Lady Vertigo-Vincent Delirio

agosto 23, 2009 in Dossier Artistic, Narrativa, Racconti a puntate da AlexanderPaul

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lasvegasDall’altro capo dalla città, la notte sembrava aver appena dispiegato le sue generose maniche straripanti di doni e promesse per chi avrebbe avuto l’ardire di affacciarsi al loro interno.

“ The Rainbow Chapel”, così diceva l’insegna dai tipici sette colori posti ad arco con quei caratteri bianchi cubitali.

Due vasi di fiori di plastica d’un viola spento e d’un rosa acceso posti ai lati d’una porta bianca in finto stile vittoriano, per poi entrare all’interno d’uno stanzone con quattro banchi a destra e quattro a sinistra e al centro una sorta di altarino a metà tra il cristiano e il pagano. Perché, se il rito era protestante, non c’erano crocifissi all’interno, ma solo una statua di plastica trasparente con le lucine all’interno che riproduceva una Venere sopra la propria conchiglia.

Sposarsi nel sacro nome del kitsch, questo un probabile imperativo. L’amore, quello, aveva ben poco a che fare con Las Vegas.

<…io vi dichiaro marito e moglie…avanti, bacia la sposa, non possiamo stare qui tutta la notte…> da sotto un fitto paio di baffi neri, in direzione di una cinguettante giapponesina che a stento si teneva in piedi sui suoi sandali di vernice bianchi e sulle sue stesse parole.

Qualcosa di incomprensibile, molto simile al pigolare d’un dolce pulcino in direzione del suo sposo nuovo di zecca.

Vincent: 24 anni per un totale di quattordici matrimoni.

Vincent.

Una giacca scura con appuntata sopra una spilla rettangolare in finto argento e una ancor più finta, vistosa, ametista, un paio di pantaloni eleganti in un blu dissonante e una collezione d’anelli lasciati sul comodino della propria stanza.

Perché là no, proprio non ce li poteva portare.

Di fronte all’ennesima trafila di propositi e sacramenti, di fronte all’ennesima creatura di sesso femminile tra il brillo e l’eccitatissimo, di fronte ad affermazioni che, neanche sotto minaccia d’arma da fuoco, avrebbe mantenuto.

Un “per sempre” della durata di sedici ore. Minuto più, minuto meno.

Il tempo di entrare nelle loro vite e nelle loro stanze, di portarsi via quanto di più congeniale trovasse a disposizione e sì, magari anche di adempiere,per una notte, ai suoi doveri coniugali.

Non aveva mai esagerato, mai.

Mai prelevare più di quello che lor signorine avrebbero tollerato, perché un marito cattivo e fuggitivo sarebbe stato più semplice da spiegare a papà, perché sarebbe stato più facile accettare che un poco di buono senza scrupoli avesse raggirato i loro preziosi tesorini innocenti, che ammettere il fatto che le proprie bambine fossero state pronte a mettere le loro unghiette laccate di rosa sul primo uomo capitato a tiro.

Così andava il mondo, il suo mondo, e Vincent lo aveva saputo addomesticare bene con quei suoi trucchetti chiamati “tequila bum bum per la mia splendida…” per una decina di volte e “Dovremmo vivere così per sempre, io e te…” infilati tra uno sguardo e l’altro, tra una lieve carezza e un’altra.

Fiori d’arancio una volta ogni due settimane, più o meno, per Vincent perché anche se in fondo non avrebbe avuto bisogno di portarle fino all’altare per prendere loro più di quanto avessero approvato, forse lui ci prendeva gusto.

Forse gli piaceva davvero tutta quella pantomima da B-movie associata all’idea di averle rese così puerilmente felici per una notte e di averle riconsegnate alle loro vite prima di poter dire “amore, facciamo colazione?”.

Comunque fosse, per stasera aveva scelto due anelli con sopra due rondini color oro, taglia standard, pagate tredici dollari al distributore automatico di fedi situato accanto la porta d’ingresso della cappella.

<…sembri proprio un passerotto…> Le aveva sussurrato all’orecchio, poco prima che la zuccherosa giapponesina tirasse fuori dalla borsetta l’importo necessario per comprare quel kit di anelli per il matrimonio.

In fin dei conti  era molto simile a una roulette russa in cui Vincent sapeva sembrare sempre il colore su cui puntare.

E, riguardo alla numero quattordici, che dal suo fianco destro sorrideva simile a una mogliettina devota, sapeva solo che il suo nome finiva in “ko” (ma “passerotto” andava benissimo), che aveva un bel portafogli con dentro una carta di credito e che la stanza era la 617.

Di più non gli interessava sapere.

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