NEVER AGAIN. I campi rifugiati ruandesi in Zaire: una vergogna internazionale.

di - 17 febbraio 2011

Dopo una pausa giornalistica sull’argomento riprendo la serie di articoli NEVER AGAIN affinché la memoria storica non sia offuscata dal negazionismo sull’ultimo genocidio del ventesimo secolo.

Fulvio Beltrami

Di fronte all’avanzata del Fronte Patriottico Ruandese (FPR), quello che rimaneva del governo genocidario, delle forze armate e delle milizie Interahamwe costrinse circa quattro milioni di civili hutu a rifugiarsi nei paesi confinanti: Tanzania, Burundi e Zaire.

L’esercito ruandese entrò nello Zaire virtualmente intatto. Il presidente zairese: Mobutu Sese Seko, storico alleato di Habyarimana assicurò un santuario sicuro per l’esercito sconfitto e i rappresentanti del governo hutu. Accettando di accogliere le forze genocidarie, Mobutu cercò di riavvicinarsi alla Francia che, nonostante le prese di distanza dal dittatore zairese, aveva un disperato bisogno di riorganizzare le forze ancora disponibili per tentare un’offensiva contro il FPR per riprendersi il controllo del Ruanda e per fermare l’offensiva anglofona che avrebbe seriamente indebolito la sfera d’influenza francese sull’Africa e la possibilità di controllare le risorse naturali.

Fin dall’inizio fu chiaro che non si trattava di un esodo umanitario ma di un ripiegamento tattico militare. Il Generale hutu Augustin Bizimungu lanciò alle forze armate e alle milizie genocidarie la parola d’ordine: “Raggrupparsi e riorganizzarsi come priorità numero uno”.

Nelle zone frontaliere al Ruanda del Sud Kivu l’esodo avvenne sotto la protezione dell’operazione militare francese Operazione Turchese. Le truppe hutu furono organizzate in due campi profughi a Panzi (quartiere della città di Bukavu) e presso l’isola di Idjwi.

L’esercito ruandese in esilio si riorganizzò fondendosi con la Gendarmeria Nazionale e creando il Comando delle Forze Armate Ruandesi sotto la guida del ministro della difesa Colonnello Athanase Gasake.

Le forze armate genocidarie formarono due divisioni. La prima di 7.680 effettivi e la seconda di 10.240.  Unità paramilitari di supporto furono organizzate in una divisione irregolare di 4.000 uomini. In totale il governo hutu sconfitto dal FPR poteva ancora contare di una forza di quasi 22.000 soldati.

A questi si aggiungevano gli elementi delle milizie Interahamwe e Impuzamugambi stimate attorno ai 25.000 uomini. Il punto debole di queste milizie era la mancanza di disciplina e di preparazione militare. Un conto era massacrare civili disarmati, un altro era contrastare un esercito di liberazione, motivato, disciplinato e ben equipaggiato dagli alleati Ugandesi, Americani, Inglese e Israeliani.

L’auto proclamato governo in esilio si ristrutturò nello Zaire durante un meeting svoltosi a Bukavu il 2 e il 3 settembre 1994. Théodore Sindikubwabo e Jean Kambanda rimasero Presidente e Primo Ministro, Callixte Kalimanzira, ex Ministro degli Interni, divenne Ministro degli Affari Sociali e dei Rifugiati.

Il governo in esilio poteva contare attorno ai 30 – 40 milioni di franchi ruandesi rubati dalla banca centrale del Ruanda durante la fuga e di altri 30 milioni di dollari.

L’ex Forze Armate Ruandesi (FAR) riuscì a far entrare nello Zaire un considerevole arsenale militare tra cui sei elicotteri da combattimento, 1000 pezzi d’artiglieria e diversi blindati.

I genocidari prendono il controllo dei campi profughi.

In pochi mesi il governo genocidario in esilio prende il controllo dei campi profughi nello Zaire, ricreando la struttura amministrativa del Ruanda che aveva permesso al defunto presidente Habyarimana di controllare il paese per un ventennio. I campi profughi erano strutturati secondo l’appartenenza dei civili alle originarie prefetture e comuni dell’amministrazione Habyarimana.

Furono creati dei consigli di rappresentanza dei rifugiati che avevano il compito di amministrare i campi e di essere gli interlocutori con UNHCR e le Ong Internazionali. Questi consigli erano saldamente sotto il controllo del governo in esilio e dei militari della FAR.

Fu creata una Commissione Sociale con il preciso mandato di gestire gli aiuti umanitari. A capo di questa Commissione vi erano noti estremisti e genocidari come Francois Kakera[1].

L’economia di guerra.

