Visita <a href="http://www.liquida.it/" title="Notizie e opinioni dai blog italiani su Liquida">Liquida</a> e <a href="http://www.liquida.it/widget.liquida/" title="I widget di Liquida per il tuo blog">Widget</a>

La crisi del Cinema italiano

di - 9 aprile 2010

Spesso si mette in evidenza come il Cinema italiano (ma il discorso, a ben vedere, può essere esteso a vari segmenti della cinematografia estera più recente) sia diventato oggi un prodotto più consono alla programmazione televisiva e apprezzato più che altro da un pubblico casalingo che conosce poco le suggestioni della sala; un Cinema d’evasione, per lo più, che rifugge l’impegno e i grandi temi (che pure, ad un esame attento della realtà in cui viviamo non mancherebbero e anzi potrebbero fornire spunti narrativi in abbondanza) e che adotta modalità espressive e descrittive del tutto nuove nonché soluzioni registiche e sceneggiature forse tecnicamente ineccepibili ma stereotipate e poco originali.

Un Cinema che almeno in parte appare, come dire, privo di mordente, un po’ anonimo e del tutto slegato (ma intendiamoci: quest’ultima caratteristica, non sarebbe, se considerata a sé, biasimevole) dalla tradizione del grande Cinema italiano d’autore che a partire dal secondo dopoguerra si affermò in tutto il mondo influenzando e ispirando le opere dei maggiori cineasti.

Il problema della crisi della cinematografia italiana può essere esaminato sotto due differenti prospettive: quella artistica e quella economico-commerciale. Sotto il primo dei due profili: oggi molti dei protagonisti (attori, registi, sceneggiatori) della lontana fortunata stagione del Cinema italiano sono scomparsi; si pone perciò, da un lato, il problema di riportare per quanto possibile agli antichi fasti, per qualità artistica e livello culturale, la cinematografia italiana nel suo complesso.

Una tale operazione di ‘riallineamento’ consentirebbe ad un tempo di migliorare il Cinema dei nostri giorni e di creare la giusta continuità rispetto all’enorme patrimonio visivo che la tradizione del Cinema del nostro Paese ha saputo esprimere fino, grossomodo, alla fine degli anni Settanta.

Occorrerebbe nel contempo dare alla nostra cinematografia una impronta identitaria  più marcata e quel tocco di maggiore ‘riconoscibilità’, rispetto ad altri modi di fare cinema, di cui essa avrebbe bisogno per riaffermarsi a livello internazionale.

È evidente che le maggiori responsabilità in ordine al raggiungimento di questo ‘guadagno qualitativo’ che si vorrebbe far conseguire al nostro Cinema ricadono in gran parte sui produttori cinematografici, sui registi e sugli autori delle sceneggiature.

Va peraltro rilevato che il Cinema italiano più recente ha saputo esprimere anche nomi e titoli di tutto rispetto. Tra i registi che hanno raggiunto la notorietà con prodotti cinematografici di gran pregio devono essere citati, oltre ai ‘mostri sacri’ Pupi Avati, Roberto Benigni, Nanni Moretti e Massimo Troisi, almeno Amelio, Archibugi, Calopresti, Comencini (Francesca e Cristina, figlie di Luigi), D’Alatri, Di Majo, Di Robilant, Giordana, Martone, Mazzacurati, Piccioni, Risi (Marco, figlio di un altro dei più grandi maestri della commedia all’italiana, Dino), Salvatores, Soldini, Tornatore, Virzì e tra gli attori di nuova generazione Abbatantuono, Bova, Bruni Tedeschi, Buy, Castellito, Citran, Gifuni, Galiena, Golino, Lo Verso, Orlando, Timi, Mezzogiorno e, anche qui, Benigni, Moretti, Troisi.

Tra i film sono numerosi quelli di denuncia sociale e quelli magari più introspettivi ma ugualmente capaci di raccontare come e in che misura è cambiato il nostro Paese e il nostro modo di vivere e di rapportarci con gli altri. In ordine sparso e senza la pretesa di essere esaustivo segnalo, tra questi film importanti per la storia del Cinema di casa nostra La meglio gioventù e I cento passi (entrambi di Giordana), Baci e abbracci (Virzì), Il toro (Mazzacurati), Fuori dal mondo (Piccioni), Caro diario e La stanza del figlio (Moretti), Inverno (Di Majo), Preferisco il rumore del mare (Calopresti), Il ladro di bambini (Amelio), Il grande cocomero (Archibugi), Mobbing, mi piace lavorare (Francesca Comencini), Il giudice ragazzino (Di Robilant), Non ci resta che piangere (Benigni e Troisi), Il mostro e La vita è bella (Benigni), Mediterraneo (Salvatores), Nuovo cinema paradiso (Tornatore), Morte di un matematico napoletano (Martone), Meri per sempre (Marco Risi), Pane e tulipani (Soldini), Ricomincio da tre e Il caffè mi rende nervoso (Troisi).

