stessi scelta: “Si nos cruzamos de brazos seremos cómplices de un sistema que ha legitimado la muerte silenciosa”[9]. Ernesto Sábato (La Resistencia)
[1] Sul tema un libro assolutamente da leggere: Indignatevi di Hessel.
[2] Piccolo dettaglio tutto simbolico: la Puerta del Sol è il centro geografico del paese, da questa piazza partono idealmente tutte le strade, i numeri civici, si contano i kilometri che separano le città tra loro e così via, il tutto in un grande ventaglio a 360 gradi che percorre tutta la nazione. Sarà un caso che i giovani che reclamano il futuro si siano ritrovati proprio lì? Badate bene, non sono davanti al parlamento, non alla sede di un partito, nè a un Ministero, sono nel centro assoluto del loro paese. Bravi, aggiungo.
[3] Per chi non sapesse cosa sia, si tratta di un’enorme ubriacatura di massa in strada.
[4] Bevanda dal discutibile gusto che nasce dall’unione di Coca-Cola e vino rosso, idale per chi vuole ubriacarsi a costi contenutissimi.
[6] Tortilla de patata: piatto tipico che si potrebbe facilmente definire una frittatona di patate bella spessa.
[7] Empanada: piatto tipico della Galicia (regione atlántica a nord del Portogallo) che è una torta salata fatta di pasta sfoglia dal contenuto più vario, dal tonno alla carne, alle verdure.
[8] Mezzanotte segnata dall’orologio della Puerta del Sol, quello stesso che dal suo campanile segna i 12 rintocchi della mezzanotte del primo dell’anno per ogni spagnolo e che segna l’ora nazionale per eccellenza.
[9] “Se incrociamo le braccia saremo complici di un sistema che ha legittimato la morte silenziosa”.








![La creatività è la fragranza della libertà dell’individuo. [Definizione di Outsider d'autore]](http://i0.wp.com/www.dillinger.it/wp-content/uploads/creatività2.jpg?resize=297%2C300&w=260)








Complimenti Simona!
Un appuntamento pieno di simboli muti ma che parlano da soli, da quello che ci hai descritto…
Se non altro, da questa realtà piena di incertezze (un po’ ovunque) in cui volenti o nolenti tutti piomberemo o siamo già piombati, si è aperta una splendida stagione di mobilitazione collettiva. Un’esperienza non fine a sè stessa e non di protesta a priori, ma anzi lungimirante, intelligente e costruttiva.
Grazie Anna, ma i complimenti se li meritano coloro che sono stati in piazza dal 15 maggio scorso. Il movimento, se non del tutto supportabile per alcune rivendicazioni un poco utopiche, è assolutamente condivisibile e dovrebbe ispirarci tutti per guardare dove vorremmo che avvenissero i cambiamenti.
Un piccolo aneddoto che mi ha pìacevolmente colpito: per la piazza venerdì sera, momento di maggior affluenza, passavano ragazzi con buste della spazzatura gridando “spazzatura, non gettate niente per terra”. Alla faccia dell’organizzaazione!
Ottimo Simona, sono pienamente d’accordo per questo genere di proteste. Tuttavia, da analista (e non da giovane simpatizzante quale mi ritengo!), rilevo alcune assonanze che non mi convincono. E’ sbagliato, come si è fatto (non da parte tua fortunatamente!), parlare di “rivoluzione giovanile mediterranea”, come se vi fossero chissà quali assonanze tra questa mobilitazione e quella maghrebina.
Inoltre è interessante guardare a questi movimenti spontanei per due ordini di ragioni:
1) La grande importanza politica che stanno assumendo i social network (fb e twitter sono i protagonisti di queste mobilitazioni europee, e non, si badi, arabe come è detto da più parti).
2) Questi movimenti giovanili sono un fenomeno politico davvero unico nel panorama storico contemporaneo. Questi giovani sono uniti da interessi reali e ricusano le ideologie (classica espressione partecipativa post-moderna).
