Londra – One Wild Night (part one): The credit crunch

di - 17 marzo 2009
ImageShackCome promesso, ho indagato sul perche’ gli inglesi non hanno mai freddo. Per verificare se la mia teoria (alcool = calore) era esatta, mi son “sacrificato” per la causa scientifica e ho passato una serata intera con dei miei amici in giro per central London.
L’appuntamento e’ alle sei di pomeriggio al Just. Arrivo con la metro a Green Park e percorro Park Lane in direzione Piccadilly, passato il portico del Ritz in un attimo arrivo al luogo dell’appuntamento. Sono in pieno centro e la prima cosa che mi viene in mente e’: ma l’Inghilterra non era in ginocchio per la crisi economica!? Lungo Park Lane trovare una utilitaria e’ difficile come trovare dell’olio extravergine d’oliva al polo nord. Mercedes superlusso, Maserati, Ferrari… Ci son tante Aston Martin quante Punto in Italia. Percorrono il lungo vialone illuminato a giorno e si specchiano vezzose nelle vetrine di Church’s, Barbour e tra i diamanti che fanno sfoggio della loro opulenza nella maestosa vertina della De Beers. Via Condotti a confronto sembra una via anonima e buia con due negozietti di qua e di la’! Attraverso di corsa St James Street, all’italiana senza usare le strisce e, per poco non mi investono. In Inghilterra sono molto rispettosi (quando sobri!) del codice della strada, e proprio per questo, se si attraversa non sulle strisce pedonali, chi lo fa sta infrangendo una regola, ergo non si venga a lamentare se poi lo investono. Salvata a mala pena la pelle, arrivo all’appunatamento, il posto e’ da togliere il fiato: fuori un palazzo stile vittoriano illuminato con luci di ogni tipo e dentro colonne di marmo alte sei-sette metri che si sposano in un mix tra antico e moderno con l’ascensore di vetro interna stile Las Vegas. Mentre aspetto il mio amico mi offrono un drink. Due chiacchiere con il manager e uno sguardo a chi mi sta attorno. Il locale e’ pieno, ma non come l’anno scorso di questi tempi. Mancano un sacco di clienti all’appello, mancano un sacco di fedelissimi. Sono quelli che lavoravano nella City e si permettevano ogni giorno bevute stratosferiche di Champagne millesimati. La maggior parte di loro, mi dice il manager, ha perso il lavoro ed e’ in mezzo alla strada! Dalle stelle alle stalle, dal mega appartamento in centro alla strada (letteralmente!). Continuiamo la chiacchierata e mi racconta un aneddoto. “Ieri sera – dice- e’ venuto un cliente, uno di quelli che vengono spesso. Era con due ragazze bellisssime, forse due modelle. Mi ordina una bottiglia di Champagne da 200 sterline e gliela faccio servire al tavolo. A fine serata, al momento di pagare, la carta di credito e’ scoperta. Lo invito a pagarmi con i contanti. Caccia dalla tasca 40 sterline e dice che e’ tutto quello che ha. Iniziano scuse su scuse, finche’ non scoppia a piangere… Mi dice di aver perso il lavoro, lavorava con una societa’ quotata in borsa che e’ fallita. Gli chiedo il perche’ abbia ordinato quella bottiglia e abbia scelto uno dei locali piu’ costosi di Londra se non ha piu’ un lavoro. Mi risponde: “Sono abituato cosi’!”. Da questa storia si capisce la meschinita’ del “crunch”, come lo chiamano da queste parti. Troppi soldi, troppo subito e troppo facilmente. La crisi e’ stata per alcuni come il successo per le popstars : gente che veniva dal nulla, ricchezze accumulate in tempi brevissimi, tenori di vita che arrivano alle stelle e poi cadono miserabilmente sotto i colpi di una tempesta economica inaspettata.

La crisi dunque c’e’. Ma allora com’e’ che Park Lane e dintorni sembrano sempre il paese della cuccagna con auto di lusso che sfrecciano e luccicano e donne mezze nude che girano con uomini dal portafoglio rigonfio!? Forse una risposta c’e’. La crisi ha toccato essenzialmete due categorie di soggetti: i “ricchi da un giorno all’altro”, come il nostro “amico” dello champagne da 200 sterline, e le classi medio-basse,ovvero i piccoli borghesi. I primi hanno toccato l’empireo con un dito in un attimo e ne son caduti facendo un tonfo cosi’ forte che resteranno storditi a lungo. I secondi hanno visto nelle rate selvagge e nei mutui facili un nuovo eldorado. Hanno comprato la casa, il plasma, la macchina e hanno fatto persino la spesa,tutto a rate. I debiti si sono accumulati, lo stipendio non era certo quello di un nababbo, ed ecco scoppiata la bolla di sapone.
Oltre a questi soggetti le altre due categorie, agli antipodi, son rimaste fuori dalla crisi. I poveri erano gia’ poveri, non avevano soldi e son rimasti com’erano.I ricchi, quelli veri, hanno visto scalfiti i loro patrimoni, ma solo in minima parte, perche’ i veri ricchi avevano(e hanno) uno zoccolo duro inscalfibile, una base solida. Immobili, titoli di Stato e conti esteri che la crisi l’hanno solo sentita al telegiornale! Ho letto proprio oggi sul giornale che i super ricchi del calibro di Bill Gates, Mr Ikea & Co hanno perso fino al 25% dei loro patrimoni! Sono sicuro che non patiranno certo la fame per questo, anche perche’ si parla di patrimoni che noi comuni mortali non riusciremmo neanche ad immaginare… Si parlava, infatti, di “billions dollars”!
Il mio amico e’ pronto, saluto il manager e alcuni ragazzi dello staff e usciamo dal Just. Camminiamo tra le brighting lights di Park Lane, alla nostra sinistra c’e’ la Royal Academy of Art col suo maestoso cancello placcato d’oro. L’anno scorso son venuto a vederci due splendide esposizioni di quadri di Cranach e di pittori Russi, attualmente c’e’ una mostra sul Palladio. L’ arte italiana e’ sempre apprezzatissima oltre la manica. Anche la National Gallery parla italiano, ci sono i “divisionisti”. Nei prossimi giorni mi son ripromesso che verro’ a vederle entrambe. Nel frattempo, camminando a passo spedito, siamo arrivati a Soho. La scienza mi chiama, il Lab ci attende…
Michele Laurino


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  1. Lorenzo Baccin ( 18 marzo 2009 alle 13:21)

    Almeno un aspetto positivo della crisi! Un piccolo, ma nemmeno troppo, esercito di superconsumatori parassitari spazzato via. Inutili in quanto non produttori di ricchezza. Arricchitosi grazie all’imperfezione dei mercati e alla disonestà delle banche d’affari.

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