Il capitale umano è la forza-lavoro che ha conseguito una Laurea o si è formata on the job, per questi motivi qualsiasi tipo di investimento in capitale umano determina un netto divario tra chi si qualifica e chi decide di non farlo.
Tramite un’analisi di alcuni dati di evidenza empirica che hanno caratterizzato gli Stati europei e mondiali nell’ultimo decennio, è evidente come l’investimento “con maggior rating” è quello, appunto, in capitale umano. In altri termini bisogna chiedersi se attualmente “conviene” studiare.
Nel Febbraio 2007 la Commissione Europea ha adottato un quadro di indicatori e parametri per il raggiungimento degli obiettivi previsti dalla Strategia di Lisbona e dal programma Istruzione e Formazione 2010. Otto i settori politici-chiave individuati tra cui: migliorare l’equità e l’efficienza nell’istruzione e la formazione; rendere l’apprendimento lungo tutto l’arco della vita una realtà; modernizzare l’istruzione scolastica, la formazione professionale e l’istruzione superiore; accrescere l’occupabilità. In pratica si è voluto fare dell’Europa l’area più competitiva al mondo per alto livello di qualificazione del capitale umano. Infatti anche gli Accordi di Schengen, che istituiscono un’area di libero scambio, perseguono la stessa spinta competitiva verso il mercato del lavoro.
Nelle politiche europee l’istruzione e la formazione rappresentano uno strumento essenziale per la coesione sociale, in stretto collegamento con le politiche del lavoro. L’ Unione europea si limita a sostenere e completare l’azione degli Stati membri e a promuovere la cooperazione, in particolare attraverso il Processo di Bruges-Copenaghen, attuato con il metodo del coordinamento aperto (definizione di obiettivi comuni, valutazione dei risultati e cooperazione comparativa).
Oltre agli interventi finanziati dal Fondo Sociale Europeo, nel settore dell’istruzione rientrano i programmi comunitari Erasmus, Socrates, Leonardo Da Vinci e Gioventù.
L’istruzione e la formazione sono parte dell’apprendimento permanente, finalizzato a fornire ai cittadini un apprendimento costante lungo tutto l’arco della vita. In tale quadro si collocano anche altri ambiti d’azione specifici, come la formazione continua, l’educazione degli adulti, l’istruzione superiore, la mobilità, l’e-learning, l’orientamento.
Insieme alla sempre crescente integrazione europea in questi settori, il fenomeno della globalizzazione ha avuto un ruolo determinante nell’ attribuzione dei rischi derivanti da queste politiche in capo ai soli unskilled-workers in quanto, proprio perché non qualificati, sono considerati come risorsa fungibile. Infatti la globalizzazione così detta “reale” si concretizza da un lato nello scambio su scala globale di beni servizi e fattori produttivi, dall’altro nella ripercussione a livello mondiale degli effetti di un evento economico localizzato.
Esempio evidente di tutto ciò è il caso del processo di riconversione industriale nei settori dell’ Hi-Tech negli Stati Uniti. Accompagnandosi a una maggiore domanda di skill-workers e ad una consequenziale minor domanda di unskill-workers, tale evento è significato un progressivo aumento dei salari dei “colletti bianchi” e, per contro, una diminuzione salariale dei “colletti blu”.
La rivoluzione tecnologica e l’accentuazione del fenomeno della delocalizzazione produttiva sono due eventi fondamentali che hanno rivoluzionato le economie in questi ultimi decenni. I risultati di questi due eventi sono stati sino ad ora una forte crescita di alcune aree in via di sviluppo e la stagnazione di altre. Queste dinamiche sono state accompagnate da un aumento del wage skill differential nei paesi più sviluppati, una riduzione dello stesso differenziale nei paesi in via di sviluppo e un aumento in quelli meno avanzati.
In tale scenario la globalizzazione presenta dunque due facce della medaglia per i Paesi emergenti. Il lato positivo, colto dai paesi con migliore qualità istituzionale, è che la rivoluzione tecnologica rende più facile il catching-up rispetto a quanto accadeva nell’economia tradizionale dove esso richiedeva ingenti investimenti di capitale fisico (cioè di unskilled-workers). Il lato negativo è che, in presenza di un livello troppo basso di capitale umano iniziale e di scarsa qualità delle istituzioni, l’impatto potenzialmente positivo della delocalizzazione produttiva previsto dai modelli tradizionali di commercio internazionale è attenuato da due fenomeni principali: la natura non competitiva del mercato del lavoro degli unskilled nel Sud del mondo e la tendenza degli skilled ad agglomerarsi nei paesi più sviluppati.
