Outsider Comic – Rampante classe nata negli anni ottanta

di - 13 febbraio 2010

outsider-comicE-motiva-mente instà-bì-le, vizià-ta edinsèn-sì-bì-le, il profèssò-re la bollò…

La canticchi da giorni. Non che tu sia una fan dei Baustelle.
I Baustelle sono come le solite facce, che vedi da anni sempre nello stesso bar del centro della città in cui sei cresciuta. Le saluti. Qualche volta ci fumi una sigaretta, bevendo una bionda doppio malto e ci fai due ghigne, così per gradire. A piccole dosi. Ma, in realtà, sono facce che non conosci, i Baustelle. Perché forse non t’è mai importato di conoscerle davvero. E poi, a ben pensarci, il tuo prof al liceo ti definì narcisista, non emotivamente instabile. Ma questa è un’altra storia, come direbbe Lucarelli.

Giovedì scorso, dopo mesi in cui tu ed Amnesia fingevate di organizzare un aperitivo con due ex colleghi del master, avete deciso che fosse giunto il momento di dar luogo all’aperitivo suddetto.

Ed ecco l’inusitato sforzo: moto di socialità infrasettimanale.

“Outsider Comic – Storie di Ordinaria Precarietà”, la rubrica di Marlene Barrett sulla vita da precari. Le esperienze di chi, ogni giorno, affronta il labirinto della precarietà, armata di una penna e poco altro. Dagli stage ai contratti a tempo determinato, il lato oscuro del lavoro flessibile.

Amnesia è siciliana. Ha 3 anni più di te, quindi 27. E’ sveglia, spassosa e solare. E lei, insieme con il gruppo di matrice palermo-messinese-doc che t’ha presentato, ha definitivamente convalidato il tuo amore per l’umorismo siciliano. L’hai conosciuta al master ed è in più occasioni stata la tua incondizionata fonte di serenità, offrendoti interessantissimi tools esistenziali come “2001 Odissea nel menefreghismo”, “La legge del Caso”, “1001 modi di sbattersene”, con speciale menzione di alcune indimenticabili perle di sconfinata saggezza, such as: “Il modo migliore per NON avere da un uomo ciò che vuoi, è chiederglielo”.

Amnesia ha una risata contagiosa e le ciglia lunghe. Quando ride, gli occhi si strizzano e le ciglia sembrano allungarsi ancor di più. Fuma Marlboro Light, compra Coca Cola Light, legge Wired e Nova ogni settimana, ascolta i Beatles, beve Negroni (possibilmente a stomaco vuoto), ama le scarpe Melissa e quando dice la parola “rosso”, da buona palermitana, pronuncia tre o quattro R. E ti fa sempre ridere, quando pronuncia tre o quattro erre. RRRrosso.

Giovedì passi a prenderla, avete un imprecisato appuntamento con Nix e Steo in zona Marghera. Passi a prenderla con la tua Fiestina old style che s’è ciecata il fanale sinistro, e se ne va vagabondando per le vie meneghine, tutta orba lei, povera, che tu ancora non lo sai, che ripararla ti costerà 1/20 del tuo stipendio. Sei in anticipo, fenomeno che ti lascia alquanto interdetta, perché il segreto della socialità infrasettimanale consiste nell’evitare l’agognato “rientro a casa” e specialmente il peccaminoso “collasso sul divano” total white.
Sali su. Sali sempre a piedi a casa di Amnesia, che vive al primo piano e a te sembrerebbe una cosa davvero troppo spilorcia, fisicamente parlando, prendere l’ascensore per salire al primo piano. Davanti alla porta d’ingresso c’è un tappeto che ripropone un bizzarro pratino plastificato con tanto di margheritine m’ama non m’ama, in perfetto stile Amnesia e Ciarli.

Amnesia ti apre la porta in lacrime.
Entri e senza lasciare la borsa, né la giacca, l’abbracci, spiazzata, perché non si sa mai cosa fare, quando la tua fonte di serenità piange. Ha il trucco sciolto nel pianto e, singhiozzando, a bassa voce, ti dice che non ne può più, che si è RRRotta le palle.
Vi spostate sul divano total red e parlate. E mentre parlate tu pensi che davvero non sai che cazzo dirle. Quindi l’ascolti, che secondo te è l’unica prassi accettabile, quando non si sa che cazzo dire.

