On the road to “Edimbrà”

di - 8 settembre 2009

sfondo-dillinger

Aprite la vostra scatola cranica, prendete l’emisfero cerebrale destro e spostatelo sulla “carreggiata” di sinistra.

Forzate leggermente la lancetta più piccola del vostro orologio, in modo tale da farle compiere un giro completo del quadrante.

Evitate gli scongiuri, perché se un gatto nero incrocerà la vostra strada, potete considerarvi fortunati!

Non è un singolare cambio di prospettive, siete semplicemente approdati in Scozia, precisamente ad Edimburgh .

Sorry! È proprio il caso di dirlo, la prima cosa che imparerete una volta arrivati nel nord del Regno Unito è la pronuncia della capitale Scozzese: “Edimbrà”. Non conosco nessun abitante della Gran Bretagna che potrà fornirvi una spiegazione esauriente di questo curioso fenomeno fonico.

Ma, d’altronde ci farete l’abitudine: lake (lago) si pronuncia loch e la dizione dialettale corretta di cow (mucca) sarà cuw.

Esistono due modi di affrontare la cosa:

1) Bestemmiare per tutta la durata del viaggio  contro il vostro insegnante di lingua che non vi aveva preparato a delle venature linguistiche così originali. Lamentarsi giornalmente del tempo e della temperatura. Lagnarsi del cibo e della nostalgia di casa. Oppure…

2) Mettere piede sul suolo Bretone e lasciarsi completamente abbandonare. Gettare via ogni sorta di protezione autoctona e immergersi integralmente nella cultura celtica. Sentire se stessi, anche se per un periodo limitato, cittadini U.K.

È nel secondo modo che io ho affrontato questo viaggio. Ed è da questa angolazione che intendo narrare ciò che ho visto e provato. Non correte nessun rischio se tralasciate di allacciare le cinture.

Saltiamo le noiose questioni procedurali che si svolgono normalmente a bordo di un aeromobile. Niente mascherina di ossigeno e giubbotti salvavita. Una sola raccomandazione: BUON VIAGGIO…

Che la Scozia sia sui generis ve ne renderete conto già durante il volo: Qualunque sia il vostro punto di partenza, intuirete immediatamente il punto d’arrivo.

“Very easy”, la Scozia è l’unico Paese cui vi risulterà impossibile scorgere i confini territoriali dai finestrini dell’aereo.

Una permanente, fitta coltre di nuvole vi impedirà di cogliere qualsivoglia dettaglio morfologico dall’alto.

Sarà inutile far scivolare lentamente l’indice della vostra mano sul finestrino, alla ricerca di un dettaglio, di una costruzione o di un simbolo che riporti alla vostra mente la Gaelica Bretagna.

Vi accorgerete di essere in Scozia proprio per la totale assenza di punti di riferimento. Insomma, in Scozia ci si arriva, proprio quando non si sa dove ci si trova.

Rinunciate, perciò, all’idea di ammirare le bellezze paesaggistiche ed urbanistiche da una prospettiva privilegiata. Questi agglomerati di vapore acqueo vi costringeranno, e la cosa si tramuterà dalla coartazione al più sublime dei piaceri, a vivere la città a misura d’uomo.

La prima impressione che vi regalerà la capitale è di quanto la sua denominazione amministrativa sia inadeguata. Edimbrà (d’ora in poi la chiamerò in questo modo…) conta solo 450.000 abitanti, Bologna è abitata più o meno dallo stesso numero di cittadini.

La capitale Scozzese sorge su tre colline di origine vulcanica: Calton Hill, Castle Rock e Arthur’s Seat.

Quest’ultima, la più alta delle tre, è densa di significato storico.

Letteralmente Arthur’s Seat significa: sedia di Artù. Simboleggia il trono del leggendario sovrano di Camelot, colui che presiedette la tavola rotonda. Non a caso, è il punto più alto e maestoso della città.

La sua cima è meta costante di visitatori. La sua ascesa non particolarmente ardua, uno dei pochi casi in cui il prezzo della salita è minore rispetto alla “remunerazione” paesaggistica.

