Gli Ossi di seppia di Montale tra scetticismo, riflessioni nostalgiche e male di vivere
Eugenio Montale (Genova 1896 – Milano 1981) è il più grande poeta italiano della contemporaneità. Nato in una famiglia benestante dedita al commercio di prodotti chimici che di lui avrebbe desiderato fare un contabile (egli, infatti, si diplomò ragioniere) Montale inizia molto giovane a interessarsi di letteratura studiando da autodidatta e approfittando delle lezioni che la sorella Marianna, studentessa di lettere, impartiva privatamente. Fondamentale fu per il poeta genovese lo studio della musica, circostanza che ebbe un influsso notevole sulla sua opera letteraria e sulla sua attività di critico musicale intrapresa presso il Corriere della sera a partire dalla fine degli anni quaranta. La prima raccolta di versi montaliana, Ossi di seppia, è un classico della letteratura mondiale. L’edizione definitiva dell’opera comprende versi composti tra il 1920 e il 1927; unica eccezione, una delle poesie più note di Eugenio Montale: Meriggiare pallido e assorto, risalente all’anno 1916. Le liriche che compongono Ossi di seppia (cinquantotto in tutto, nella edizione definitiva dell’opera) sono raggruppate per gruppi più o meno omogenei che portano titoli diversi (Movimenti, Sarcofaghi, Mediterraneo, Meriggi e ombre e così via) all’interno dei quali quello intitolato Ossi di seppia costituisce la raccolta originaria di poesie (‘i veri Ossi di seppia’, come li definisce lo stesso Montale) risalente agli anni 1921 – 1925, raccolta che in origine, sotto questo titolo, venne pubblicata per i tipi di Piero Gobetti nel 1925. Arduo riassumere in poche righe i caratteri di quest’opera. Dirò che Ossi di seppia è un insieme di componimenti poetici tutto sommato classicamente strutturati. Montale però compie, qui, linguisticamente e lessicalmente parlando, sforzi talmente intensi da imprimere alla raccolta quei caratteri di originalità che fecero del poeta ligure un caposcuola. Se la metrica, come si è detto, appare piuttosto tradizionalmente ordinata, la ritmica dei versi presenta invece caratteri di straordinaria musicalità e le felici scelte terminologiche portano il poeta ad adottare, pur discostandosi dal poetare ‘accademico’ dannunziano, termini ora desueti, ora arcaici, ora ‘difficili’, criptici e un rimeggiare originalissimo. E questo stile unico consente al poeta ligure di stendere impressionisticamente i colori della propria tavolozza di parole che gli consentono di ottenere un risultato poetico che va al di là del semplice significato delle parole. L’intreccio delle parole, appunto, suscita spesso emozioni tali che il ribollio dell’acque che si ingorgano ci pare di udirlo realmente, che la barca di salvezza che sciaborda tra le secche ci sembra di vederla davvero così come abbiamo la quasi certezza di avvertire il rabido ventare di scirocco che l’arsiccio terreno brucia. E’ filosoficamente scettico (codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo…), Montale, e amaro (Mia vita è questo secco pendio, mezzo non fine, strada aperta a sbocchi di rigagnoli, lento franamento. E’ dessa, ancora, questa pianta che nasce dalla devastazione e in faccia ha i colpi del mare ed è sospesa fra errate forze di venti…) oppure impegnato in angosciose riflessioni (spesso il male di vivere ho incontrato: era il rivo strozzato che gorgoglia, era l’incartocciarsi della foglia riarsa, era il cavallo stramazzato…). Ci sono i luoghi dell’infanzia del poeta, in Ossi di seppia, la costiera ligure, essenzialmente, e le Cinque terre (Quando un giorno da un malchiuso portone tra gli alberi di una corte ci si mostrano i gialli dei limoni; e il gelo del cuore si sfa, e in petto ci scrosciano le loro canzoni le trombe d’oro della solarità… Meriggiare pallido e assorto presso un rovente muro d’orto, ascoltare tra i pruni e gli sterpi schiocchi di merli, frusci di serpi…), mentre è in rilievo il disagio esistenziale dell’uomo che in Ossi di seppia pare più un sofferente, per quanto acuto, osservatore della realtà circostante piuttosto che protagonista attivo del contesto naturale osservato. Si è sostenuto (A. Bocelli sull’Enciclopedia italiana Treccani, ed. 1974) che ‘La poesia di Montale nasce dalla coscienza del “male di vivere”, dell’ “inadattamento” alla realtà, della quale tuttavia egli si sente partecipe e testimone’. Alcuni (N.Gazich, 1989), poi, nell’evidenziare l’orientamento antifascista di Montale rilevano che ‘a questa scelta di campo politico e di rigore morale il poeta non verrà mai meno. Alcuni versi delle sue prime poesie, poi, […] e l’intera raccolta [si riferisce a Ossi di Seppia, n.d.r.] con il suo programmatico rifiuto di ogni eloquenza, di ogni fede o mitologia positiva e di ogni facile consolazione diventano un emblema di una scelta etica e politica chiara e precisa e, in quegli anni, difficile’. Gli Ossi di seppia, però, non contengono riferimenti diretti alla contingenza politica degli anni in cui furono scritti. I contenuti di Ossi di seppia, anzi, a distanza di tanti anni e anche alla luce di alcune delle determinazioni del pensiero filosofico sviluppatosi nei primi decenni del XX secolo successive, in parte, rispetto all’opera di Montale, appaiono più come il frutto del duplice atteggiamento ‘ideologico’ del poeta, ‘protoesistenzialistici’ da un lato e quasi, potremmo dire, fenomenologicamente orientati, a considerare la posizione che il poeta (l’uomo) assume rispetto agli oggetti della propria riflessione, dall’altro lato.
Giovanni Graziano Manca
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“Ripenso il tuo sorriso, ed è per me un’acqua limpida scorta per avventura tra le petraie d’un greto…”
Ma la mia preferita è “Ho sceso dandoti il braccio”, unica.