Sulla base di tali considerazioni i suggerimenti di policy per estendere i benefici della globalizzazione reale e della rivoluzione della ICT (Information and Communication Technology) alle aree che non ne hanno ancora beneficiato sono dunque quelli della promozione della crescita del capitale umano assieme ad un miglioramento istituzionale in grado di arrestare la fuga di competenze verso ambienti economici più favorevoli.
In conclusione possiamo dunque affermare, usando le parole di Tullio de Mauro, che <ormai le nostre società ci chiedono di cambiare sempre più spesso tipo di lavoro nel corso della nostra vita professionale. Se noi cominceremo a cambiare continuamente il nostro lavoro vedremo rinnovarsi completamente i nostri stessi modi di lavorare. Se un individuo non disponesse, oggi, di una base teorica molto buona, non riuscirebbe a fronteggiare questo cambiamento.
Giovanni Saracino








![La creatività è la fragranza della libertà dell’individuo. [Definizione di Outsider d'autore]](http://i0.wp.com/www.dillinger.it/wp-content/uploads/creatività2.jpg?resize=297%2C300&w=260)







un articolo complesso, su un tema di forte attualità…il problema dell’istruzione, anche sotto un profilo qualitativo, come chiave di volta per migliorarsi e migliorare di onseguenza la società…non sempre condivisibile il termine “capitale umano”, l’istruzione non deve essere strumento di discriminazione ma mezzo di integrazione…per questo deve essere alla portata di tutti, un diritto/dovere che permetta la piena realizzazione dell’individuo nella società in relazione con gli altri, non cediamo ad un eccessivo nichilismo, prendiamo come punto di partenza Rawls e la sua teroia di economia del benessere…l’utilitarismo non appare equo
complimenti a giovanni
Un ringraziamento particolare al Chiar.mo Prof. Alberto Petrucci Vice Preside della facoltà di scienze politiche dell’università LUISS e Professore di microeconomia presso la stessa facoltà. Ai ragazzi di Taranto tenne questa lezione, a me ha avuto la disponobilità di parlarmene a ricevimento.
Grazie.
Un ringraziamento particolare al Chiar.mo Prof. Alberto Petrucci Vice Preside della facoltà di scienze politiche dell’università LUISS e Professore di microeconomia presso la stessa facoltà. Ai ragazzi di Taranto tenne questa lezione, a me ha avuto la disponobilità di parlarne durante il ricevimento.
Grazie.
Concordo con Giovanni e Francesco: aumentare la qualità dell’istruzione ha come conseguenza diretta un maggior sviluppo della società e un maggior grado di integrazione.
Francesco, probabilmente leggo eccessivamente aldilà delle tue parole immaginando un tuo pensiero che magari non c’è ma mi pare di capire che secondo te dovrebbe essere concesso a tutti indiscriminatamente il diritto (dovere non è eccessivo?) allo studio. Assolutamente principio condiviso e sacrosanto ma non credi sia necessaria una differenziazione tal da non rendere la generalizzazione un tutto indistinto che appiattisce le diversità e le peculiarità di ognuno? Sarei per il principio che chi si impegna di più deve avere più risorse posto che l’impegno molto spesso dipende poco da aspetti economici così da evitare differenziazioni classiste. E’ certo vero però che molti per studiare devono anche lavorare prolungando così la loro carriera universitaria ma è su questo sul quale dobbiamo batterci!
Dobbiamo spingere per un sistema che aiuti economicamente chi non può permettersi lo studio questo però solo per chi garantisce risultati accademici elevati.
voi non credete?
L’articolo presenta ottimamente una situazione reale e spesso complessa, che tende a turbare e a modificare le economie e le società dei Paesi tutti, soprattutto di quelli sviluppati.
