L’Italia è i treni che prende

marzo 10, 2010 in Dossier Palude Italia, Narrativa, Politica, Racconti da Valerio Aiuti

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stazioneluccaNel mondo esistono due categorie di persone: quelli che trascinano il trolley col palmo della mano rivolto verso su, e quelli che lo trascinano col palmo rivolto verso giù (a voi se l’uno trascina il passato e l’altro lo lascerebbe quanto prima se potesse).
In vita mia ho preso (e perso) parecchi treni ‘veri’: gli intercity sudici, i bisunti interregionali, le corse interne di almeno 4 regioni italiane diverse, del centro-nord; e un paio di volte ho pure preso i treni ‘finti’: gli Eurostar. Per andare a Milano, tipo, o a Bologna.
Non ho una consuetudine da guru del viaggio in treno, ma di cose in treno ne ho viste una cesta e sono sicuro che ognuno di voi ne avrebbe quante più da aggiungere (senza dire che la letteratura postmoderna italiana è zeppa di questo tipo di stratagemmi narrativi, e pure Dillinger è pieno di racconti sui treni), magari anche di più interessanti. E così come non mi va di denunciare la scomodità della più eloquente dimostrazione di divario tra qualità e prezzo in un servizio pubblico (privatizzato senza alcun beneficio apparente), non mi va di spezzare lance, tipo che dopotutto noi le ferrovie ce le abbiamo e l’Angola no, o che la Stazione Tiburtina nuova è proprio figa, ma tutta un gradino, boia mondo.
Quello che pensavo, è una cosa semplice: l’Italia è i treni che prende.
Non è gli autobus che prende, perché il tempo che normalmente si impiega in autobus è troppo poco per dar modo alla fenomenologia di agire, e perché, tendenzialmente, l’autobus passa (e ri-passa poco dopo), il treno parte (e basta).
Non è del tutto neanche l’apparato burocratico che ha, perché manca il fattore spostamento che torchia le norme del vivere comune retrocedendo l’uomo allo stato di natura.
E’ l’Italia, perché, in Italia, i treni, semplicemente, non funzionano, e quindi gli italiani, senza volerlo, sono ogni giorno a sgomitarsi come le scimmie nella pozza in 2001: Odissea nello Spazio, e danno il meglio di sé. Tipo Santi Romano e la teoria degli ordinamenti giuridici. Ma togli la fila alle poste, metti la fila in biglietteria e hai una teoria generale sul costume sociale. E poi gli altri paesi d’Europa si identificano a sé stessi molto più in altre cose problematiche, ma nessuno come l’Italia si identifica a sé stessa nel treno. E allora ho pensato che noi rimproveriamo la politica, essenzialmente, di essere su Marte, finanziariamente, moralmente, eticamente, praticamente. Ecco, secondo me, un vero politico dovrebbe prendere il treno (con buonapace del vagone della Presidenza del Consiglio Prodi). Ma anche un buon avvocato. O un buon economista.
Ecco, io non sono un grande esegeta della vita, ma la verità, il più delle volte, sta scritta sul volto di chi hai davanti e, io, per esempio, l’altro giorno, ho visto che in treno:
-3 persone su 6 sono di etnie diverse dalla mia;
-2 su 6 non hanno il biglietto;
-2 su 6 parlano lingue diverse dalla mia;
-4 su 6 hanno una valigia spropositata per la tratta che normalmente percorrono;
-3 su 6 leggono ‘Repubblica’, hanno un Laptop e ascoltano musica dall’iPod;
-4 su 6 fumano;
-6 su 6 hanno un cellulare;
-4 su 6 parlano di lavoro, e 2 su 6 di studio, per lo più lamentandosene;
-4 su 6 stanno ‘grattando e vincendo’
-4 su 6, alla Stazione Tiburtina, guardano il lato in smantellamento piuttosto che quello in costruzione.

Ecco, poi io non lo so, ma forse le cose stanno in modo più semplice di come sembra.

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