Questo tuttavia fa sorgere delle domande di non poco conto. Qual’è il fine di tutto ciò? L’utile immediato? L’efficienza nazionale? E a quali costi? Sulle spalle di chi? E, soprattutto, in un’Europa demograficamente anziana (questa si, una grandissima differenza col maghreb!) sono giuste le rivendicazioni esclusivamente giovanili (voglio dire orientate a far pesare la spesa su una classe “relativamente” esigua del paese)?
Ripeto. Da giovane non posso che simpatizzare per queste iniziative, se non altro perché mi compiaccio nel vedere giovani che non scendono in piazza solo perché la spagna ha vinto la coppa del Mondo, ma ad un’attenta analisi bisogna pur fare i conti con la realtà delle cose.
Altre due osservazioncine:
1) La frase “Non siamo contro il sistema, è il sistema che è contro di noi” fu coniata nel ’68 e riutilizzata a più riprese dal movimento no global (a partire da Seattle, 1999).
2) L’unica stonatura, a mio avviso, del tuo bello e informato articolo è quella frasetta dove appai indistintamente comunisti e cannaioli. So che il tuo pensiero a riguardo è più strutturato, ma l’analogia “zecca”/”comunista” è quella con cui almeno il 70% dei nostri coetanei legge il mondo giovanile. E’ a queste persone, cioè alla maggioranza dei tuoi/nostri lettori, che bisogna invece spiegare che le cose sono più complesse e non scadere al loro gioco (o, per parafrasare la frase precedente, al gioco del “sistema”).
P.S.
La mobilitazione spagnola ha trovato simpatizzanti in Italia e oggi stesso nelle maggiori piazze italiane, i giovani nostrani scenderanno per analoghe rivendicazioni.
Roma – Pza di Spagna ore 20.00
Napoli – Pza del Plebiscito ore 20.00
Milano . Pza del Duomo ore 19.30
Sono assolutamente d’accordo quando dici che è sbagliato fare un paragone con le rivolte del Nord-Africa e, in generale, del mondo arabo.
È evidente, e sarebbe chiaro anche per un bambino, che le rivendicazioni sono totalmente distinte per ampiezza e contenuto. Lì si rivendicano diritti basilari, libertà e le basi della democrazia (intesa come sistema che permette libera formazione e sviluppo dell’individuo), in Spagna si rivendica una democrazia che sia effettiva, nuova rispetto a quella già esistente ed involutasi. Dunque si rivendica un miglioramento di un sistema che c’è già.
Quanto alla violenza poi, evidentemente in Spagna non ce n’è neppure l’ombra, cosa che invece è presente a piene mani nelle altre rivoluzioni del mondo arabo tanto per lo spirito di ribellione quanto per il soffocamento dei moti da parte delle autorità.
Quanto alle altre ossevazioni:
1) Sì, la forza dei social network è un elemento portante della nascita di questi movimenti e se proprio vogliamo dirlo, non c’è modo migliore di questo per approfittare delle potenzialità della rete, che non serve solo per scaricare film porno e vedere video idioti di Youtube.
2) Quanto alle riflessioni sul senso di una rivolta solo giovanile, la risposta la trovi nelle mie parole del testo “questa è la prima generazione che ha meno dei loro padri”. Mi spiego: se dalla fine della seconda guerra mondiale nei nostri paesi abbiamo assistito ad una crescita constante, un miglioramento delle condizioni e del benestare, un accrescimento dell’istruzione superiore, dei livelli di occuapzione ecc ecc, questa generazione si ritrova a “dover pagare” quei benefici elergiti con manica larga e senza troppo pensare ai costi che comportano a volte i diritti. Ora, se è vero che la crisi l’ha fatta da padrona e che il grosso del problema nasce dal fatto che gli Stati hanno dovuto finanziare con soldi pubblici le banche per evitarne il fallimento e che ora quei soldi scarseggiano, è innegabile che la spirale di riduzione dei diritti trova la sua genesi ben prima del 2008. Insomma, la giustificazione di una protesta solo giovanile nasce dal fatto che c’è una generazione di mezzo che sta bene, mentre la successiva si ritrova con un pugno di mosche e con i cocci dei fasti goduti da altri (pensiamo ai costi sociali in tema ambientale tanto per dirne una).