Credo che il nostro Paese, anche alla luce degli incentivi UE, dovrebbe investire maggiormente sulla formazione dei c.d. “skilled workers”, e dovrebbe garantire comunque a tutte le formazioni sociali presenti sul territorio l’accesso all’istruzione e sostegni per i meritevoli, e per chi , non potendo per cause economiche, non riesce a raggiungere il traguardo della laurea.
L’istruzione, la cultura devono essere la base vitale, la radice di una società moderna.
L’importante è non dimenticare mai che il “capitale umano” è formato, appunto, da uomini, con un’anima ed una intelligenza.
E’ il lavoro che deve essere al servizio dell’uomo e non l’uomo che deve tramutarsi in fonte di ricchezza per la produzione, quasi come fosse un combustibile.
Il sistema scolastico e universitario andrebbero “realmente” riformati: maggiori investimenti e maggiore fiducia nei giovani capaci.
Complimenti Giovanni!
articolo di estrema attualità. Concordo con quanto detto da Giovanni;tuttavia,dalla lettura di alcuni commenti, emerge (a mio avviso) una estraneità al mondo reale.credo che il maggiore e migliore apprendimento si possa avere solo applicando i dogmi alla pratica. il merito non si misura nella quantità di titoli conseguiti ma nella qualità delle esperienze svolte. Non credete che uno studente possa decidere di lavorare semplicemente PER specializzarsi? E chi dice che ciò non possa agevolare anzichè frenare l’iter universitario?
Il lavoro può anche essere un mezzo..non solo il fine!
credo che il merito possa essere misurato “sia” attraverso i titoli conseguiti, sia attraverso le esperienze fatte.
I due elementi si compenetrano, non si escludono.
@ Valeria
Purtroppo è già molto difficile trovcare sbocchi professionali per chi è altamente qualificato. Il fatto che bisogna aspettare di qualficarsi prima di entrare nel mondo del lavoro non dipende da chi sceglie questa direzione, ma dal fatto che la saturazione del mercato e l’attuale congiuntura internazionale, e quella italiana in particolar modo, non permettono di fare esperienze concrete durante l’iter formativo.Anche se ciò sarebbe necessario per evitare di entrare nel mercato del lavoro “ricchi” di nozioni ma “poveri” di conoscenze empirice e pratiche.
Quale sarebbe la soluzione?
PS: Ciao Valeria!
Cambiare continuamente lavoro non è una esigenza moderna nè il mercato te la offre necessariamente.
Vi faccio un esempio, una mia amica, laureata con lode ad una prestigiosa università di moda, aspirante stilista, è stata contatatta dal gruppo Fendi e collabora con loro da quasi due anni, beh, le alte cariche dell’azienda le hanno offerto un contratto di lavoro a tempo indeterminato, ma lei molto probabilmente non lo accetterà, preferendo di fare altre esperienze altrove, casomai all’estero, per arricchire la sua già alta conoscenza nel settore, per rinnovarsi perchè la moda lo richiede, perchè la moda cambia ogni stagione, perchè ZARA cambia ogni mese i capi della sua linea d’abbigliamento, è un continuo evolversi…
E’ pacifico che si tratta di un campo particolare ma in molti casi il pensiero della mia amica è condiviso dai nuovi liberi professionisti, anche perchè coloro che lavorano nel pubblico impiego chiaramente non si muovono e portano a casa i loro 1200 euro al mese e timbrano il cartellino tutti i giorni altrimenti Brunetta si inalbera…
Ma spesso oggi, paradossalmente conviene non avere un posto sicuro anche se è molto rischioso, e poi con la crisi che c’è, si rischia il posto ogni giorno, specialmente per chi lavora in piccole aziende, ma anche per i grandi colossi aziendali come ad esempio le case di produzione automobilistiche come Renault, ecc…
Ecco perchè è complicato trovare una soluzione al problema e capire se la qualità batte la quantità, se le alte scuole di formazione professionale devono essere preferite alle altre, io credo di si…
Bravo giovanni per aver trattato l’argomento…
ps: W il cucchiaio…(tu sai perchè)
come afferma Pietro titoli ed esperienza sono elementi compenetranti. pensiero pienamente condiviso.
quello che vorrei portare alla vostra attenzione è un piccolo dato della realtà: la maggiorparte degli studenti universitari non riescono a finire l’università “in corso”. Questo fenomeno è il più delle volte determinato,salvo legittimi impedimenti, da una smania di ottenere “a tutti i costi” quel determinato risultato accademico. Da ciò consegue un rallentamento sostanziale del percorso universitario..per poi allontanare sempre di più lo studente da quello che dovrebbe essere l’ obiettivo:il lavoro.
la soluzione,caro Giovanni? dalla mia poca esperienza mi permetto di affermare che una preparazione dello studente AL LAVORO è prevalentemente assente nelle università. cio’ significa tanta teoria ma poca pratica. ergo poca conoscenza della materia.
