La questione meridionale

novembre 23, 2008 in Politica, Società da Giulio vece

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Gaetano SalveminiLa definizione questione meridionale venne coniata nel 1873 da un deputato italiano che voleva con questa espressione indicare il divario economico che separava il nord dal sud d’Italia.

Prima dell’unificazione il Regno delle due Sicilie era caratterizzato da un economia lenta ma sicura, dalla terza flotta mercantile in europa, dalle esportazioni di molteplici materie prime e da una moneta solida. Al contrario il Regno sabaudo, seppur più moderno e incline agli investimenti, poteva “vantare” di essere lo stato più indebitato d’europa con cartamoneta difficilmente convertibile in oro.

E’ all’interno di questo quadro economico che bisogna inserire il processo risorgimentale per poter capire il presente italiano.

Dopo l’unificazione venne esteso a tutto il territorio nazionale l’ordinamento piemontese e con esso la politica liberista, la leva obbligatoria ed un sistema tributario astringente. I vincoli protezionistici borbonici vennero aboliti, l’oro del Banco delle due sicilie venne trasferito nella nuova Banca d’Italia  e una parta non finì neanche lì; insomma manovre politiche ed economiche talmente inadeguate da  causare quel fenomeno noto come “Brigantaggio”. Tra il 1861 e il 1865 bande di contadini, preti ed ex garibaldini mossi dallo scontento nei confronti di un atteggiamento più coloniale che unificatore tennero impegnati ben 120.000 soldati (1863) del nuovo stato. Chiusa l’esperienza bellica nel 1865 rimangono aperte le ferite lasciate dalle fucilazioni e dalla repressione violenta; ferite che gettano le basi per quelle alleanze familiari rurali da cui nasceranno le mafie. Il concetto di mafia come struttura parastatale e antistatale trova le sue radici quindi nel bisogno delle masse meridionali più indigenti di un referente tanto forte quanto vicino. Lo stato post-unitario aveva quindi fallito lì dove si era imposto con le armi. Unità geografica ma divisione nella popolazione.

Dal punto di vista politico tutta la storia del meridione è caratterizzata da riforme mancate o mutilate, giuste nello spirito quanto sbagliate nell’applicazione,così mentre il nord cresceva e si avvicinava sempre più agli standard europei il sud si arretrava non riuscendo a sfruttare le proprie risorse e in questo clima iniziano a proseparare organizzazioni criminali sempre più forti e pericolose. Il novecento poi  con il suo rapido susseguirsi di eventi ha visto avvicendarsi il prefetto “di ferro” Cesare Mori con i suoi brutali seppur efficienti metodi all’esercito americano e alle sue richieste d’aiuto logistico ai clan mafiosi. Con l’inizio del periodo repubblicano si sono visti poi provvedimenti importanti ma poco funzionanti se non dannosi come la cassa del mezzogiorno che doveva gestire e favorire gli investimenti ma che non riuscì mai a funzionare veramente, la riforma agraria che seppur rappresentando il miglior provvedimento attuato non riuscì a saziare la “Fame di terra” dei contadini. Intanto l’Italia cresceva, ma mentre il settentrione beneficiava degli accordi internazionali stipulati con il Belgio (manodopera prevalentemente meridonale scambiata con partite di carbone estratto dalle miniere dai lavoratori Italiani) e rafforzava la sua economia, il sud affondava stretto dai suoi problemi, dalla mafia, dall’emigrazione e dal razzismo e continua tutt’oggi a vivere una situazione disagiata e problematica.

Sir Bernard-Lee

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