La vista di cui si gode è mozzafiato: il mare del nord, le valli dei 3 monticelli che si attorcigliano tra loro alla base per poi districarsi in singoli picchi, le diverse tinte di verde: da quello omogeneo dei campi da golf (sport nazionale in terra di Scozia) a quello sfumato del paesaggio collinare, le chiazze azzurre dei laghi, che tanto assomigliano a delle gocce di vernice lasciate cadere per errore dal pennello di un pittore maldestro. Quel tanto che basta a rendere umana una visione idilliaca.

Arrivati a questo punto, la narrazione continua, ma io intendo fermarmi qui. Da questo punto di comodo, qui sul picco della collina Arthur, qui dove il vento penetra nelle ossa e rende la pelle più simile al culo di una gallina, mi accovaccio.

Descriverò tutto da qui, dove è più facile respirare l’alone magico e di mistero che questa città riesce a trasmettere, come nelle più suggestive favole di Tim Burton.

L’assetto urbanistico della città è impeccabile, il reticolato stradale riprende i motivi del più rinomato prodotto tessile di Scozia: il tartan. Materiale divenuto celebre perché utilizzato nella produzione del kilt, il celebre gonnellino.

Da un unico stradone principale (royal mile), si distribuiscono parallele le altre vie.

Da quest’ultime si diramano le stradine secondarie chiamate “close”: viuzze riparate.

Gli scozzesi si divertono ad ironizzare che quelli sono “gli unici posti dove non piove in Scozia”. Difficile dar loro torto…

Tutto ciò in unico sfondo verde. Ad Edimbrà l’unica cosa che non mancano, sono i prati comunali. Su questo lato gli scozzesi sono paranoici.

Non vi è ciuffo d’erba che si espone sopra gli altri, non si vede fil di zizzania che prova anche sol distrattamente a rompere quel delicato equilibrio verdone.

È come se tutti i singoli fuscelli d’erba sapessero di essere parte di un prato. Nessuno tenta di primeggiare sull’altro tentando di eccedere in altezza per sovrastare il proprio vicino. Persino i colori tendono ad unificarsi. E quando il vento spira, ecco che i ciuffetti ondeggiano tutti in unica direzione, nessuno che osa seguirne una diversa.

La cosa che mi sorprende di più è notare che a passeggiare, incuranti delle persone sdraiate sui manti erbosi di Scozia, non siano piccioni o colombe come siamo abituati a vedere nelle nostre piazze ma gabbiani (sea-gull).

La considerazione potrà sembrarvi banale, ma vi assicuro che i gabbiani sono molto più grandi di qualsiasi specie volatile cui noi siamo abituati a imprecare nel caso in cui defecassero sui nostri abiti.

Devo dire che al confronto, se l’episodio mi capitasse in Italia, non mi considererei così fortunato, viste le possibilità aviarie che offre il canale d’oltre manica.

Dicevamo, lo stile architettonico è un miscuglio tra le guglie gotiche e le facciate georgiane dei palazzi. I tetti delle case condividono un appendice comune: i camini (un tempo Edimbrà era chiamata la “vecchia fumosa”).

La città è divisa da una linea immaginaria in due parti: old town e new town.

A contendersi il primato delle strade più trafficate, Grassmarket e Royal mail nella vecchia città, Prince Street e George Street per la nuova.

Gli articoli che potrete trovare perdendovi in queste contrade sono i più disparati: si va dagli illustri cashmere, ai kilt tradizionali e dall’inebriante whisky allo sterco di dinosauro.

(Edimbrà è l’unico posto della Gran Bretagna dove si possono comperare questi “fossili”).

Mi chiedo cosa pensavano, mentre passeggiavano per questi sentieri, Robert Louis Stevenson (autore di capolavori immortali come “L’isola del tesoro” e “Dottor Jekyll e mr. Hyde”) o gente come Adam Smith (precursore dell’economia moderna)…

Il clima è dei più imprevedibili, vi sorprenderà ogni minuto.

In Scozia anche la più semplice passeggiata di piacere si rivela una partita a dadi.

Giocatori: tu e il meteo. Non è un semplice passaggio dalla pioggia al sole.

Ma un continuo, incessante, brusco cambiamento di temperatura: si passa velocemente da una stagione all’altra. La giornata in Scozia inizia all’insegna della sorpresa.

Nella Gran Bretagna del nord non occorrono casinò, si gioca d’azzardo col tempo.

