AAA – Lo studio come l’investimento più sicuro

novembre 22, 2008 in Dossier Outsider, Economia, Politica, Università da Giovanni Saracino

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Il capitale umano è la forza-lavoro che ha conseguito una Laurea o si è formata on the job, per questi motivi qualsiasi tipo di investimento in capitale umano determina un netto divario tra chi si qualifica e chi decide di non farlo.

Tramite un’analisi di alcuni dati di evidenza empirica che hanno caratterizzato gli Stati europei e mondiali nell’ultimo decennio, è evidente come l’investimento “con maggior rating” è quello, appunto, in capitale umano. In altri termini bisogna chiedersi se attualmente “conviene” studiare.

Nel Febbraio 2007 la Commissione Europea ha adottato un quadro di indicatori e parametri per il raggiungimento degli obiettivi previsti dalla Strategia di Lisbona e dal programma Istruzione e Formazione 2010. Otto i settori politici-chiave individuati tra cui: migliorare l’equità e l’efficienza nell’istruzione e la formazione; rendere l’apprendimento lungo tutto l’arco della vita una realtà; modernizzare l’istruzione scolastica, la formazione professionale e l’istruzione superiore; accrescere l’occupabilità. In pratica si è voluto fare dell’Europa l’area più competitiva al mondo per alto livello di qualificazione del capitale umano. Infatti anche gli Accordi di Schengen, che istituiscono un’area di libero scambio, perseguono la stessa spinta competitiva verso il mercato del lavoro.

Nelle politiche europee l’istruzione e la formazione rappresentano uno strumento essenziale per la coesione sociale, in stretto collegamento con le politiche del lavoro. L’ Unione europea si limita a sostenere e completare l’azione degli Stati membri e a promuovere la cooperazione, in particolare attraverso il Processo di Bruges-Copenaghen, attuato con il metodo del coordinamento aperto (definizione di obiettivi comuni, valutazione dei risultati e cooperazione comparativa).

Oltre agli interventi finanziati dal Fondo Sociale Europeo, nel settore dell’istruzione rientrano i programmi comunitari Erasmus, Socrates, Leonardo Da Vinci e Gioventù.

L’istruzione e la formazione sono parte dell’apprendimento permanente, finalizzato a fornire ai cittadini un apprendimento costante lungo tutto l’arco della vita. In tale quadro si collocano anche altri ambiti d’azione specifici, come la formazione continua, l’educazione degli adulti, l’istruzione superiore, la mobilità, l’e-learning, l’orientamento.

Insieme alla sempre crescente integrazione europea in questi settori, il fenomeno della globalizzazione ha avuto un ruolo determinante nell’ attribuzione dei rischi derivanti da queste politiche in capo ai soli unskilled-workers in quanto, proprio perché non qualificati, sono considerati come risorsa fungibile. Infatti la globalizzazione così detta “reale” si concretizza da un lato nello scambio su scala globale di beni servizi e fattori produttivi, dall’altro nella ripercussione a livello mondiale degli effetti di un evento economico localizzato.

Esempio evidente di tutto ciò è il caso del processo di riconversione industriale nei settori dell’ Hi-Tech negli Stati Uniti. Accompagnandosi a una maggiore domanda di skill-workers e ad una consequenziale minor domanda di unskill-workers, tale evento è significato un progressivo aumento dei salari dei “colletti bianchi” e, per contro, una diminuzione salariale dei “colletti blu”.

La rivoluzione tecnologica e l’accentuazione del fenomeno della delocalizzazione produttiva sono due eventi fondamentali che hanno rivoluzionato le economie in questi ultimi decenni. I risultati di questi due eventi sono stati sino ad ora una forte crescita di alcune aree in via di sviluppo e la stagnazione di altre. Queste dinamiche sono state accompagnate da un aumento del wage skill differential nei paesi più sviluppati, una riduzione dello stesso differenziale nei paesi in via di sviluppo e un aumento in quelli meno avanzati.

In tale scenario la globalizzazione presenta dunque due facce della medaglia per i Paesi emergenti. Il lato positivo, colto dai paesi con migliore qualità istituzionale, è che la rivoluzione tecnologica rende più facile il catching-up rispetto a quanto accadeva nell’economia tradizionale dove esso richiedeva ingenti investimenti di capitale fisico (cioè di unskilled-workers). Il lato negativo è che, in presenza di un livello troppo basso di capitale umano iniziale e di scarsa qualità delle istituzioni, l’impatto potenzialmente positivo della delocalizzazione produttiva previsto dai modelli tradizionali di commercio internazionale è attenuato da due fenomeni principali: la natura non competitiva del mercato del lavoro degli unskilled nel Sud del mondo e la tendenza degli skilled ad agglomerarsi nei paesi più sviluppati.

Sulla base di tali considerazioni i suggerimenti di policy per estendere i benefici della globalizzazione reale e della rivoluzione della ICT (Information and Communication Technology) alle aree che non ne hanno ancora beneficiato sono dunque quelli della promozione della crescita del capitale umano assieme ad un miglioramento istituzionale in grado di arrestare la fuga di competenze verso ambienti economici più favorevoli.

In conclusione possiamo dunque affermare, usando le parole di Tullio de Mauro, che <ormai le nostre società ci chiedono di cambiare sempre più spesso tipo di lavoro nel corso della nostra vita professionale. Se noi cominceremo a cambiare continuamente il nostro lavoro vedremo rinnovarsi completamente i nostri stessi modi di lavorare. Se un individuo non disponesse, oggi, di una base teorica molto buona, non riuscirebbe a fronteggiare questo cambiamento.

Giovanni Saracino

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