Amnesia non è una che si piange addosso. E’ Amnesia, 27 anni, sveglia, spassosa e solare. E’ mille volte più attiva di te (e fin qui, anche la marmotta che confeziona le tavolette di cioccolato Milka è più attiva di te), ti racconta che sono mesi che manda curricula, che a lavoro si fa il culo e ogni sera quando torna a casa invia, invia, invia, che tra un po’ si candiderà anche come frigoriferista all’Auchan di Carugate, con la sua laurea triennale + specialistica + master + 3 esperienze lavorative + spiccata attitudine alla tecnologia + doti professionali ed umane. Ti racconta che per certe posizioni sei poco performante e per altre lo sei troppo. E intanto è un anno che vive a 400 € al mese, a 1.400 km da casa e che ogni giorno sente di stare buttando via il suo tempo.
La ascolti. E la capisci. Finché non arriva il momento in cui tu devi dire qualcosa. E, sempre per onestà intellettuale, esordisci dicendo che non sai che cazzo dirle. E poi attacchi con la solita, odiosa solfa. Sai la gavetta, il periodo, la crisi, i picchi di disoccupazione, è una merda il sistema, continua a cercare, purtroppo è così, prima o poi cambierà, sei brava, non dipende da te, non puoi viverla così tesoro.

Ma sai che lei lo sa. Sai che sa già tutto. È che, semplicemente, s’è RRRotta le palle. Perché è brava. Perché è brillante Amnesia. E tu difficilmente pensi che qualcuno sia brillante.
Aggiunge che si sente con il culo a terra. Che questa precarietà le sembra un ostacolo alla sua felicità. Che nessuno sembra capirla davvero, che la settimana precedente s’è data malata per trascorrere le giornate ad inviare curricula e che ne avrà inviati un’ottantina al giorno. Conclude dicendo che ha esaurito le scorte di menefreghismo.

Nel mentre rientra Ciarli. Sorprendentemente, intorno alle 20, che approfittando dell’assenza del capo è sgusciata via dall’ufficio soltanto un’ora dopo l’orario d’uscita. Normalmente, l’agognato “rientro a casa” di Ciarli viaggia intorno alle 21.30 e lei, a differenza di te ed Amnesia, è ancora nell’apeiron stagista. Allora pensi a quando le serate con Amnesia e Ciarli si svolgevano nel racconto delle tragedie sentimentali, nella pianificazione delle Operazioni Kate Moss (aka diete), nello spetteguless sui rispettivi colleghi di master o sulle stranezze dei propri capi. All’inizio. Quando la schiavitù la si accettava di più. Quando era nei patti. Quando non vi sembrava ancora la masturbatoria speculazione di un indecente status quo del mondo lavorativo.

Ma adesso è tutto diverso.

Squilla il tuo cellulare. Sono Nix e Steo, che sono già arrivati all’appuntamento. Il problema è che si era detto “per le 20-20.30″ e Nix è di Genova e non sa che dire 20-20.30 ai meridionali vuol dire che, se essi si sono milanesizzati, arriveranno alle 20.45. In caso contrario non prima delle 21. Tu ed Amnesia scendete di tutta corsa, arrivate alle 20.30 (ok, 20.40 ma, in fondo, vivete a Milano da meno di 1 anno e mezzo) al pubbetto in via Marghera.

Lungo il tragitto ti lanci in un’acutissima ed originalissima osservazione sulla sfiga generazionale che state vivendo. Sostieni la vostra sia una generazione fondamentalmente truffata dall’eldorado che vi hanno propinato fin da bambini. Siete cresciuti pieni di comfort ai quali rinuncerete (dopotutto il Sega e Barbie Hollywood, che aveva i capelli che arrivavano alle caviglie e degli stivali dorati alquanto gagliardi, non erano strettamente essenziali al processo di sviluppo), che vi hanno raccontato che studiare e laurearsi vi avrebbe garantito una “posizione” e che siete cresciuti lavorando per quella fantomatica “posizione”, convinti che il mondo stesse attendento nient’altro che voi, rampante classe nata negli anni ottanta, con le vostre 24 ore, il vostro inglese debitamente approfondito nelle essenziali Vacanze Studio, la vostra natività digitale. Qualcosa è andato evidentemente storto. Probabilmente la situazione migliorerà. Probabilmente è questione di pazienza, che a te, tua madre dice sempre che non ne hai, di pazienza. Probabilmente tocca a ciascuno di voi mettersi in gioco, inventarsi qualcosa e fondamentalmente dovete essere positivi e crederci, ok (e persino tu stenti a credere a te stessa, mentre fai la reclame del think positive). O magari, invece, non cambierà un cazzo e la situazione peggiorerà ancora. E allora, chi se ne frega dei sogni di gloria e delle aspettative. E allora le commesse di Pimkie guadagneranno, quanto? 1.300-1.400 euro al mese, a mettere a posto degli imbarazzanti vestitini stile Wimx geneticamente intersecata con Cicciolina? Ben venga!