Quanto alla distinzione cannaioli/comunisti, come immaginerai sono ben conscia della differenza e del fatto che l’uno non implichi l’altro. Il problema, come la nostra stessa politica nostrana ci insegna, è che a chi ricorre a luoghi comuni e semplificazioni fuorvianti per supportare i propri argomenti, una simile distinzione non appare tanto chiara. E qui tocca aggiungere che la destra moderata o la più radicale franchista (perchè ce ne sono ancora molti checchè se ne dica) è tale e quale allle tante destre europee e basa molto delle sue affermazioni su lasciti populisti e pressappochisti.
Riguardo al punto 2).
Credo si faccia assai confusione a lamentare il disagio generazionale patito dai noi giovani oggi, se non si comprende a fondo la più generale svolta demografica dei paesi occidentali (e dell”Europa in primis con picchi elevatissimi specie in Spagna e in Italia) nell’ultimo mezzo secolo. Il tasso di natalità si restringe sotto i livelli di rimpiazzo e, parallelamente, l’età minima si è alzata a ritmi vertiginosi. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Con questi ritmi l’occidente (ma, ripeto, in special modo l’Europa) non solo è pienamente avviato verso la gerontocrazia sociale ma tende inevitabilmente all’estinzione.
Quello che tutti noi lamentiamo non è altro che la necessaria conseguenza di questi dati strutturali. In un paese in cui la soglia tra giovani e anziani è sempre più ampia, è fisiologico assistere, in chiave politica, a questi (solo apparentemente paradossali!) esiti politici.
Temo – ahimé – che le rivendicazioni giovanili poggino sulla scarsa contezza del dato strutturale e siano, in altri termini, antistoriche.
Ciò non toglie che lottare è giusto, se non altro per denunciare sprechi, ingiustizie redistributive e qualunquistiche prese di posizione.
Rob credo che nella tua distinzione ci sia a sua volta un po’ di confusione. Purtroppo i tassi di natalità pari allo zero e l’invecchiamento della popolazione sono un dato innegabile ma non il solo che permette di giustificare il fenomeno “generazionale”. Mi spiego. Se è vero che un numero sempre minore di giovani sono chiamati a portare sulle spalle un paese composto da sempre più padri e nonni, non solo per questa ragione si possono giustificare i disequilibri e le mancanze di prospettive delle nuove generazioni.
La grande differenza retributiva tra chi è già nel mondo del lavoro e chi ci entra, l’assenza di contratti che garantiscano quello che è stato garantito ai padri, la mancanza di nuovi posti di lavoro, la difficoltà nell’emergere e creare dovuta alla piaga del clienteralismo, per non parlare poi di sprechi, corruzione e ingiustizie di ogni tipo. Sono questi fenomeni che devono essere abbattutti, e sono loro di per sé che spiegano il didagio generazionale, non il, seppur triste e di certo rilevante, dato del tasso di natalità.
Invece lo stacco demografico è in assoluto la ragione principale!
“Quello che è stato garantito ai loro padri” non è possibile rivendicarlo per la congiuntura economica diversa (e questo più in Italia che in Spagna) e soprattutto per la situazione demografica. La c.d. “piramide dell’età” è una fotografia chiara delle condizioni strutturali in cui siamo chiamati ad operare!
Ripeto..clientelismo, differenziali retributivi, inefficienza degli investimenti, incentivo ai giovani, meritocrazia, ecc. ecc. sono i problemi su cui insistere e lottare.
Ma in una determinata società i fondi sono limitati e investire in un luogo sottrae investimenti in un altro. Se le risorse sono scarse e misuriamo l’efficienza di una determinata politica dalla gestione virtuosa delle sue politiche finanziarie e redistributive, allora dobbiamo tener presente il dato demografico almeno per due ordini di ragioni:
1) Le risorse si distribuiscono (o il principio di “efficienza” vorrebbe che si ridistribuissero) proporzionalmente al numero e alla strutturazione dei consociati.