Il governo genocidario in esilio organizzò diverse iniziative per generare entrate con il fine di finanziare gli sforzi di guerra per la riconquista del Ruanda.

Furono istituite tasse governative per le licenze di cinema, pub, ristoranti e bordelli che sorsero  nei campi profughi.

Una tassa (leggi estorsione) fu applicata a tutte le ONG internazionali e Agenzie ONU che volevano portare avanti attività umanitarie a favore dei profughi. La tassa assicurava la protezione degli attori umanitari.

Furono gonfiate le cifre dei rifugiati per ottenere maggior aiuti (derrate alimentari, tende, coperte, etc) da destinare alle forze armate.

A Bukavu, per esempio, il governo in esilio certificava una popolazione di rifugiati pari a 350.000 persone mentre UNHCR ne aveva censiti solamente 300.000.

A Goma l’originario numero di rifugiati dichiarato dal governo in esilio (1.200.000 persone) fu rivisto dopo estenuanti trattative con UNHCR a 850.000. Il censimento fatto da UNHCR nel gennaio 1995 riscontrò solo 722.000 profughi ruandesi a Goma.

In totale il governo in esilio dichiarò la presenza nei campi profughi nell’est dello Zaire di 4.050.000 persone, quando in realtà non superavano i 3 milioni.

Come diretto effetto di questa guerra di numeri 10.000 tonnellate di cibo al mese destinate alla distribuzione a favore dei profughi venivano dirottate all’esercito o rivendute per profitto personale dei generali della FAR e membri del governo in esilio. Il dirottamente avveniva tramite l’aumento del numero di rifugiati e false carte UNHCR.

Un’altra fonte di entrate era la tassazione di miglia di rifugiati ruandesi che lavoravano presso le 100 Ong Internazionali presenti all’est dello Zaire. Le tasse sui salari assicuravano 11.000 dollari di entrate al mese.

I mass media genocidari continuano la loro opera nei campi profughi.

I mass media hutupower (il cui ruolo nel genocidio era noto alla Comunità Internazionale) continuarono a operare indisturbati nei campi profughi.

Radio Mille Colline, attraverso la stazione mobile, continuò a trasmettere dallo Zaire per vari mesi dopo l’installazione del governo in esilio.

Trasmissioni Hutupower e di propaganda etnica venivano periodicamente trasmesse attraverso altre radio clandestine che avevano l’obiettivo di spargere l’odio etnico contro i Tutsi presso la popolazione hutu rifugiata e di impedire il ritorno in Ruanda.

Il quotidiano hutupower “Kangura”, responsabile della propaganda di odio etnico che preparò il terreno per il genocidio, continuò a essere pubblicato e distribuito nei campi profughi. Il criminale di guerra Hassan Ngeze fu nominato capo direttore. Nella direzione del giornale comparivano anche due giornalisti di Radio Mille Colline.

Un altro giornale genocidario fu fondato nel Novembre 1994: “Amizero il suo direttore era un altro giornalista di Radio Mille Colline: Gaspard Gahigi.

Alcuni gruppi religiosi cattolici ruandesi – congolesi come il Gruppo Jeremie stamparono e distribuirono della letteratura genocidaria inclusi opuscoli che usavano passaggi presi dalla Bibbia per giustificare il genocidio.

E’ doveroso dare particolare attenzione al Gruppo Jeremie, controllato da un religioso congolese ora presente nel governo di Kabila: Padre Rigobet Minani.

Il Gruppo Jeremie, noto per le sue attività di propaganda etnica contro i Tutsi svolte nei campi profughi di Bukavu dal 1994 al 1996[2], rimase attivo anche dopo l’entrata delle forze armate ruandesi e la caduta di Mobutu.

Nel periodo dell’occupazione ruandese all’est dello Zaire, il Gruppo Jeremie si trasformò in un’associazione della società civile congolese legata alla chiesa cattolica e si concentrò sulla denuncia sociale contro il regime di Kigali e in opere umanitarie a favore della popolazione congolese, mantenendo occulta  la sua natura di odio etnico contro i tutsi.

Il Gruppo Jeremie ricevette molti fondi provenienti dagli aiuti internazionali tra cui il Comune di Palermo che, attraverso una Ong italiana e simpatizzanti della società civile palermitana, finanziò tra il 1998 e il 2003 vari progetti umanitari gestiti da Rigobert Minani e addirittura creò un gemellaggio tra la città di Palermo e la città di Bukavu che fu firmato non dalle autorità civili congolese di Kinshasa ma dai rappresentanti dell’Arcidiocesi cattolica di Bukavu legati al gruppo estremista hutupower Jeremie.