Dopotutto se i nostri nonni sono sopravvissuti al dopoguerra, noi sopravvivremo alla precarietà. Rinegozieremo i “se” e i “ma” del nostro ego, se sarà necessario. Ci accontenteremo di essere sereni, investendo altrove la passione che il lavoro non merita e non accoglie. E tu non sai se tutto questo abbia senso o no, se sia patetico o pragmatico. Ciò di cui non dubiti è che i tuoi figli NON andranno all’università. Saranno colti, certo. Che se qualcosa di respirante, portatore del tuo patrimonio genetico, un giorno dovesse dirti con accento milanese: “Mà, se avrei voluto…” tu come minimo lo avveleni con il cianuro nella zuppa pronta 4 salti in padella. E se tua figlia appendesse un poster di Paolo Meneguzzi, le faresti tatuare Roger Waters in fronte. E se andassero al cinema a vedere un film di Moccia, li legheresti ad una sedia con le palpebre aperte stile Arancia Meccanica e li sottoporresti alla visione in loop di Taxi Driver. Ma, al di là di questo, tutto è chiaro nella tua mente: assecondando le proprie inclinazioni potranno scegliere se diventare parrucchiera o estetista, idraulico o piastrellista.

Arrivate all’Akkademia, che è proprio gggiovane come locale, si capisce, è scritto con le kappa. Meno di un anno e mezzo non è stato sufficiente a te e ad Amnesia per chiarire l’orario dell’aperitivo. Arrivate sempre che il buffet è a base di avanzi. Giusto il tempo di ordinare un vodka-lemon e un vodka-red bull, e iniziate a raccontarvi. Nix è, come si diceva prima, genovese. Bella ed originale, nonché dotata di quell’accento ligure che ti ricorda le tue amiche universitarie. Steo, suo marito come sei solita definirlo, altro ex compagno del master, è salentino (che pare sia un’etnia a sé stante), fanatico degli Oasis e, di conseguenza, dal look decisamente brit-pop. Steo è un consulente esterno. E’ in agenzia senza contratto. Non gli dicono di andare, né di restare. Quindi resta. Ha un personal computer, che sembrerebbe una cosa figa, ma è la quintessenza della precarietà, non avere neanche il tuo computer, in ufficio. Un portatile mercenario, oggi è tuo, domani di chissacchì.

Ed una cosa emerge chiaramente, dal confronto: chiunque odia il proprio capo. Questo ti consola. I capi non fanno possibilmente nulla. Non si voltano neanche per vedere cosa accade intorno a loro. Tendenzialmente dicono: “Tu, precario, puoi per piacere descrivere ciò che accade alla sinistra di me medesimo/a?”.

Tra il collega di Steo che spara ad un cliente con la pistola con le ventose, il capo della Nix che è sordo da un orecchio e lei non ricorda mai quale sia il lato invalido per cui vive sempre nel dubbio che lui possa sentirla, quando lo omaggia verbalmente con un terapeutico “pezzodimmerda”, la serata scorre, piacevole.

Prima di salutarvi vi ripromettete di replicare l’incontro. Che sarebbe bello capire che a Milano per non lasciarsi inghiottire dallo pseudo-lavoro bisogna vivere in un volitivo moto alla socialità infrasettimanale. Che sarebbe bello se l’Akkademia diventasse come il Central Perk.

Riaccompagni Amnesia a casa.

Quando scende dalla Fiestina orba, sorride.

E le ciglia lunghe sembrano allungarsi ancor di più.

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  1. Alessandra Magnaghi ( 13 febbraio 2010 alle 16:06)

    Mitica Marlene! Le tue avventure dovrebbero diventare un libro…

  2. L’ironia della precarietà.
    Pero’ ora mi è tornato in mente “che ogni giorno sente(o) di stare buttando via il suo(mio) tempo”.