2) Ad eleggere legislativo ed esecutivo (che indirizzano le politiche, idest la redistribuzione) è l’elettorato. L’elettorato vota a seconda di diversissimi fattori (lungi da me uniformizzare categorie) ma certamente una determinata fascia di età si concentra su problemi che sono diversi da un altra. Detto ciò, se a gonfiare smisuratamente (e, oserei dire, sproporzionalmente) la piramide demografica italiana sono le fasce d’età che vanno dai 40 ai 50 anni, mi pare pura logica prendere atto del fatto che la politica dedichi maggiore attenzione a loro. Dico politica (intesa come redistribuzione del reddito in una società aperta) e non politici.
P.S. Quando parlo di Tasso di fecondità sotto la soglia di rimpiazzo mi riferisco alle attuali percentuali registrate in europa, ma, soprattutto, in Italia (il paese con più problemi dopo la Spagna) che dal 2,33 del 1952 (natalità al 18,1%) è sceso inesorabile – salvo il boom della metà anni ’60 – fino agli 1,40 (natalità 9,3%) del 2010.
Stare sotto il tasso di rimpiazzo vuol dire fare meno di 2 figli per coppia. Questo, in poco più di un secolo, riduce la popolazione notevolmente. Ma la cosa più grave è che, alla riduzione del tasso di fecondità fa da contrappeso un prodigioso (drammatico?) aumento delle aspettative di vita e questo non farà che allargare ancora di più lo scarto tra nuove e vecchie (vecchisssime) generazioni.
Grazie per la preziosa testimonianza.
Che che se ne dica il mondo sta cambiando, mai come prima, però, nessuno riesce a fare previsioni su che direzione prenderà questo cambiamento.
Caro Antonino, speriamo solo che ci si risvegli dal torpore di un finto benessere. Questo sarebbe il più bel traguardo.
Rob sono d’accordo con te quando dici che il problema è da inquadrare in termini diversi trattandosi di una situazione diversa. Problemi nuovi, soluzioni nuove.
Aggiungo, forse per una mia carenza espositiva, che non intendo dire che per “dovere” le generazioni successive debbano ricevere quello che hanno ricevuto le precedenti. Non è scritto da nessuan parte e a voler credere questo ci si barricherebbe in una posizione paternalista e scanrzamente incentivante. Lungi da me pensarlo. Oltretutto è utopico pensare che tutto sia dovuto, i diritti costano e serve uns sistema che sia in grado di affrontarli (e da qui sprechi, clieteralsimo e via dicendo farebbero bene a sparire trattandosi spesso e volentieri di denaro pubblico).
Il problema casomai è che una società senza ricambi è destinata ad involvere ed è quello che sta succedendo alla nostra. I ricambi però non vengono solo dai nuovi nati ma anche da tutti quelli che oggi, in età per costruire il prorpio futuro sono in una condizione di scarsezza economica, mancanza di tutele e incertezza. Non mi riferisco solo ai precari evidentemente, ma anche a tutti coloro che hanno investito anni della loro vita in una formazione che non dà i suoi frutti (il cosiddetto tradimento della laurea) o chi è un finto autonomo e si ritrova con sitpendi da fame a fare il dipendente senza averne i diritti (il popolo delle partite iva). Purtroppo, sarà la congiuntura economica, sarà la normale evoluzione di una società che investe poco a lungo termine, il mercato del lavoro oggi non permette di poter “costruire” facilmente. Quando parlo di costruire costruire dico dalla famiglia alla casa, dall’aprire un’attività a chiedere un finaziamento. Questo è il grande discrimine con la generazione precedente e, perdonami la sincerità ma in quanto donna avverto ancor più il problema, se non si mettono in condizioni le persone di fare qualcosa in più che sopravvivere non ci si può aspettare che mettano sù famiglia e che quindi ci aiutino nella legge dei grandi numeri ad uscire da questo lento mummificarsi della nostra bella Italia (ci sono Paesi che sperimentano soluzioni in questo senso, come il quoziente familiare in Francia, non sarà la bacchetta magica ma male non fa).