mentre dormi, vedo il siam.

di - 1 luglio 2011

Di ritorno da Yagoon, ci fermammo a Bagan. L’avevo inserita io nel percorso ed ero eccitatissima per il nostro arrivo. Mi chiedevi di continuo quanto mancasse alla meta. Stavi diventando peggio di Persipol, il bambino faiditutto che ci faceva la spesa a Kuala. Tu e il tuo ipad in costante aggiornamento. Volevo che ti purificassi. Volevo che lasciassi fuori i tuoi impegni. Gli estranei che ti riportavano alla realtà con una mail. Era più forte di te. Poi mi fissavi, come sempre, aggiungendo che tu ci “campavi” con quel lavoro, con quei contatti, con quelle mail dall’altra parte del mondo.

Odiavo il mio silenzio come risposta a quelle precisazioni da saputello. Volevo che per una volta fossimo solo io e te.  Che fossimo irreperibili, che non avessimo l’ansia del tempo, che dimenticassi l’orologio da polso in albergo. Ecco: odiavo la pressione del Tempo quando stavo con te. Era sempre stato così.

- Siamo arrivati! Questo è il Mimalaung Kyaung!
Avevi dormito come pochi. L’autista aspettava la mancia ma stavi ancora asciugando la bocca. Guardai il tuo viso, la tua dolcezza, la tua concretezza.

Sì,  amavo i tuoi piccoli gesti concreti. Mi avevi permesso di vivere una quotidianità che riempiva quella lacuna affettiva a cui ero da sempre abituata. Se non assuefatta. Nessun gesto, nessun tuo gesto,  era ordinario.  Non seguiva schemi e regole sociali.  Noi la normalità ce l’eravamo creata.  Me l’avevi donata.

Dal finestrino, con la coda dell’occhio, vidi un prete buddista alzare parte della tunica mentre stava inciampando. L’amore per la tua concretezza sfumato dallo spiritualità di quell’uomo.

Il tuo viso risaltava nell’arancio di quel velo.
Volevo dirtelo. Volevo dirti solo : “Buongiorno amore mio!”

Il Risveglio. Nell’ attesa dell’ Elefante Bianco.

 

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