La forza innovativa del Jazz di Miles Davis
febbraio 10, 2010 in Cultura, Musica da Giovanni Graziano Manca
loading...
Il 1959 è un anno fondamentale per la storia della musica. Tra gli eventi molto importanti che si verificano in quell’anno vi è la nascita di un sestetto di eccezionali jazzisti promosso da Miles Davis e formato dallo stesso Davis alla tromba, John Coltrane al sax tenore, Julian ‘Cannonball’ Adderley al sax contralto, Bill Evans al pianoforte, Paul Chambers al contrabbasso e Jimmy Cobb alla batteria.
Miles Davis,è risaputo, è l’ex enfant prodige che dà inizio alla sua eccezionale carriera di musicista professionista a quindici anni e che appena tre anni dopo, a diciotto, si ritrova a suonare il bop con autentici miti della musica come Charlie Parker e Dizzy Gillespie, sommi maestri di quel nuovo stile jazzistico molto in voga negli USA degli anni Quaranta. Miles entrò in studio di registrazione con il sestetto (alle registrazioni partecipò, in uno solo dei brani incisi, anche il pianista Wynton Kelly) agli inizi di Marzo e nel giro di poche settimane terminò le sedute di incisione dell’indimenticabile Kind of Blue. Si racconta che a Davis l’operazione costò solo poche migliaia di dollari (oltre al fitto della sala, il trombettista dovette assicurare ai musicisti suoi collaboratori la retribuzione sindacalmente prevista e inoltre farsi carico del compenso per l’accordatore del pianoforte).
Kind of Blue contiene sei brani (So what, Freddie freeloader, Blue in green, All blues, Flamenco Sketches; un settimo brano, Flamenco sketches (alternative take), è stato inserito in edizioni ristampate del LP) che costituiscono un momento di riflessione e di ripartenza rispetto ai canoni dell’improvvisazione jazzistica vigenti negli anni in cui il disco fu inciso; allo stesso tempo la musica contenuta in Kind of blue detta le linee conduttrici di un nuovo modo di suonare il jazz che a partire da quel momento avrebbe influenzato una nutritissima schiera di musicisti. Un disco rivoluzionario, dunque, talmente rivoluzionario che da alcuni viene considerato come una delle opere musicali più influenti del XX secolo; altri lo hanno provocatoriamente definito il più grande disco di rock’n’roll mai inciso, il che rende bene l’idea di cosa possa aver significato nell’ambito della musica moderna l’incisione di questa musica straordinaria.
Se volessimo lanciarci in un paragone cinematografico potremmo dire che Kind of blue ha significato per il jazz ciò che per il cinema ha rappresentato Fino all’ultimo respiro di Godard.
Più nel dettaglio si potrebbe parlare della musica di Kind of blue come l’affermazione di un nuovo modo di concepire l’improvvisazione jazzistica, una improvvisazione che con il disco di Davis diventa ‘modale’, fondata cioè sull’immensa creazione di linee melodiche che è possibile sviluppare avendo come punto di riferimento non la struttura armonica di un tema ma diversi tipi di scale denominate ‘modi’. Una scelta ben precisa, quella del jazzista americano che sosteneva: ‘Quando si imbecca quella strada si può andare all’infinito. Non ci si deve più preoccupare dei cambiamenti degli accordi e si hanno maggiori possibilità di lavorare sulla linea melodica.’ (Miles Davis citato in Arrigo Polillo, Jazz, edizione aggiornata a cura di Franco Fayenz, ristampa del 2007).
Le linee fondamentali su cui poggiare la dialettica strumentale dei vari musicisti che incisero Kind of blue
furono stabilite da Davis appena qualche ora prima che iniziassero le sessioni di registrazione. I risultati di questa nuova concezione di jazz risultano evidenti fin dal primo ascolto del disco, che è caratterizzato da atmosfere soffuse di immediata fruizione, addirittura ‘cantabili’. Il suono ovattato dei fiati di Davis, Coltrane e Adderley, la levità cristallina delle note del pianoforte, il pulsare preciso e mai invadente della sezione ritmica e le ottime registrazioni contribuiscono a fare di Kind of blue un contenitore di ottima musica, carica di suggestioni (anche etniche; ascoltate, tanto per citarne una, la già richiamata spagnoleggiante Flamenco Sketches ).