    E che fare la commessa da Pimkie è sicuramente mentalmente meno stressante ma comunque non affatto appagante.

  3. Bell’articolo.
    Io sono ormai aldilà della precarietà ma sono stato precario e “senza famiglia” alle spalle per anni, lavorando in un bar o a vendere enciclopedie per pagarmi gli studi e vedere i “figli di” (in tutti i sensi possibili) sorpassarmi come Schumacher in F1 sorpasserebbe Nonna Abelarda in bici.

    Poi passa, in qualche modo passa, ma è dura, soprattutto perchè bruci gli anni più belli della tua vita.
    Quando poi “ti sistemi” ti sembra tutto più che dovuto, tanto hai sofferto, che nemmeno ti godi più l’inaspettata fine della precarietà.

    Mi piace molto come scrivi, frizzate, reale ed avvincente: brava.
    :)

  4. @Alessandra: Magari! Qualche editore nella manica? :)

    @Ransie: Perfettamente d’accordo con te. L’appagamento è già un passo successivo, che sicuramente è assente in molti contesti. In realtà, mi riferivo semplicemente alla vil pecunia, che dopo anni di studio è più assente che in tutti gli altri casi.

    @WeWee: Hai colto precisamente la sensazione! Si vede che l’hai vissuta. Forse è proprio il fatto che “bruci” gli anni più belli della vita, che è dura e lunga, il peggio. Comunque, come dici tu, passerà. Per il resto, grazie. Cerco di fare del mio meglio!
    A presto,
    MB

  5. Come al solito bravissima. I tuoi articoli, oltre ad essere molto divertenti sono anche estremamente profondi.. Incredibilmente vero lo spaccato della situazione della generazione nata negli anni ottanta, della quale faccio parte anch’io. Per fortuna mia ho iniziato a sentire puzza di sola gia da un bel pò e ho lasciato l’università, con tutto il relativo iter successivo, a 23/24 anni (scienze politiche..a quest’ora sarei un barbone alla stazione probabilmente), lanciandomi nella creazione della mia company..con le mie regole e i con i miei obiettivi (con i miei genitori disperati perchè pensavano giocassi ai ‘giochini’ sul computer mentre lavoravo sul sito)..Mi sono sicuramente fatto un grande culo, ma almeno per qualcosa di mio..e ora posso stare dall’altra parte della barricata a 27 anni. Un consiglio a tutti: Diventate imprenditori di voi stessi! Se avete un idea o un sogno non parcheggiatelo nel cassetto, credeti come dei pazzi e puntate in alto!

  6. Editoorrrrrrrriiii?????????!!!!

    …che bello sarebbe se attrverso un social una precaria coronasse la propria vocazione?

    Editooorrrrrrriiiiii!!!

    :-):-):-)

  7. Bello bello! Brava! vorrei solo sottolineare che non odio il mio capo (ma odio tante altre persone).

  8. @Lorenzo: come sempre ti ringrazio del tuo commento. quindi sei anche tu un figlio delle stelle!..che dire, sono perfettamente d’accordo con te, sulla necessità di puntare in alto, di credere nei propri sogni, di sbattersi per realizzarli e sul desiderio di essere imprenditori di se stessi. Poi, nello specifico ci sono mille elementi che condizionano il percorso di ciascuno, e forse non è da tutti, diventare imprenditori di se stessi. O, più semplicemente, nel mondo non siamo tutti brillanti o intraprendenti alla stessa misura ma, superata una soglia minima, comunque questo non legittima l’attuale condizione di sfruttamento che sembra contravvenire i diritti civili e il rispetto umano dei giovani.
    Ciò posto, negli ultimi giorni, chiacchierando con degli amici ho sentito riemergere in me un desiderio di autonomia e di indipendenza che, per un momento, mi ha ricordato come sarebbe, lavorare con passione o credere in quel che si fa – esperienza che al momento è quanto di più inimmaginabile per me.

    Al di là di questo, visto che siamo in tema, io sto aspettando l’editore della mia vita, che prima o poi arriverà con un mantello rosso su un cavallo bianco…:)

    @s: ciao s! sarebbe terribilmente trendy, passare da un social ad una libreria, effettivamente…:)

    @steo: grassie…per il resto, che dire, purché qualcuno lo si odi!:)

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