Perchè uno studente che consegue una laurea quinquennale in Giurisprudenza deve poi ulteriormente frequentare una scuola di specializzazione per le professioni legali (o fare pratica in uno studio legale)prima di poter sostenere un concorso per uditore o avvocato? non si potrebbe “tagliare” sui tempi?
Perchè l’università non può direttamente provvedere a questo?
é sicuramente auspicabile una riforma.
Ringrazio Giovanni per aver puntato l’obiettivo su questo tema da alcuni studenti (ahimè) ignorato.
PS: chiedo perdono a Giovanni per non essermi complimentata prima…ma lo sai..scrivo di getto!Complimenti!
Carissimo,
concordo con l’analisi condotta. In particolare, mi è piaciuto il riferimento all’istruzione e alla formazione come premesse necessarie in vista della coesione sociale e dello sviluppo del Paese – in linea con quanto prefigurato in ambito comunitario e in obbedienza, altresì, alle istanze maturate in seno alla riflessione teorica di A. Sen (circa la possibilità di maturare nel corso della vita capabilities capaci di garantire sviluppo personale e collettivo…).
Nutro, tuttavia, delle riserve sulle tue conclusioni e provo a lanciare delle provocazioni.
In primo luogo: perché non problematizzare l’irreversibilità del pluralizzarsi dei percorsi lavorativi? L’emergere della ‘società dei lavori’ così come la stessa ‘flessibilità del lavoro’ sono delle costruzioni sociali e come tali andrebbero trattate, sia in fase di analisi che nell’elaborazione delle policies.
In secondo luogo, tu parli dello studio come forma di investimento più sicuro. Come già detto, concordo con quanto da te affermato per una pluralità di motivi… Eppure, non si può fare a meno di pensare a quanto sostenuto da P. Bourdieu in merito al processo di inflazione dei titoli di studio in una società (grazie al cielo!) segnata dall’alzarsi del livello medio di istruzione. E il mercato delle offerte formative post-laurea, per esempio, può essere letto come uno degli effetti di tale processo inflattivo.
Cosa ne pensi?
Grazie per il tuo contributo e per le sollecitazioni qui proposte.
Un mondo in crisi finanziaria come il nostro, e un Paese privo di grandi quantità di materie prime e di forza lavoro come l”Italia ha bisogno di reinventarsi per far fronte alle sfide economiche del nostro tempo. Concordo pienamente quando parli di “investimento più sicuro”, mio padre me lo ripete sempre, e si è rimesso a studiare pure lui.
Stiamo attraversando un periodo in cui al capitalismo moderno, centrato sulla valorizzazione del capitale fisso materiale, si sostituisce un capitalismo postmoderno centrato sulla valorizzazzione di capitale umano, o, come lo chiama il filosofo André Gorz, “capitale immateriale”. Lo stesso filosofo ha detto che “lavorare è prodursi”.
Se vi interessa l’argomento vi consiglio di leggere “L’IMMATERIALE” di André Gorz.
Complimenti a Giovanni.
Caro Giovanni complimenti per la tua analisi.
La base teorica è molto importante, ma non fondamentale in quanto spesso è inutile essere preparati teoricamente ma non riuscire a districarsi nella realtà economica e sociale.
Molti imprenditori, inoltre, non assumono i laureati perchè è scomodo che qualcuno porti idee nuove in azienda e che un giorno possa scalzare tante comode poltrone gerontocraticamente raggiunte.
Vi sono aziende con meno di 5 laureati e 200 dipendenti in busta paga.
