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Ontologia di uno sfigato

di - 12 febbraio 2012

Alla fine è successo: Michel Martone – sottosegretario con svariate deleghe interessanti – è stato sacrificato. L’agnello della rivoluzione mariomontiana è caduto sotto la scure della sacerdotessa del welfare Elsa Fornero che, sentendosi insidiata, si è voluta vendicare del giovane rampollo. Ma non è di quest’ultima la mano che ha guidato la lama. A dare il via al rito è stato lo stesso Michel, lanciandosi in un’infelice uscita durante una delle sue, poche, apparizioni pubbliche.

“Laurearsi dopo i 28 anni è da sfigati”, ha detto Martone. Parole – se così intese – riprovevoli. Parole che denotano non solo un’assoluta mancanza di tatto ma mettono in luce quanto il viceministro, come minimo, non abbia la minima idea delle condizioni in cui versa il Paese che serve. Parole che, in fondo, dimostrano ancora una volta quanto grande sia la distanza del potere – vecchio o nuovo, giovane o geriatrico – dalle percezioni che la società civile ha della realtà in cui vive.

E’ tuttavia un fatto che quelle parole il viceministro Michel Martone non le ha dette; o, perlomeno, è un fatto che il significato di quelle parole sia stato deliberatamente mistificato e travisato.
Lo sdegno dei leoncini da tastiera non ha ovviamente tardato a farsi sentire: da facebook a twitter come su tutti i quotidiani, le parole di Martone sono state il battacchio della campana mediatica per almeno una settimana finché, a salvarlo dalla gogna dei social media e dei giornali, non è giunta la neve.
E’ probabile che Michel non sia mai stato così tanto contento di vedere quei pochi fiocchi dall’età di 7 anni, quando ancora – bei tempi – non portava su di sé il peso di una generazione di giovani allo sfascio, molti dei quali si laureano dopo i 28 anni, se poi lo fanno davvero, per il semplice fatto che non ne vedono la concreta utilità e preferiscono fare altro: alcuni i lavavetri ai semafori, altri i cocopro, cercando di mantenersi gli studi o semplicemente una vita dignitosa.

Prima della bufera (di neve, non verbale) molti si sono concentrati in acrobatiche dissertazioni su quella famosa parola: “sfigato”. Pochi, invece, hanno cercato di capire il senso delle parole di Martone o, almeno, di circostanziarle: d’altronde, nell’era di twitter, alcuni faticano a pensare che si possa articolare un concetto in più di 140 caratteri.
Chi scrive si è preso questa briga; ed è giunto alla conclusione che Martone volesse semplicemente far capire, nell’arco di un discorso generale, che chi va 5 anni fuori corso – salvi quelli che vegliano al capezzale le madri malate e chiunque abbia un problema diverso dal proprio lassismo – costituisce un peso gravoso per un welfare malridotto come il nostro.

Detto questo, probabilmente la tempesta – mediatica, non di neve – si è scatenata proprio a partire da quella parola: “sfigato”. Parola strana, intergenerazionale nel suo essere demodé. Parola che fa sentire giovani i vecchi che la pronunciano e che al viceministro dev’essere semplicemente sembrato un modo efficace per esprimere un concetto non semplicissimo.
Ma cos’è davvero uno sfigato? Uno sfigato può essere in generale una persona sfortunata, ma l’accezione che a noi interessa riguarda più una persona che, nonostante gli sforzi profusi, non riesce a raggiungere un risultato per una propria sostanziale inadeguatezza. Ecco cos’è uno sfigato: uno sfigato ci prova tutta la vita, ha delle possibilità ma poi non è in grado di farle fruttare.

Voglio fare un esempio pratico: prendiamo una persona studiosa, volenterosa e ardentemente appassionata di una materia. Citiamone una a caso, solo per fare un esempio: il diritto del lavoro.
Mettiamo che questa persona riesca a raggiungere posizioni di rilievo, e che questa persona sia davvero valente e così arrivi ai massimi vertici dello studio e della pratica di quella materia: mettiamo dunque, proseguendo nell’esempio del diritto del lavoro, che quella persona diventi prima professore e addirittura arrivi a ricoprire posizioni di vertice nel Ministero del welfare, Ministero che si occupa in sostanza di mettere in opera la dottrina giuslavorista.
Che succede, però, se quella persona si fa mettere i piedi in testa dal personalismo del suo Ministro referente? Che succede se butta via la sua prima e probabilmente unica occasione di mettere in pratica, modificando magari in meglio le sorti della sua generazione, la materia che con sudore e fatica è arrivato così bene a padroneggiare? Che succede, infine, se quella persona invece di lavorare su quella materia che tanto ama e padroneggia si lascia trascinare nel vortice delle conferme e delle smentite?
Signore e signori: ecco il vostro sfigato.

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