L’arte contemporanea è un bel paio di occhiali

novembre 23, 2009 in Arte, La vetrina per talenti by Francesco Bonami

Dillinger.it - ArteSe esistessero le Torri Gemelle dell’arte contemporanea, il fondamentalismo Impressionista proverebbe a buttarle giù. A Osama Bin Manet non va proprio giù che esista un’arte che come facevano loro, gli impressionisti, ai loro tempi, mette in dubbio il passato e la storia e guarda al presente e al futuro. Nascosto sotto una ninfea Osama Bin Manet medita le cose più atroci contro gli artisti contemporanei. L’Italia è per gli impressionisti un po’ come quelle zone del Pakistan al confine con l’Afghanistan dove si nascondono quelli di Al Qaeda. Una zona dove le forze del male dell’arte dei nostri giorni non riescono ad arrivare. Ogni tanto la colazione contemporanea guadagna qualche metro di territorio ma poi le forze di Goldinajhad recuperano il terreno perduto come è accaduto a Villa Manin in quel di Codroipo in Friuli Venezia Giulia, dove un centro di arte contemporanea sul quale la regione aveva investito parecchi soldi è stato smantellato dall’oggi al domani ed è stata reintrodotta la Sharia Impressionista.

Ma perché l’arte contemporanea è così difficile da capire al punto tale che la gente ne ha quasi paura? E’ veramente una presa per i fondelli o c’e’ qualcosa di serio in queste cose che sembrano a volte roba comprata da un ferramenta cinque minuti prima e che invece pretende di essere una scultura o peggio, direbbe qualcuno, un’installazione?

Beh bisogna essere cauti, molte volte la scultura fatte con le viti del ferramenta è una fregatura, ma così come lo sono tanti quadri fatti con i bei colori ad olio, persino quelli dipinti al tempo di Manet e compagnia bella. Insomma l’arte non sono i materiali che si usano ma quello che riusciamo ad esprimere con qualsiasi materiale.

Ci sono sculture di marmo di Carrara che sono mille volte meglio di una scultura fatta con lo scotch da pacchi, come lo sono quelle dell’artista svizzero Thomas Hirsshorn che costruisce complicatissime strutture claustrofobiche e labirintiche con centinaia di immagini prese da riviste, telegiornali e libri che parlano del mondo, delle sue contraddizioni e delle sue tragedie. Quest’artista è sì contemporaneissimo ma è anche geniale, un vero maestro. In fondo non sono altro che Presepi contemporanei dove si celebra non il bambino Gesù’ ma la nascita di quell’informazione brutale e distorta che domina oggi i nostri pensieri e le nostre giornate. Molti scettici davanti alle sue opere urlerebbero sdegnati invocando le pennellate di Cezanne o l’eleganza del panneggio di qualche artista minore del ‘700. Tutto va bene basta che sia su una tela e ci siano le figure anche se queste ci fanno fare una figuraccia.

L’arte contemporanea è come guardare una partita in diretta, tutto accade davanti ai nostri occhi e solo a casa possiamo provare a ricordare i momenti più salienti lì al momento possiamo soltanto irrazionalmente reagire e non pensare. Davanti ad un opera d’arte contemporanea la gente si rifiuta spesso di pensare, quasi che il farlo desse legittimità a quella molto probabilmente schifezza che ci troviamo di fronte. Se avessero fatto così i Medici, gli Sforza, i Borgia o i Montefeltro, oggi l’Italia sarebbe davvero desolata come quelle vallate dell’Afghanistan dove i Talebani buttano giù le statue dei Buddha perché blasfeme. Ecco, la reazione davanti all’arte dei nostri giorni è spesso da talebani. E’ stato così forse che Lucio Fontana, temendo che un vandalo potesse sfregiare le sue tele, ha preferito farlo lui il taglio in modo che il vandalo di turno volendo deturpare la sua opera fosse costretto a ricucirla per danneggiarla.