Pare opportuno, a questo punto, chiarire che nonostante anche negli ultimissimi anni l’alta qualità artistica contraddistingua una certa parte della nostra produzione cinematografica, il Cinema da noi continua a rimanere al palo; le difficoltà che pesano sulla situazione della nostra Cinematografia sono, cioè, anche di ordine economico e finanziario. A poco sembra però valere l’intervento finanziario dello Stato a copertura dei costi sostenuti per la realizzazione di quei film che vengono giudicati di rilevante interesse culturale poiché su questo tema le uniche certezze che si hanno riguardano la circostanza che le sale di proiezione rimangono sempre e comunque scarsamente frequentate. Il controsenso (e lo spreco delle risorse pubbliche) è evidente: lo Stato eroga somme rilevanti per consentire la produzione di ottimi film che non solo nessuno va a vedere al cinema ma che, altresì, difficilmente riescono a ottenere un passaggio in televisione. Esiste una spiegazione a tutto ciò? Se ne potrebbero dare diverse; mi limito qui ad osservare, riportando impressioni del tutto personali, che la parte migliore della nostra cinematografia sta diventando ormai, se già non lo è diventata, un ‘prodotto di nicchia’ solo per affezionati (un po’ come il Cinema danese o certa filmografia asiatica) e stenta a raggiungere il successo meritato e il grande pubblico, fosse anche solo quello delle sale italiane.

Sembra però che il Cinema (quello che si dovrebbe andare a vedere nelle sale) sia in crisi un po’ dappertutto a causa di fattori peraltro ben noti (TV e rete Internet, essenzialmente) che incidono fortemente sulle modalità di fruizione da parte dei ‘consumatori’ di questa forma di espressione artistica; mi convinco inoltre sempre di più che al botteghino riesce a vincere la sfida (e qui è il cinema americano che la fa, indiscutibilmente, da padrone) il cinema che si rinnova, quello effettistico e sensazionalistico, quello che sa far ‘divertire’  lo spettatore per almeno un paio d’ore.

Se le cose stanno così è inutile indignarsi, scandalizzarsi e poco costruttivamente scagliarsi a priori contro i prodotti del nostro Cinema: è il potenziale frequentatore della sala cinematografica che va rieducato all’arte e in qualche modo adeguatamente incentivato a non disertare le sale di proiezione.

Giovanni Graziano Manca

Pubblicato da

  1. …..ma Sorrentino e Garrone (il primo soprattutto) dove sono? :-)

  2. Giovanni Graziano Manca ( 9 aprile 2010 alle 11:04)

    Credo manchi la citazione di molti nomi conosciuti e ancora di molti titoli interessanti, nell’articolo. Mi premeva sopratutto tentare un’analisi dei motivi per cui il nostro Paese, cinematograficamente parlando, sia sprofondato in una situazione critica da cui purtroppo non riesce a risollevarsi. Un saluto!

  3. Certo che se fra i nomi della “nuova generazione” non ce n’è uno sotto i quarantacinque anni si capisce facilmente uno dei problemi più grossi del cinema italiano.

    Prendersela con la TV e con internet, poi, è un atteggiamento da intellettuale anni ’70. Il problema, semmai, è che i registi italiani sono noiosi, noiosi, noiosi. Gente coi soldi annoiata che fa film sulla gente coi soldi annoiata. O, in alternativa, fa film sui “giovani trentenni” (ossimoro). Altro che alta qualità.

    Tolti Il Divo e Gomorra, c’è il vuoto da anni. Non c’è fame, non c’è rabbia, non c’è neanche voglia di far divertire. Cento volte meglio il cinema “effettistico e sensazionalistico” (e definirlo così, ancora una volta, dimostra di avere un approccio fuori dal tempo). Un District 9 si mangia qualsiasi impegnato polpettone all’italiana degli ultimi due decenni.

  4. Giovanni Graziano Manca ( 11 aprile 2010 alle 19:26)

    Grazie, Ferruccio, per esserti interessato al mio post!
    Rispetto le tue opinioni pur non condividendo praticamente nulla di ciò che scrivi. La libertà di pensiero prima di tutto…
    Ciao!!

  5. Consigli preziosi e lucidi.
    E intanto Sergio Leone ci manca sempre più…

  6. Matteo Mascolo ( 13 aprile 2010 alle 19:19)

    Pardon. L’ultimo commento è il mio.

Lascia un Commento