Inutile dire quale fu l’utilizzo della maggioranza dei fondi destinati agli aiuti umanitari provenienti dalle tasche dei contribuenti italiani…

Operazioni terroristica contro i profughi e il governo legittimo del Rwanda.

Grazie alla copertura dei campi profughi nello Zaire, il governo hutu in esilio, la FAR e le milizie genocidarie continuarono la loro opera terroristica avente due obiettivi: impedire il rientro volontario dei rifugiati e lanciare azioni terroristiche nel Ruanda per destabilizzare il paese e preparare il terreno per la sua riconquista militare.

Tra il novembre 1994 e giugno 1996 la FAR e le milizie genocidarie attuarono numerose azioni terroristiche in territorio Ruandese. Queste operazioni avevano l’obiettivo di “creare la massima instabilità nelle provincie ruandesi confinanti con lo Zaire e indebolire il nuovo governo di Kigali”.

Per quasi due anni unità di commandos della FAR e delle milizie genocidarie penetrarono nel territorio ruandese dai loro santuari umanitari nel sicuro Zaire. La zona di operazione era circoscritta nelle prefetture di Giseny (la città ruandese frontaliera di Goma), Ruhengeri e Kibuye.

I target erano politici del nuovo governo, uomini d’affari, insegnanti, dottori e testimoni sopravvissuti al genocidio.

Gli attacchi terroristici dovevano essere il preludio per la riconquista del Ruanda.

Come effetto immediato il terrorismo aumentò l’odio e il desiderio di vendetta da parte dell’Esercito Patriottico Ruandese che iniziò a giustiziare sommariamente civili hutu sospetti di collaborare con i terroristici. Questa reazione danneggiò l’immagine internazionale del nuovo governo di Kagame.

Un altro effetto non trascurabile fu l’aggravarsi della già precaria situazione economica del Ruanda.

Ai problemi finanziari del nuovo governo, a causa del saccheggio della Banca Centrale da parte del precedente governo rifugiatosi nello Zaire, si aggiunsero i danni economici causati dalla distruzione di infrastrutture durante gli attacchi terroristici, lo sforzo economico per sostenere operazioni militari di contenimento contro i terroristi e l’impossibilità di avviare piani di ricostruzione e di riappacificazione sociale nelle prefetture vittime degli attacchi terroristici.

L’obiettivo finale del governo genocidario in esilio era di costringere Kagame a negoziare con lo sconfitto regime hutu e accettare una divisione del potere in Ruanda.

All’interno dei campi profughi la FAR e le milizie genocidarie attuarono un clima di terrore esercitando intimidazioni e terrorizzando chiunque volesse ritornare in Ruanda. Quattro mila rifugiati furono uccisi dalle milizie genocidarie all’interno dei campi profughi[3].

Individui o intere famiglie che esprimevano il desiderio di beneficiare del programma di rientro dell’UNHCR venivano considerati nemici della patria, minacciati o uccisi.

Un caso che fece scalpore all’epoca fu l’omicidio del Dottor Anatole Bucyendore, un hutu medico di distretto che fu ucciso nel febbraio 1995 a Giseny un giorno dopo il suo rientro dal campo profughi di Goma.

Tra le 4.000 vittime delle milizie genocidarie e della FAR vi erano anche dei rifugiati semplicemente sospettati di essere delle spie o dei simpatizzanti del nuovo governo di Kigali.

Le pensanti responsabilità del mondo umanitario e della Comunità Internazionale.

Sotto gli occhi di UNHCR e delle Ong internazionali il governo genocidario esercitava un forte controllo sui rifugiati usando la violenza, la coercizione, il terrore e la propaganda.

Alcune questioni fondamentali sorgono dall’esperienza dei campi profughi ruandesi nello Zaire.

Il primo è che i campi profughi svolsero il ruolo di santuari terroristici contro il nuovo governo legittimo del Ruanda. Indipendentemente che il governo hutu e l’esercito si rifugiò nello Zaire con ingenti somme di denaro e un armamento militare quasi intatto grazie alla protezione dell’esercito francese, fu proprio l’intervento umanitario internazionale che permise la loro sopravvivenza fino al settembre 1996 quando gli eserciti Ruandese, Burundese e Ugandese entrarono nell’est del Congo distruggendo i campi profughi e destituendo Mobutu.

La maggioranza delle Agenzie ONU e delle Ong hanno la pensante colpa di aver trasformato un genocidio in un’emergenza umanitaria. Seppur vero che la maggioranza delle ONG non ha mai approvato il governo hutu in esilio, non ha mai preso una posizione chiara di fronte ai genocidari e a continuato direttamente o indirettamente a collaborare con loro al fine di poter offrire l’assistenza umanitaria ai profughi, o più cinicamente per continuare a ricevere i fondi internazionali per l’emergenza ruandese.

