Napoli

di - 25 ottobre 2010

L’abbiamo deciso al compleanno di Ilaria. Così, mentre aspettavamo il solito Rhum e Coca. Accompagno Marina a Napoli. venerdì, dopo il suo esame. Sarà il mio quarto d’ora di libertà prima di raggiungere Giulia nella sua casa al mare. Prima di mettermi le manette da sola passando le vacanze a casa dei suoceri prima e in una canadese di due metri quadri all’interno di un campeggio salentino pieno di punk’abbestia sfondati di canne. Penso che solo questa abbuffata di napoletanità agli eccessi mi potrà aiutare a rendere meno traumatico il passaggio verso la vita da ammogliata.

Il viaggio però parte male. Arrivo alla stazione Termini con venti minuti di ritardo sulla tabella di marcia e Marina ancora non c’è. La chiamo e mi dice che sta ancora aspettando il risultato dell’esame. Decido di farmi un giro di ricognizione in quel forno industriale che è la stazione il 23 di luglio, un enorme campo profughi di cemento fascista, una bocca che sputa gente da ogni cavità: dalla metropolitana sbucano comitive di turisti sudati, dai binari avanzano folle di pendolari (o qualunque cosa siano) che puzzano ancora di treno. Su piazzale dei Cinquecento si ammassano come mosche persone sudate, abbronzate e stanche alla ricerca dell’autobus giusto.

Mi rifugio nella libreria e mi metto a leggere “il mondo deve sapere” seduta sulla mia enorme valigia rossa ma vengo richiamata da una commessa perché a quanto pare sto occupando un’uscita di emergenza che -sia detto in modo non urlato- è chiusa con lo spago. Mi sposto di trenta centimetri e un signore con l’accento del nord ridacchiando mi dice che sono ancora sull’uscita e non ho risolto un bel niente. Innervosita, alzo la valigia  e bestemmiando mi sposto nel corridoio, ostruendolo completamente.

Marina mi chiama mentre apprendo che il Kirby possiede ha la sacca col brevetto ospedaliero e che questo vuol dire solo che è impermeabile ma fa molto più fico detto così. Esco a prenderla e andiamo alle macchinette a fare il biglietto. Tutti i treni per Napoli sono pieni. Partiamo alle 18.45 con un regionale che sembra un carro bestiame: dobbiamo stare in corridoio perché tutti i posti sono occupati. La mia enorme valigia si dimostra ancora una volta utile più come sedile che come contenitore: la adagio per terra, e mi sdraio sopra improvvisando un’amaca fra le pareti del corridoio. Dopo un’ora e mezza di viaggio della speranza si libera un posto che ovviamente va a Marina. Dopo un’altra ora si libera finalmente un altro posto per me, che passo osservando stranita il colore violaceo del tramonto campano attraverso i vetri sozzi del regionale. Il controllore ovviamente non passa. Passa invece un vecchietto con un secchiello pieno di coca birre patatine ghiaccio urlando “coca birra patatine signò” e capisco che siamo ormai vicinissime a Napoli.

Io ho insistito tanto per tornare a Napoli. Tutti la schifano ma secondo me è la nuova Istanbul. Mi piace la sporcizia delle sue strade, quest’aria da metropoli portuense, l’aria che sa di sale, i ragazzi con la parlata dolce e l’odore di fritto e basilico che pervade le stradine. Siamo in macchina di un amico di Marina mentre faccio queste considerazioni e penso a quanto sarebbe stato meglio venire qui a fare l’università, in questa città che in due ore mi ha già riempito il cuore e lo stomaco facendomi sentire tranquilla e amata anche mentre due cuozzi, a dieci metri da me, si stanno prendendo a botte per terra minacciandosi con una bottiglia di birra. A Roma non mi sono mai sentita così. Io amo Roma, ma non mi sono mai sentita romana e non credo che mi sentirò mai. Non mi sentirò mai nemmeno napoletana, ma la differenza è che Napoli ti accoglie a braccia aperte anche quando ha solo da offrire cibo e fumo, mentre Roma si limita a non rifiutarti, e pretende pure che uno ringrazi. Cioè fondamentalmente uno a Roma può inventarsi la città che vuole, a seconda del quartiere, a seconda dei soldi che ha, a seconda degli amici che si trova. Napoli no, quella è e non c’è modo di evitare di scontrarsi con la sua anima fondamentalmente accogliente. Roma ti inghiotte, ti trangugia senza metabolizzarti, facendoti sparire nel mare nero delle vie consolari e delle corsie preferenziali dei pullman espressi. Napoli si srotola davanti a noi che la osserviamo alla Punto di Riccardo, come una femmina che sa di essere bona e aspetta solo che ti ci butti addosso.

