La Seconda Repubblica sta perdendo la sfida degli outsider

di - 30 dicembre 2009

Basta osservare le statistiche pubblicate in questo dossier, per rendersi conto che il frutto avvelenato della Seconda Repubblica è la crescita zero.

All’inizio degli anni ‘80, nonostante l’inflazione e il terrorismo, crescevamo del 4% l’anno. Dieci anni dopo, dell’uno virgola qualcosa per cento. All’alba del nuovo millennio, è arrivata la crescita zero. Quest’anno il nostro Pil pro capite si ridurrà del 4%.

Ovviamente le ragioni di questo lento declino sono tante. Da quelle demografiche, stiamo invecchiando e non si fanno più bambini. A quelle politiche, viviamo in una perenne transizione politica che mette costantemente in discussione la governabilità. A quelle culturali, la scarsa diffusione della cultura della trasparenza, della valutazione e del merito. Alle tante altre di carattere economico, come il peso degli interessi sul terzo debito pubblico del mondo, la bassa produttività del lavoro, le restrizioni del credito bancario, l’elevato livello della tassazione sul lavoro, il basso livello degli investimenti in ricerca e sviluppo.

Tutte ci indicano che la Seconda Repubblica ci lascia un sistema economico stanco. Che ha smesso di investire sull’energia vitale di chi è pronto al duro lavoro per favorire chi inseguiva il miraggio di improbabili rendite di posizione. Dalla tassazione di favore per gli speculatori finanziari che ci hanno trascinato in questa drammatica crisi, alla tolleranza nei confronti di quelli che gravano sul debito pubblico, come i falsi invalidi o gli assenteisti nel pubblico impiego.

La Seconda Repubblica sta perdendo la sfida degli outsider, perché non riusce a coinvolgere nuove energie nel sistema produttivo. Ha lasciato le donne e i giovani ai margini del mercato del lavoro, come il Sud ai margini della competizione economica globale. Doveva essere la nostra California e, invece, è ancora afflitto dal sottosviluppo, dall’economia sommersa, dalla criminalità organizzata e dal ritardo infrastrutturale.

Le donne, che all’università ottengono risultati di gran lunga migliori dei loro colleghi, preferiscono non lavorare perché il basso livello delle retribuzioni rende più conveniente rimanere in casa con i figli. Se il Trattato di Lisbona ci imponeva di raggiungere entro quest’anno un tasso di occupazione femminile superiore al 60%, noi siamo ancora ben al di sotto del 50%.

Tra i giovani, alcuni si sono rifugiati nelle università, come dimostra l’età media dei nostri laureati come il nutrito esercito dei fuori corso. Altri sono rimasti intrappolati nel labirinto della precarietà, tenuto conto che gran parte delle nuove assunzioni avviene mediante contratti di lavoro a termine. Altri ancora sono disoccupati, perché con la crisi finanziaria le aziende, prima ancora di licenziare, hanno smesso di assumere. Altri ancora sono nichilisti. Nel senso che non fanno praticamente nulla. Confindustria calcola che un giovane su quattro tra i 20 e i 24 anni fa parte della cd. neet generation (ovvero not in employement, not in education, not in training).

Poi, ce ne sono alcuni, anzi molti, che hanno talenti e capacità e voglia di fare, ma sono soffocati, nel lavoro dipendente, da progressioni di carriera basate sul principio di anzianità, oppure, come avviene per tanti piccoli imprenditori, dall’eccessiva tassazione sul lavoro o dalle restrizioni del credito bancario.

Per fare meglio, la Terza Repubblica, se mai arriverà, dovrà ripartire proprio da qui. Dal lavoro e dall’impegno dei giovani e delle donne che meritano. Non per assisterli con risorse che non esistono, perché sono divorate dal terzo debito pubblico del mondo, ma più semplicemente per dare loro l’opportunità di creare, per meriti e capacità di iniziativa, ricchezza e valore. Perché, nel corso di questa interminabile transizione, tra tasse, contributi, rendite di posizione, diritti quesiti, lungaggini burocratiche, contratti a termine e carriere per anzianità è diventato difficile persino rimboccarsi le maniche.

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