Si pensa per qualche misterioso motivo che l’arte debba corrispondere al buon gusto. Ma l’arte di Benozzo Gozzoli per esempio non è certo di “buon gusto” eppure è un capolavoro. Anche la Capella Sistina, checché ne dicano i giapponesi, non è certo un esempio di leggerezza e minimalismo. Ci vestiamo tutti di nero sentendoci molto eleganti e alla moda ma davanti ad un quadro tutto nero di Ad Reinhardt, uno dei maestri dell’espressionismo astratto degli anni ’50 e ’60 in America, è capace che ci mettiamo a ridere dicendo “Lo potevo fare anch’io”. Scandalo chiaramente fa sempre la scatoletta piena di merda di Piero Manzoni. Ma invece se proviamo a metterla accanto al quadro delle scarpe di Van Gogh capiremo che Manzoni e Van Gogh parlavano un po’ della stessa cosa, della materialità e della fatica del vivere. Van Gogh a suo tempo era più contemporaneo di Manzoni al suo. Oggi il primo viene considerato un maestro indiscutibile mentre il secondo spesso è visto come un buffone. In realtà ha cambiato di più la storia dell’arte Manzoni con la sua scatoletta che Van Gogh con le sue scarpe sporche di fango. Dicendo questo so che mi arriverà un Fatwa dal Nord Est italiano ma le cose stanno proprio così.

Nonostante questo si possono apprezzare al tempo stesso sia Manzoni che Van Gogh. L’arte non è come la religione dove o uno è ebreo o mussulmano o buddista o cattolico, tutte le cose insieme non può essere. In arte invece sì. Possiamo innamorarci delle Piramidi e delle spirali dello scultore Americano Richard Serra, del Parmigianino e di Cattelan, di Damien Hirst e delle vetrate di Notre Dame. Nessuno può impedirci nell’arte di far diventare ogni esperienza visiva contemporanea nella nostra testa e nel nostro spirito. In arte c’e la totale compatibilità, non siamo in un mondo diviso fra PC e Mac.

Per questo la resistenza all’arte contemporanea è una resistenza artificiale, come quella che i bambini hanno davanti ad un cibo che non conoscono e si rifiutano di assaggiare. Non sanno cosa si perdono, pensano gli adulti. Così è davanti ad un artista dei nostri tempi. Vedendo spesso persone che indietreggiano davanti alla contemporaneità, viene da dire “Non sanno cosa perdono”. Nell’arte come in tanti campi delle società è il pregiudizio a regnare sovrano . Prendo un esempi recente. A Venezia in cima alla Punta della Dogana è stato sistemato la scultura dell’artista Americano Charles Ray . Si tratta di un bambino tutto bianco che tiene in mano una rana. Le forme sono classiche e l’artista l’ha pensata proprio in relazione all’ambiente circostante, la Laguna, Venezia, le chiese di Palladio e il bianco della pietra d’Istria dell’edificio della Dogana. Insomma se non si sapesse che è stata sistemata lì solo qualche mese fa penseremmo che c’e’ sempre stata, che viene da un epoca se non antichissima, almeno dal Neoclassicismo, quello di Canova. Invece si sa che è venuta da Los Angeles e che è un’opera contemporanea. Solo per questo motivo viene vista con sospetto e alcuni, mentendo a se stessi, arrivano a dire che è brutta. Queste stesse persone portate davanti ad una statua greca o di Canova andrebbero in visibilio. La conclusione è che l’arte contemporanea come tutte le cose nuove e diverse fa paura e per difendersi dalla paura diventiamo razzisti.

Certo essere contemporanea è per un opera d’arte quello che per un essere umano è essere di un’altra razza, essere diverso e non familiare. Davanti ad una cosa o una persona non familiare si scatenano i pregiudizi e la discriminazione . Il povero bambino che guarda nudo la sua rana è rifiutato solo per il fatto di essere nato ieri e non secoli prima. La contemporaneità è uno stigma. Ma le società che stigmatizzano troppo diventano culturalmente astigmatiche ovvero non riescono più a vedere il mondo come si deve. Si può dire quindi che l’arte contemporanea nel bene e nel male, quando è bella e quando è brutta, quando è intelligente e quando è banale, ci aiuta, se facciamo un po’ di sforzo, a correggere la nostra visione del mondo, a mettere a fuoco la realtà e i suoi problemi.

Possiamo dire che l’arte contemporanea è semplicemente un bel paio di occhiali con le lenti giuste e ben pulite.

Francesco Bonami


Francesco Bonami è il curatore della 75ma Biennale del Whitney di Arte Americana che aprirà a Febbraio 2010. Vive a New York. Fra i suoi libri con Mondadori “Lo potevo Fare Anch’io” e “Dopo Tutto non è Brutto”.