Isacco Travel – Parte II

di - 2 maggio 2011

A Davide Pacchiani

 

Giorno fortunato: una vecchia sidecar nel cimitero delle auto nel quartiere Hongg di Zurigo , dove avevamo sostato per le dodici ore consecutive alla fuga. Vestax non si capacita di come riesca a stupirlo con niente. Continua a ripetermi che se la metto in moto, la guida nudo… per passare inosservati con un motoveicolo non immatricolato, giustamente. Mi chiede come sia possibile tutta questa conoscenza dei motori.

Un solo minuto di silenzio: mento con un sospiro o confesso destando potenziale gelosia? Ma sì, di sesso non se ne è parlato abbastanza.

“ A sedici anni scopavo un meccanico del mio paese. Aveva qualche anno in più e poca dimestichezza con la lingua italiana. La sua invece sapeva usarla perfettamente. Ricordo solo le attese in officina prima di uscire. È lì che ho appreso quello che so sui motori. Soddisfatto adesso?”

Vestax non ha risposto. Mi ha fissato, con un sorriso di circostanza e si è toccato i capelli. Come quando mente spudoratamente. “Bravissima, si è accesa. Forza, guido io”. Non prima di spogliarsi. Completamente. Pensavo fosse solo una ridicola scommessa fatta per riempire i momenti in cui non sai che dire. Ho abbassato lo sguardo, perché da lui non accettavo nessun comportamento fuori posto. Mi rendo conto di quanto sia infantile il mio atteggiamento, ma doveva capire che quel gesto era solamente imbarazzante. Dopo il giro dell’isolato, si ferma senza spegnere la moto per ricomporsi.

Mi guarda: “ Non sfidarmi più, Balta”.

 

25 settembre

Stazione centrale, il secondo posto al mondo dove mi sento a casa. Gli anni universitari forse diventano sempre un po’ mitologici e restano così vivi che non puoi diminuire l’intensità che ti travolge quando ritorni in quei posti epici. Epico, sì. Epico come il mare, per fare il verso a Benjamin. Vestax osserva il rossore e l’affanno nell’imboccare il binario per Bologna. Accenna una domanda ma gli rispondo solo alzando una mano, come a dire “sì, tutto ok. Muoviamoci a salire, altrimenti rischio l’infarto”. Due posti su un regionale presi illegalmente, nella speranza di un mancato controllo. Ripeto per prendere subito sonno che “sono in Italia. Diamine, sono finalmente in Italia”. Lo fisso e ripeto: “I T A L I A. Siamo in Italia, Vestax!”. Mi prende la mano e ci addormentiamo così, ormai tutto riprende il posto. Vedo l’ordine. Vedo un contesto familiare, niente mi disorienta. Più.

 

30 settembre

È il secondo giorno che dormiamo in casa Folding. Un simpatico e originale medico inglese che vive a Sasso Marconi dall’89. Sul treno si era impietosito quando gli abbiamo detto che non sapevamo dove andare, dopo la rottura dei freni a Parma. Così ci ha ospitato nella sua casa di campagna, oltre ad aver visitato Vestax notevolmente deperito. Gli ha prescritto un farmaco e degli integratori. Oltre una cura di ferro quando saremmo tornati a casa, dopo aver riscontrato dalle analisi una sideremia bassa. Doc Folding è il tipico inglese dall’umorismo plumbeo e la barba curata. Usa il capello e l’ombrello quando esce. Mangia col tovagliolo aperto sulle gambe e trova gusto a passarlo sulle labbra ogni volta che sorseggia dal bicchiere anche solo l’acqua.

Mi è dispiaciuto molto dover sostare così poco. Sua moglie Mary Lake non gradiva la nostra presenza. La mia soprattutto. E faceva bene. Un pomeriggio sulla veranda, mentre Vestax innaffiava il giardino, mi ha confessato tutto. Questione di transfert. Vedeva in me, Malena. Il suo unico e vero amore. Mi ha chiesto soltanto di abbracciarlo in quella circostanza, per rivivere un’emozione. Una stupida e banale emozione, racchiusa tra due braccia. E io, non mi sono sentita di negargli un piacere. Forse l’unico di quegli anni che restavano ad un uomo così malato. Ho preso il viso di quell’uomo scavato dai dolori e dalle nausee della malattia. L’ho avvicinato al mio, ho respirato per un attimo. La teoria del soffio vitale mi ha sempre affascinato. E poi un bacio, lento e assaporato. Sentivo il suo battito risalire ed accelerare. Sentivo di nuovo la consistenza delle cose. Volevo donargli semplicemente un ricordo nuovo e più vivido di Malena. L’amore fortifica, a volte. Altre distrugge.

 

 

1ottobre

Lasciata la casa di Folding, cerchiamo di allontanare ogni preoccupazione nella Locanda del Santo Bevitore. Renzo il proprietario è un gran burlone. Ciccione e col naso grosso decide con gli amici di metterci a giro. Così! Per trovare un passatempo a tutti i frequentatori della sua taverna. Litri di vino scadente. Ormai non capiamo più niente. La mattina dopo ci troviamo fuori la locanda con un cartello “TANA LIBERA TUTTI”. Ironia nordica, non c’è che dire. La ripresa conquistata dopo diverse ore di sonno,  decidiamo che l’unica soluzione rimasta sono: I PIEDI. Sì, decidiamo di percorrere tutti i chilometri che ci dividono dalle nostre case. Così camminiamo. Camminiamo camminiamo. Non sento più niente. La stanchezza mi offusca il cervello. Il desiderio di riabbracciare gli affetti è sempre più forte. Non mi interessa più niente. Ogni cosa è travolta e rovinata dall’insofferenza. Verso la vita, gli imprevisti, le scelte sbagliate. E verso Vestax. È sempre colpa sua se sono qui non lo devo dimenticare.

 

2ottobre

Ci siamo divisi ieri sera. Volevo togliermi le scarpe per il dolore. Ma quella sua infantile e ridicola fobia dei piedi ci ha fatto litigare. Non se ne poteva più. Gli ho urlato tutto, tutto il rancore di questi giorni. Tutto quello in cui mi ha trascinata. Due mesi in cui ho rischiato tutto, di perdere tutto. Solo per lui. E questo era il ringraziamento? Ancora pretendeva di dettare regole? Perché diamine non si rendeva conto? Perché? Perché non capiva? Perché non apprezzava?

Mi ha urlato solo di tacere. In faccia. Aggiungendo che da me doveva aspettarselo.  “Sei una stupida. Sei una stupida bionda viziata, tieni…prendi questi soldi che sono rimasti e vai via. Sparisci dalla mia vita”.

L’ho visto solo girare il palazzo con l’insegna rossa dove c’era un vecchietto che aggiustava biciclette.

Vestax poteva anche chiamarsi la più grande delusione! Non avrebbe fatto differenza, adesso.

 

18 Agosto

“Balta, svegliati. Siamo arrivati.” Mi sento toccare la spalla e slaccio automaticamente la cintura del sedile.

Scendiamo dall’aereo. Tiro un sospiro di sollievo per tutto quello che vedo. E che ho solo sognato.

Entro nell’aereoporto .

“ Welcome to Tallin”.

 

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