Mentre centelliniamo ad uno ad uno la busta di orsetti gommosi comprata a un euro dalla rumena seduta davanti a Chistè vediamo tre ragazze senza casco su un vespino blu e mi rendo conto, con un enorme senso di felicità e misto a rassicurazione, che Napoli è davvero tutti i clichè che mi aspettavo e soprattutto che cercavo.

Sei sigarette più tardi, è già mattina.

Attraversiamo il ponte di Castel dell’Ovo sotto un’aria che sa di mare e banzina. Respiro allargando le braccia e mi sento finalmente libera. Nei cinquanta metri di ponteggio che collegano la terraferma con il quartiere marinaro ci sono almeno sei spose, tutte ingolfate in vestiti che sembrano meringhe. Sembra di essere in un negozio di abiti da sposa a cielo aperto. Io e Marina commentiamo i vestiti degli invitati e le consistenti dimensioni di una sposa bionda, non avrà più di ventottanni e già sembra una matrona fatta e finita.

“Ma lo sai che chiù vec ste cos e chiù penz ca nun me vogl spusà?” dico a Marina in un napoletano snello appreso in dieci ore.

Lei tira una boccata alla sua Marlboro rossa e annuisce senza dire niente.

Quattro ore dopo, alla stazione, ci salutiamo come due sorelle dandoci il cinque e promettendo di rivederci tre settimane dopo a casa di Lina, a Lecce, con le altre.

L’Intercity per Lamezia è un carro bestiamo peggio del regionale di ieri, ma quantomeno c’è posto. Mi siedo su un sedile dal rivestimento blu sdrucito e sporco e mi automaledico per essermi rimessa gli shorts invece dei jeans. Guardo la tenda grigia del finestrino che sembra sporca già nelle intenzioni di chi l’ha messa lì ed evito di pensare al zozzume del vagono buttandomi nella lettura. So benissimo che in realtà sto leggendo per non pensare alla grandissima cazzata che ho fatto di andare in vacanza una settimana a casa di Giulia, ma ormai è troppo tardi per rimediare. Il paesaggio della campagna lucana immerso nella luce gialla fa da sfondo alla ragazza che siede sul sedile nel corridoio, e tutta la scene assume un certo tono cinematografico da film ambientato negli anni settanta, in cui la luce giallina serve, appunto, a far capire che siamo negli anni settanta. Come se quarant’anni fa ci fosse sempre quella luce. Mi chiama Giulia e mi chiede dove sono. Le rispondo che sono sul treno e mi chiede a sua volta per dove è diretto il treno.

“A Lamezia, ovviamente. Dove altro dovrei andare??”

“Da nessun’altra parte”

“Allora perché me lo chiedi?”

“Così.”

Mi rendo conto, per l’ennesima volta da che sono partita da Napoli, dei toni inquietanti che sta assumendo questa ridente vacanza dai suoceri. Giulia è una massa di gelosia a forma di ragazza, una somma di angosce e ansie che riverserà su di me chiedendomi cento volte al giorno se l’amo e baciandomi in mezzo alla folla ogni volta che un essere umano intercetterà il mio sguardo. Sono spacciata.

Cado in un sonno muto e senza sogni fino alla fine del viaggio.

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  1. Francesca Di Giorgio ( 25 ottobre 2010 alle 03:23)

    Io credo di doverti ringraziare. Mi hai fatto commuovere.
    C’è sempre un posto a casa mia per te. :)

  2. Tu guarda che strano, Betty Loca: ho fatto di tutto per scappare da Napoli, la mia città, perché non apprezzo tutte le cose negative da te citate (più tante altre) che invece a te piacciono! Penso di sapere perché: una cosa è nascere, crescere e vivere in questa città martoriata da ogni tipo di problema e superficialità per colpa dgli autoctoni, ovvio, e un’altra è venirci una sola volta o di tanto in tanto per poche ore o qualche giorno. Quel che voglio dire è che la città deve essere vissuta appieno per poter dire “mi piace”.
    Saluti.

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