…….quanta teoria, quanto poco pragmatismo, almeno applicato alla realtà italiana. Brevissimamente: io ho “investito” economicamente ed emotivamente sulla mia preparazione professionale per oltre un decennio. Laurea -chiaramente quella quinquennale-, tirocinio di due anni, esame di stato per iscrivermi all’albo professionale che puntualmente pago, spcializzazione quadriennale, due master di secondo livello. Costo totale dell’operazione circa 50 mila euro (!!!!!!!!!) ed ora, come diceva mia nonna, mi ritrovo “come don falcuccio”, ovvero “con una mano davanti ed una di dietro”. Mi chiedo: se avessi invece fatto un corso professionale come estetista, che dura due anni, non sarei sicuramente in una posizione più sicura? La triste verità è che sì, avrei certamente un lavoro, e le mie velleità di nutrire lo spirito e la mente sarebbero state una passione che mi sarei potuta pagare con i guadagni della ricostruzione delle unghie (orrore e raccapriccio!) e delle depilazioni. Il resto sono solo speculazioni con le quali non compro i pannolini a mio figlio.
@ Federica
La risposta sta nelle tue parole: avresti avuto un lavoro sicuro, anche se meno edificante e meno retribuito. Ma tutti i lavori sono dignitosi, sia chiaro! Lo studio e’ il mercato in cui e’ meglio investire (le motivazioni sono nel post), tra i vari tipi di investimenti-ergo di studi-bisogna scegliere quello con maggior rating, tenendo presente ché ogni investimento ha un rischio. E’ il mercato, purtroppo e’ quello del lavoro..!
PS: i dati sopra considerati guardano al futuro.
Mi pare che in Italia sia consolidata la consapevolezza che la cultura ha assunto molte facce. Forse, però, non ci si orienta con uguale sufficienza nell’individuare quali siano, queste facce, e soprattutto quale sia il loro valore. In ambito anglosassone li chiamano “cultural studies”. E’ un genus in cui rientrano, come fenomeni specifici, le singole, variegate formazioni intellettuali. Sarebbe prezioso, nella frantumata realtà italiana, riuscire a valorizzare ogni “skill” come tale, nel sue estrinsecarsi in un autonomo potenziale creativo. E’ una valutazione che dovrebbe prescindere dall’ipotetica graduatoria di merito, purtroppo tuttora influente, che vede la scienza al suo acme e la tecnica alla sua base, come se la prima fosse intellettualmente più elaborata, meglio rientrante nella definizione stessa di “cultura”. Non dimentichiamo che ogni capacità innovativa è originata non tanto dalla curiosità intellettuale, ma da un bisogno pratico che la stimola. Galilei docet. E Tullio de Mauro pure. Anzi, lui ne trae uno spunto migliorativo per la formazione del domani: “Ab origine, la stessa aula dovrebbe essere sempre meno un auditorium e sempre più un laboratorium”. Quindi, ben venga il sapere. Ma non sia da meno il saper fare.
@ Sarah Supino
“sapere, saper essere, saper fare” sono i pilastri dello human resource, del “capitale umano” di cui è scritto nel post. purtroppo esigenze di sintesi e di leggerezza non hanno permesso la trattazione di quest’altra sfumatura.
@ Marinella Pepe
ti faccio la domanda uguale e contraria: perchè problematizzare l’irreversibilità dei percorsi normativi?
E poi, la flessibilità è stata un valore finchè è rimasta tale. Dal 2001 al 2006 abbiamo vissuto la primavera del mercato del lavoro finchè la flessibilità non si è trasformata in “precarietà”. Ecco la sfida: vivere la flessibilità come un valore. Anche e soprattutto nel lavoro.
tutto esatto, ma non si spiega il perché in Italia anche se laureati siamo sempre disoccupati!!
Caro Giovanni,
con l’affetto e la stima che ci lega, mi permetto di dissentire dall’impostazione di fondo dell’articolo
In questi mesi, di conversazione e di stage accanto al dott. Celli, ho formato, dentro di me, delle particolari convinzioni sul tema delle conoscenze (uso il plurale, perché credo che esista una società delle conoscenze vs una società della conoscenza. Dietro a questo calembour c’è una problematica di non piccole dimensioni, che meriterebbe un’adeguata trattazione).
Quello che, innanzi tutto, mi preme sottolineare è ormai la perdita di valore dell’esperienza, che invece se letta correttamente è cruciale. Oggi si vuole fare carriera il più rapidamente possibile. La scuola tende a prepararci attraverso un percorso molto lungo – di cui noi stiamo attraversando le ultime fasi – e quando si esce si crede di avere il bagaglio necessario per puntare direttamente a fare l’amministratore delegato o il direttore generale.