Stevenson ne sapeva qualcosa, e dovette allontanarsi dalla sua città natale a causa di una malattia polmonare. Ora, la Scozia non è un posto pericoloso, bacino ideale per la proliferazione di virus, dipende dalle prospettive: secondo la mia, è una nazione che per lo meno ti permette di affrontare la giornata in una maniera mai scontata.

Non solo, dal punto di vista economico, il guadagno è assicurato: l’ombrello è una spesa che si rivela inutile. Certo, piove. Ma le deboli aste dei parapioggia cedono di fronte alle inattese folate di vento.

È una continua battaglia meteorologica che si può vincere solo improvvisandosi “cipolle”, aprendo o chiudendo la zip dei vostri abiti ad ogni variazione climatica.

A proposito di vegetali, lo sapete che quella buffa, violacea e spinosa pianta che è il cardo, è niente che poco di meno che il simbolo nazionale scozzese?

La leggenda racconta che un gruppo di vichinghi stavano per sorprendere nel sonno degli scozzesi; ma l’agguato fallì in quanto un invasore calpestando col piede nudo un cardo si mise a gridare.

Mi chiedo se allo stesso modo, noi Italiani dovremmo erigere a simbolo nazionale le oche del campidoglio, che ci salvarono da Brenno e dalla sua armata Gallica.

Non potevo assolutamente tralasciare, arrivato a questo punto, le tradizione culinarie.

L’haggis su tutte: fegato, cuore e polmoni, cucinati nello stomaco della pecora.

Per tutti coloro che hanno avuto la forza di proseguire nella lettura, posso assicurare che è un piatto squisito. Meglio ancora se servito con contorno di patate.

A seguire, zuppe di sedano, salmone affumicato e biscotti al burro contribuiranno a ripararvi dal freddo e a deliziare le vostre giornate. Nel caso digerire questa roba sia per voi uno scoglio insormontabile, consiglio il famoso whisky delle highlands da abbinare con una barretta di cioccolato.

Unica nota negativa, data la sua forte gradazione alcolica (43%), dopo due sorsi, sarà impossibile proseguire la serata.

Già la serata… Ad Edimbrà, nel rispetto della più antica consuetudine nordica, si mangia per le 06.00 p.m.

La popolazione inizia a gonfiarsi d’alcol subito dopo cena, i pub straboccano di gente.

Immagino che le fogne scozzesi siano letteralmente intasate di birra. L’urina, al confronto, è poca cosa.

La Tennent’s è la bionda regina incontrastata del luppolo. Un inchino prima di andare al bancone, tre pounds, tante bollicine e una botta d’allegria. Tutta d’un sorso.

Naturalmente ciò che contribuisce a fare la differenza è lo sfondo. I pub per gli abitanti del Regno Unito non sono un posto accessibile solo a maggiorenni dove sorseggiare l’ubriacante miscela alcolica.

Sono un punto di ritrovo, luoghi dove la gente si sofferma a parlare di calcio, di politica e delle questioni più disparate.

Ne ricordo una che mi rimase impressa per schiettezza: in pratica, si discuteva se fosse vero o meno che i pastori scozzesi, costretti a rimanere da soli per la maggior parte dell’anno, ingannassero il tempo sodomizzando il proprio bestiame.

Chiudo la parentesi dei pub, come è solito da loro fare, con un brindisi.

Non il solito cin-cin.

Ma con un più libidinoso: “tits and ass” (tette e culo). Così brindano gli scozzesi, facendo sbattere in sequenza la parte superiore del loro bicchiere e, successivamente quella inferiore.

Che popolo, assolutamente diverso da come viene abitualmente descritto.

Il contrasto tra la rigidità del tempo e l’accondiscendenza del loro animo è disarmante.

Sono la popolazione più gentile che abbia mai conosciuto.

Era questa una lancia che dovevo spezzare. Glielo dovevo come riconoscenza.

Be’, mi rendo conto che ho ecceduto in lunghezza. Parlare di un viaggio, di un Paese, di una cultura, di tradizioni, di emozioni risulta sempre riduttivo.

Un unico rammarico porto con me in questo scritto: L’impossibilità di accompagnare la lettura dell’articolo col sottofondo, acuto e stridulo di una “bag pipe”, una cornamusa per intenderci.

Per il resto se siete stati con me nelle vie di Edimbrà, dalle più grandi alle più anguste, se ora sapete esattamente come proferire la melodia di questa città magica, se avete gustato con me del cibo nazionale scozzese, se vi ha fatto schifo. Se avete sentito lo stesso freddo lì, fin nelle ossa. Se queste parole, insomma, vi hanno trasportato lì dove non eravate mai stati, spero che il viaggio sia stato di vostro gradimento.