Il ruolo di grande innovatore di Davis, però, non si esaurisce dopo lo straordinario seguito avuto da Kind of blue. Il solista americano, infatti, sul finire degli anni Sessanta fu ancora protagonista diretto di un’altra importante svolta musicale.
Registrato in appena tre giorni (tra il 19 e il 21 Agosto del 1969, per la precisione) l’album Bitches Brew, doppio (quello in vinile, of course), segna l’incontro, che nel corso degli anni si sarebbe rivelato fortunatissimo, della musica jazz con il rock più d’avanguardia.
Anche Bitches Brew deve essere considerato come un disco d’avanguardia perché dà inizio a un vero e proprio genere musicale (che durante gli anni Settanta ebbe per protagonisti, tra gli altri, anche molti dei musicisti che parteciparono alle sedute di registrazione di Bitches Brew come Wayne Shorter, Joe Zawinul, Chick Corea, John Mc Laughlin, Jack De Johnette, Billy Cobham) che di lì in avanti da un lato riscosse molte critiche da parte degli appassionati di jazz classico, dall’altro seppe guadagnarsi un esercito di nuovi estimatori. Bitches Brew è un disco omogeneo sotto il profilo della ritmica e godibilissimo sotto il profilo musicale (le tracce presenti nell’edizione originale sono sei, mentre le ultime edizioni su CD sono state ampliate con alcune bonus track), ricco di atmosfere di grande fascino, di continui intrecci strumentali, di sonorità elettriche, di inserti ‘rockeggianti’ e inflessioni funk piuttosto marcate.
Miles Davis è scomparso nel 1991; quando riascoltiamo Kind of blue e Bitches Brew avvertiamo sempre il peso gravoso della sua assenza e vorremmo averlo ancora tra noi.
Giovanni Graziano Manca
loading...





Processing your request, Please wait....























Grandissimo musicista Miles Davis, la storia del jazz.
Complimenti a Giovanni Graziano Manca che, come sempre, insegna musica attraverso i suoi articoli.
loading...
si davide, grazie come al solito a graziano per le sue preziose lezioni!
loading...
Beh, Kind of Blue è il disco che ha cambiato la mia vita.
Dopo un infanzia di Who – Yes – EL&P – Pink Floyd – Led Zeppelin – Lou Reed – Bowie, ecc.ecc. – ero passato alla Fusion.
…Sai cose tipo Jeff Lorber – Spyrogira – Yellow Jackets – Gino Vannelli… e poi al Jazz rock: Weather Report – Chic Corea…
Successe un giorno che qualcuno mi fece sentire quella “Perla Blue” e da quel giorno passai definitivamente al Be bop – all’hard bop al cool!!!
Per la verità iniziai anche a suonare il sax tenore con la fortuna di essere allievo di Massimo e Maurizio Urbani, Tony Formichella, Paolo Farinelli… erano i meravigliosi anni del Big Mama e del Music Inn, quando ci chiudevamo nel camerino con Chet Baker a farci gli spinelli prima del concerto; quando c’erano ospiti come Betty Carter!
Senza immodestia, il Jazz è una delle poche cose (forse l’unica!)della quale credo di aver capito l’essenza, e concordo con te che “kind of blue” è un capolavoro assoluto.
In “so What” come in “All Blues” gli “a solo” di Coltrane sono una meraviglia di poesia, coerenza e tecnica con un fraseggio sempre compiuto avvincente, luce e ombra – elevazione e desolazione.
E Cannonbal? Con quella sua “voce” brillante – squillante – che meno introverso di Coltrane – stilla positività e gioia allo stato puro…
Miles, creatore di atmosfere sofisticate e rarefatte, sciamano del palco.
Grazie! mi hai fatto ricordare emozioni sopite – raramente adesso ascolto jazz, mi sono stancato.
E confesso: ho qualche difficoltà dopo Sonny Rollins – Dexter Gordon – Wayne Shorter – (per non parlare di tutti quelli antecedenti)- Micael Breker – Massimo Urbani – a trovare ancora qualcuno che non ripeta quanto già fin troppo magistralmente espresso.
Sono passato alla musica ellettronica (oimè).