“Questa convinzione – condividendo il pensiero del dott. Celli, di un suo vecchio articolo, che personalmente ho compreso ora – sia per l’azienda che per chi entra nel mondo del lavoro, da una parte rappresenta un vantaggio, ma dall’altro comporta un rischio. Ci sono, infatti, posizioni che non è possibile occupare semplicemente sulla base delle competenze acquisite nella carriera scolastica e universitaria e, soprattutto, ci sono competenze non acquisibili se non dopo aver attraversato nel tempo delle situazioni che avranno messo alla prova ciò che si sa fare e ciò che non si sa fare. Inoltre, molto spesso, tendiamo a fare delle carriere tutte verticali e ad arrivare nel più breve tempo possibile al punto più alto all’interno di una funzione. Una volta arrivati in alto – e magari siamo stati anche molto bravi – cosa succede? Veniamo premiati per le competenze acquisite in quella funzione e spostati in un’altra, in cui non è detto che alle responsabilità assegnate corrispondano delle competenze sperimentate. I percorsi di carriera non devono essere solo verticali: ce ne sono alcuni che richiedono deviazioni orizzontali oppure, se volete, oblique. Queste in genere fanno perdere tempo, ma è necessario prendersi un tempo supplementare affinché si possa fare esperienza in ambiti in cui non se ha. Avere più tempo significa non percorrere con la rapidità immaginata il percorso di carriera verticale per il quale si è stati programmati, magari da buon master o da un buon PhD. I tedeschi, che sono un pochino più sofisticati di noi, hanno due termini per indicare l’esperienza: uno è Erlebnis, l’altro è Erfahrung. Erlebnis si riferisce alle esperienze accumulate – al sedimentazione e l’interpretazione di quello che abbiamo fatto ci aiuta nel momento in cui affrontiamo nuove situazioni – mentre Erfahrung riguarda le esperienze che andiamo a fare. Essa contiene la radice Fahr, che in tedesco significa viaggiare: Erfahrung è il fare esperienza, cosa diversa dall’avere esperienza. Detto diversamente, ci sono due mondi: noi abbiamo delle esperienze che ci portiamo dietro e che mettiamo a disposizione degli altri, e siamo nelle condizioni di fare delle esperienze, quindi di sperimentare, di diventare esperti di qualcosa nel momento in cui ci disponiamo al viaggio. L’esperienza è una questione di navigazione: chi ha molto navigato ha molta esperienza. se stai fermo in un porto, di esperienze ne fai poche. Ci sono quelli che sono sempre stati fermi in un porto e lì hanno fatto esperienza. Nelle aziende s’incontrano persone di questo tipo. In genere, sono i fedeli”.
Non credo, sinceramente, che queste parole siano il risultato di esercizio di pura retorica, ma che anzi colgano i veri problemi delle nostre organizzazioni aziendali ed istituzionali. E poi, francamente per parlare il linguaggio della verità, Cari Amici, penso che l’articolo di Giovanni, integralmente condivisibile nella definizione teorica dell’argomento che risulta essere ben sviluppato, pecchi di un sano pragmatismo e forse di cinico realismo. L’impressione che si ricava, quotidianamente, è che si sta illudendo la nostra intera generazione di giovani, “accreditando nell’immaginario (gratificato per altro dagli esiti visibili) che ci siano tutt’altre opportunità per affermarsi rispetto alla tradizione un po’ bigotta dello studio intenso, dell’impegno, dell’uso paziente del tempo necessario.Se basta una bella faccia, un’età giovane e, perché no, un buon nome da spendere, per essere officiati nell’empireo che conta, senza altri meriti e senza particolari doveri, allora è bene spiegarlo subito ai nostri ragazzi nelle Università: cercate quello che va di moda, agganciatevi a qualche carro di successo e poi navigate secondo vento. Non affannatevi a rincorrere né il sapere, così pateticamente obsoleto sul mercato degli scambi, né il rigore fuori tempo di una correttezza civile che onora ancora il merito. È vero che così facendo perderemo ancora di più i migliori. Ma almeno, per una volta, saremo stati sinceri”