Non mi rimane da dire che…WELCOME TO “EDIMBRÀ”.

 

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  1. è diventata più trendy di Londra, attira giovani da tutto il mondo per gli chef stellati e lo shopping..così scrollandosi di dosso la polvere della storia, castelli stregati e cornamuse.
    bellissima Edimbrà..

  2. ..e del festival che impressioni hai avuto? so che durante quest’evento la città acquista ancora maggior fascino..
    ciao Matteo

  3. Matteo Mascolo ( 8 settembre 2009 alle 13:01)

    Eppure gli strascichi storici e mistici si respirano ancora…

  4. Federica cilli ( 8 settembre 2009 alle 13:10)

    Matteo tu hai il potere di trasmettere le tue sensazioni sugli altri, cosa che hai fatto alla perfezione anche in quest’articolo, sembrava di essere li con te sulla collina Arthu’s Seat, di vivere i primi problemi linquistici all’arrivo, come anche di passare una serata scozzese. Si capisce all’istante che è stato un viaggo bellissimo che ti ha lasciato molto, inoltre le foto sono splendide.

  5. Matteo Mascolo ( 8 settembre 2009 alle 13:24)

    Purtroppo non ho potuto approfittare dell’occasione.
    Sono partito il primo giorno del festival.
    Quello che posso raccontarti e che le strade erano affolatissime, nelle vie principali erano numerosi i gruppi di ragazzi che promuovevano a gran voce le iniziative culturali che si sarebbero svolte nei giorni a seguire.
    Senza alcun criterio logico, erano sparsi per le viuzze attori di strada che si esibivano nelle performance più disparate.
    Era un crogiuolo di lingue e costumi che si intrecciavano tra loro passaggiando.
    Questo è l’unico ricordo che possiedo.
    Per il resto, nell’articolo non l’ho menzionato, ho assistito agli Highland games :una sorta di giochi olimpici dai caratteri nordici.
    I partecipanti devono misurarsi con prove di forza e di resistenza (lancio del tronco e tiro della fune)e infine con le non meno importanti e temute…gare di danza celtica.
    Come ti dicevo, il fattore storico, in Scozia è tutt’ora pregnante.
    Ciao Elica, piacere di conoscerti:)

  6. Daniela Di Pancrazio ( 8 settembre 2009 alle 15:07)

    bellissima descrizione e bellissime foto ! Io ci sono stata nel ’98 ma ho proprio voglia di tornarci :)

  7. stupenda la cara Edin…ci tornerò anche a capodanno..chissà come sarà l’Hogmanay !

  8. Caro Matteo, la tua descrizione combacia perfettamente con le innumerevoli sensazioni che la magica “Edimbra” è stata capace di farmi provare. Chi crede che questa minuziosa descrizione possa apparire chimerica ed esagerata si sbaglia. Ho avuto il piacere di assaporare le “squisite” bellezze che la capitale scozzese offre. Armatevi di macchinette fotografiche(pixels elevati per catturare maggiori dettagli), un esauriente dizionario tascabile,abiti di qualsiasi genere(non badate allo stile) e una smisurata voglia di apprendere le origini e il corrente che “Edimbra” mette a disposizione. Grande prova Mattew, il buon Aldo ne andrebbe fiero. A presto

    ps: l’intolleranza al lievito di birra potrebbe ridurre il divertimento del circa 33%

  9. Complimenti per l’articolo sulla capitale scozzese che invoglia veramente a fare un viaggio in quelle terre. Sei riuscito ad evidenziare le peculiarità del luogo e della gente, veramente adorabile.

  10. Matteo Mascolo ( 27 ottobre 2009 alle 20:08)

    I commenti inaspettati sono quelli più graditi e questo non lo aspettavo assolutamente.
    Grazie Tanya, davvero gentile da parte tua :)

  11. Veramente grande Matteo.Hai descritto questa magica terra e i loro abitanti come meglio non potevi fare.Se prima la voglia di tornarci era gia difficilmente controllabile adesso mannaggia a te è sempre piu irrefrenabile!!!!
    M’hai fatto venire i brividi!!
    grazie
    ciao!

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