Ovviamente se hai qualche “dritta” di qualcosa di innovativo nell’ambito jazz (a parte il “free” da pipparoli, che mi stanca in 20 minuti) sono sempre aperto all’ascolto.
ciao
stefano
PS: che bello che nel 2010 ancora si parli di “Kind of blue”
loading...
Grazie a tutti voi, amici!
Stefano: credo che si parli ancora di ‘Kind of Blue’ perchè ormai, inutile nascondersi dietro un dito, nessuno più è in grado di comporre, suonare e quindi incidere su disco capolavori di tal fatta.
E’un piacere scoprire che sei stato allievo dell’indimenticato (e indimenticabile) Massimo Urbani, il più ‘coltraniano’,forse, tra i più grandi del Jazz italiano!
Un saluto affettuoso a tutti. Ciao!
loading...
loading...
Bel pezzo, anche se alla fine ne resta sottostimato proprio Davis. Lo dico perché chi non lo conosce potrebbe pensare che con Kind Of Blue e Bitches Brew hai tutti quello che serve, quando in realtà Miles ha dato impulsi al jazz per quasi tutta la sua carriera – Birth Of The Cool, Walkin’, il primo quintetto, i dischi con Gil Evans, il secondo quintetto, Live/Evil, Dark Magus, Agartha, On The Corner (giusto per saltabeccare per sommi capi) sono capitoli imprescindibili altrettanto. Ma a parte questo, ripeto, questo post è un’ottima introduzione e quindi complimenti.
loading...
Grazie Zotter! Sono d’accordo. In un articolo breve non può essere colta ‘in toto’ la statura e la grandezza compositiva, strumentale e innovativa di Davis, musicista assai complesso sotto i più vari aspetti.
Rimane il fatto, però, che pur essendo incontestabile l’esistenza di molti altri capolavori (in qualche caso essenziali, vedi Birth of the cool) incisi dal trombettista americano, è proprio con i due dischi cui è dedicato l’articolo, che Davis, almeno secondo la critica e la storiografia jazz più accreditata si ‘impone’ come l’uomo delle scelte coraggiose ed epocali che riescono ad aprire strade veramente inesplorate nell’ambito del Jazz.
loading...
Miles Davis è stato (secondo la mia opinione) uno dei tre musicisti più influenti del Novecento.
Da “Kind of blue” a “Bitches Brew” c’è un percorso fondamentale, sia per il Jazz ma per la musica contemporanea stessa. Quel talento, quella pazzia melodica imprevedibile, quel contrasto ritmico.
Complimenti Giovanni per gli articoli musicali sempre ottimamente curati!
loading...
Grazie Andrea!
loading...
Kind of Blues è l’album migliore della storia del Jazz.
Di solito non amo gli assolutismi ma questa volta una simile affermazione è inconfutabile. L’album migliore della storia del Jazz, senza ombra di dubbio.
loading...
p.s. Complimenti Graziano, articolo davvero ottimo! Un piacere di lettura.
loading...
simona vedo che hai le idee chiare…
loading...
Sì Stefano, lo riconosco , adoro il Jazz e mi ripeto, ma Kind of Blue è un album senza eguale alcuno.
Pochi altri artisti sanno emozionare così, penso a Nina Simone per esempio, ma ciò non toglie che Miles Davis è inarrivabile nei suoi assoli.
loading...
E’ una novità per me venire a conoscenza che ci sono giovani che sentono dischi come “Kind of blue” o che ascoltano il be bop in genere…
Mi fa immensamente piacere, anche perchè se si ama il jazz, non si può non amare il soul (come potremmo vivere senza Marvin gay o Aretha Franklin) non si può non amare il blues – il R&B ( Otis Reading -James Brown!!) – il buon Funk (Grant Green…) il Jazz Rock!!!!!!!!!!!!!!
Ossia quanto di meglio (insieme alla classica) si può trovare nella musica moderna.
Io sto ritrovando nella buona musica elettronica degli spunti interessanti – vedi gli “Shpongle” – album : “Tales of enexpressible” – sentilo è fantastico!
Ma è necessario un enorme lavoro di selezione per trovare delle cose veramente interessanti.
Se non avessi diversi amici che lavorano con la musica (la suonanano – la producono) e che scremano per me, avrei grandi difficoltà ad orientarmi in un panorama così vasto.
LOVE LIGHT …& MUSIC
loading...