Internet, nuove frontiere
ottobre 27, 2009 in Digital, Dossier Web da Valerio Aiuti
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Errare è errore, errore è errare.
M. Heidegger
Io non sono mai stato un tipo digitale. Tecnicamente appartengo alla generazione che lo è, ma di fatto sfoglio più pagine di quanti schermate visualizzo, in vita mia. E sarà che ultimamente la cosa si rivela interessante, sarà che le potenzialità di sviluppo sono inverosimili, ma anche io mi sono convinto che la globalizzazione è inevitabile, la multiculturalità una necessità, la comunicazione digitale un requisito indispensabile per la crescita delle società e l’arricchimento personale, innanzitutto.
L’altro giorno eravamo all’Opificio Telecom per un incontro nell’ambito di ‘Capitale Digitale’: ORIENTE.COM. Con Tarak Ben Ammar, Franco Bernabè, Pietrangelo Buttafuoco, Nadine Toukan, Laith M.Zraikat, Donatella della Ratta e Riccardo Luna a moderare. E si son dette un sacco di cose interessanti.
Abbiamo scoperto che esiste un Facebook arabo, che internet sta scavalcando il Sahara, la Palestina e i teatri di guerra, che che che.
Non voglio entrare nel merito dell’incontro, che peraltro è stato interessante, ma inquadrare la problematica in senso ampio:
Internet serve a chi mangia. Punto. Serve per mangiare di più, serve per distrarsi tra un pasto e l’altro.
Io non sono convinto che internet si fruisca in maniera collettiva, a Beirut, perché è questa la natura di internet a Beirut, ma piuttosto perché una tariffa flat costa, soprattutto. E serve a poco per mangiare. A Beirut.
Io non sono convinto che l’Africa tragga benefici dalla presenza di Internet, perché non è una cultura che si serve abitualmente di un modo impersonale di comunicare, quale può essere quello capitalistico-affaristico o di divertissement elettronico. L’africano preferisce il contatto di pelle, la conoscenza informale e lo sfregamento degli sguardi. Non è nella sua Kultur, comunicare attraverso uno schermo. Può aiutarli, ma non ora.
Io non sono convinto che sia un beneficio creare televisioni Occidentali in Medio-Oriente, che i giovani medio-orientali se ne nutrano esteticamente e con avidità, che capitolino la propria cultura a favore di un “inglese con accento americano” tra le strade di una Baghdad che ha più soldati statunitensi di Fort Knox e poi magari non si ricordano come si chiama la loro moschea principale (moschea di Kazimayn, N.d.A.).
Io, soprattutto, non sono convinto del fatto che siano queste conseguenze di cui essere felici, come chi lucra su questi mercati ci ha dimostrato di essere.
Né qualcosa di cui andare fieri.
“Per mezzo dello sfruttamento del mercato mondiale, la borghesia Imprime un carattere cosmopolita alla produzione ed alla consumazione di tutti i paesi. A disperazione dei reazionari essa tolse all’industria la sua base nazionale. Le vecchie industrie nazionali sono distrutte o sul punto di esserlo. Esse vengono sostituite da nuove industrie la cui introduzione diviene una questione vitale per tutte le nazioni incivilite; industrie che non adoperano più materie prime indigene, bensì materie prime venute dalle regioni più lontane, ed i cui prodotti non si consumano soltanto nel paese stesso, ma in tutti i punti del globo. In luogo dell’antico isolamento locale e nazionale, si sviluppa un traffico universale, una dipendenza mutua delle nazioni. Ciò che avviene nella produzione materiale si riproduce nella produzione intellettuale. Le produzioni intellettuali di una nazione divengono proprietà comune di tutte. L’esclusivismo ed i pregiudizi nazionali divengono ognora più impossibili; e delle diverse letterature nazionali e locali si forma una letteratura universale.”
K.Marx (Manifesto del Partito Comunista)
Il punto è che, bene, sappiamo che il mercato è autonomo, funziona da solo sulla base delle speculazioni, che le merci sono autonome dato che la tecnica ha reso i beni fine della produzione e non mezzo di soddisfazione dei bisogni, sappiamo tutto.
Sappiamo che la globalizzazione e l’industrializzazione trascinano in questa logica anche le persone e sappiamo che internet è globalizzazione e mercato assieme. Quindi sappiamo anche che grazie ad internet la stessa sorte che tocca alla merce, tocca all’uomo:
Essere semplice res scambiata. Nei suoi connotati, nella sua cultura, nel suo essere. Come un pacchetto di contenuti, e non un essere senziente.
Oppure essere res plasmata da connotati, cultura ed essere di un altro uomo, dall’altro capo del filo, che non ti ‘conosce’, ma ti linka.
Marx faceva un bel parlare della globalizzazione, ai suoi tempi, perché il mondo si vomitava dall’ottocento catapultandosi nel novecento, e c’era qualcosa dietro e dentro ciascun globalizzato, ancora. E però Marx, che era acuto, aveva capito il ‘pericolo’, e si preoccupava per i nascituri, i poveri, gli indigenti. Non tanto per umanitarismo, ma perché al loro schiavismo è facile sovrapporre dittature, imperialismi, omologazioni, con la scusa del benessere.
Un po’ come succede ancora oggi. Senza guerre, ma con le fibre ottiche e il petrolio.
Lungi da me l’alzare i pugni in piazza, ma ragioniamo:
Presupposto della globalizzazione è averci qualcosa da globalizzare. Se tutto si globalizza e i nativi digitali orientali o africani trarranno la loro Kultur da un mosaico inestricabile di dubbia appartenenza, derivato principalmente da una rete ”occidentale”, niente si globalizza. Tutto si annulla nell’oblio dell’origine.
Io sarò umbro, e gli umbri è gente di terra, ma ho sempre pensato che per sapere dove andare, occorre sapere da dove si viene.
Sofocle ha detto qualcosa del genere da qualche parte(Edipo a Colono, N.d.A.) parlando di Edipo errabondo.
Proporre culture, mezzi di comunicazione, è giusto. Ma a parità di trattamento, come si dice in giuridichese.
Non posso pretendere di rapportare una rete occidentalizzata in un mondo che occidente non è e non deve essere. Se lo faccio occidentalizzo l’oriente e a lungo andare trasformo il dia-logo in mono-logo. In auto-logo. In un dialogo con me stesso. E’ essenziale, per il realizzarsi dell’arricchimento spirituale e materiale che la globalizzazione in teoria si propone, è essenziale che l’altro sia DIVERSO.
E io, di solito, mi annoio se parlo con me stesso, ma magari voi no.
Avrei anche voluto citare Levinàs. Ma cercatevelo da soli.
Oppure leggetevi ‘L’altro’, di Kapuściński.
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Errare è errore, errore è errare.



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ma internet serve a dare anche a “loro” voce, per combattere ad esempio i regimi che in quei paesi li opprimono,
altrimenti non resta che la nostra televisione colonialista e gossippara, poi sono d’accordo ancor prima della banda larga sarebbe importante portare in africa l’acqua, l’energie e le medicine, l’importante è cominciare….
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qui infatti si staglia la differenza tra chi, come EMERGENCY, per esempio, mira a portare nei paesi in via di sviluppo le tecnologie mediche che abbiamo noi, tali e quali, e chi, come l’OTTO PER MILLE, manda missionari a tirare su un livello medio.
Dipende dai punti di vista.
La miglior clinica cardiochirurgica del mondo è quella di Emergency, in Africa. Ma Il burundi continua ad essere il paese più povero del mondo.
Dipende.
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