Una minoranza di Ong rifiutò questa logica e si ritirò dallo Zaire, come per esempio Medici Senza Frontiere che svolse un importante opera di denuncia sulla situazione dell’epoca. Il problema è giustappunto che si trattò di una minoranza.

L’ONU non applicò il diritto internazionale di arrestare i genocidari, trasformandoli in vari casi come unici interlocutori per l’assistenza umanitaria.

Permettere che l’azione umanitaria venga manipolata e rifiutando di accettare la realtà esistente nei campi profughi con il pretesto di continuare l’assistenza umanitaria per salvare milioni di vite, equivale ad assumersi le responsabilità non solo della continuazione del genocidio attraverso gli atti terroristici in territorio Ruandese, ma anche della decisione presa dal governo di Kagame di invadere lo Zaire.

Come meravigliarsi se nel settembre 1996 i campi profughi furono spazzati via dall’esercito ruandese? Indipendentemente alla giusta condanna per ogni atto di guerra, in tutta coscienza, domandiamoci come reagirebbe uno stato democratico europeo se avesse subito per due anni distruzione delle infrastrutture, assassinii di massa di civili e atti terroristici da parte di forze genocidarie rifugiatesi in un paese confinante e protette dall’azione umanitaria…

Il massacro che avvenne durante la prima guerra del Congo nel 1996 era stato più volte preannunciato dal governo di Kigali come unica possibilità di difesa dell’integrità territoriale se la Comunità Internazionale non avesse preso seri provvedimenti contro i genocidari che avevano il controllo dei campi profughi.

Purtroppo la Comunità Internazionale non prese o prese tardivamente, dei provvedimenti con il risultato che tutti conosciamo.

Nonostante le responsabilità di Kagame, artefice della destabilizzazione del Congo dal 1996 al 2004, ritengo fondato il suo discorso pronunciato nell’Agosto del 1997: “Penso che dobbiamo cominciare ad accusare tutte le persone che hanno supportato direttamente o indirettamente una situazione dove nei campi profughi – in cui un milione di dollari veniva speso ogni giorno – agivano indisturbate le forze genocidarie, ricostruendosi militarmente, forzando la popolazione ruandese tramite il terrore a riconoscerli come leader indiscussi, e attuando continuamente atti terroristici contro un paese sovrano con il solo intento di finire il lavoro del 1994. Alla fine li abbiamo attaccati, hanno combattuto e perdendo sono morti.”.

Paul Kagame (all’epoca Ministro della Difesa) ha la responsabilità di aver attaccato i campi profughi e diretto le operazioni militari. Ma altrettanta responsabilità è imputabile a tutta la parte della Comunità Internazionale e al mondo umanitario che ha permesso, attraverso il tacito consenso, il silenzio o la negazione della realtà, il crearsi dei presupposti che hanno giustificato l’invasione ruandese nello Zaire.

Fulvio Beltrami.

04 febbraio 2011

Kampala Uganda

fulviobeltrami@gmail.com

Note biografiche:

Condemned to Repeat? Di Fiona Terry direttrice delle Ricerche di Medici Senza Frontiere a Parigi. Edizioni Cornell Papebacks 2002 Londra. www.cornellpress.cornell.edu

Rwnada/Zaire. Rearming with Impunity: International Support for the Perpetrators for the Rwandan Genocide. Rapporto di Human Rihts Watch Arms Project Vol. 7 New York 1995.

Leave None to Tell the Story (non lasciate nessuno a raccontare la storia) di Alison Liebhafsky Des Forges ( Edizioni Paperback – Giugno 1999)

Attacks on Genocide Survivors and Witness to the Genocide Update. Rapporto di HRFOR luglio 1996.

Politics and the disaster relief industry in Africa. Istituto africano per i Diritti Umani edizioni Indiana University Press 1997.

Fuir ou mourir au Zaire: Le vecu d’une refugiée rwandaise. Marie – Beatrice Umetesi Edizioni L’Harmattan Parigi 2000.


[1] Kakera era famoso per la sua teoria genocidaria molto semplicistica: occorre sterminare tutti i Tutsi perché sono cattivi di natura.

[2] Le attività di propaganda all’odio razziale del Gruppo Jeremie furono ampliamente denunciate dalla giornalista belga Collette Bergmann.

[3] Dati forniti da John Eriksson dell’organizzazione non governativa americana: Risposta Internazionale ai Conflitti e ai Genocidi, in un rapporto pubblicato nel 1996: “Lezioni dall’esperienza ruandese” pagina 29 del citato rapporto.

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