Outsider Comic – Io Rimpolpo, Tu Rimpolpi, Egli Rimpolpa

di - 27 marzo 2010

Dillinger.it - Outsider ComicTi sei piastrata i capelli. Quando eri una giovinetta bionda e viziata che viveva a casa con mamma e papà, tu ogni sabato pomeriggio andavi a farti la piega dalla parrucchiera. In questo modo sei riuscita a venir su senza particolari traumi legati al tuo bulbo ribelle, per lo meno se decidiamo di riferirci solo agli anni del liceo e di escludere deliberatamente dalla memoria ciò che vi è stato prima.

Ad esempio, quella volta che tua madre, dopo la prima comunione, fondamentale tappa della crescita di qualunque bambino di nazionalità vaticana, ti obbligò a tagliarti i capelli corti. Corti. Cortissimi. Alla maschietto, che è un’espressione da incubo e se chiudi gli occhi senti ancora riecheggiare negli anfratti dei tuoi più perturbanti ricordi

“Alla MASCHIE-etto-etto-tto-tto-to-o-o-o”.

Quattro anni di feroci complessi, sdoppiamenti di personalità, schizofrenia e autostima del tutto inghiottita dal buco nero dell’hair-style inappropriato, e passa la paura. Che, giuda ballerino, già eri un’informe pre-adolescente di dubbio gusto, con gli occhiali rotondi con la montatura dorata, completa assenza di ghiandole mammarie, faccia a palla che se ti fossi tatuata l’America Latina su una guancia e l’Africa sull’altra, ti avrebbero presa per un perfetto emisfero sud del mappamondo; come se non bastasse scrivevi poesie decadenti sul diario con la faccia di Leonardo Di Caprio stampata sopra, alternate con le copertine appiccicose di Cioè che riproponevano, su sfondi fluorescenti, effigi di vari beniamini del tutto effeminati. Come sia stato possibile, dati questi presupposti, arrivare ad infliggerti anche la condanna di un taglio di capelli “alla maschietto”, per te continua ad essere un inquietante mistero italiano, quasi quanto la P2 di Licio Gelli.

“Outsider Comic – Storie di Ordinaria Precarietà”, la rubrica di Marlene Barrett sulla vita da precari. Le esperienze di chi, ogni giorno, affronta il labirinto della precarietà, armata di una penna e poco altro. Dagli stage ai contratti a tempo determinato, il lato oscuro del lavoro flessibile.

Il fatto è che tu e tua madre vi capite senza parlare, ma senza nemmeno che serva uno sguardo, si può legittimamente parlare di istant messaging telepatico, solo che, sui tuoi capelli, proprio non vi siete capite mai. Per esempio, lei  che c’ha i capelli liscissimi, che è solita disprezzare chiamandoli “spaghetti”, sostiene che la tua bizzarra chioma nature sia bella. Allora tu la guardi, le sorridi e pensi che, come si suol dire, ogni scarrafone…

“Ma mammina mia, se fossi stata la batterista di un gruppo di tamarri anni ’80, ecco diciamo che se fossi stata Rob Gardner dei Guns ‘n Roses nel 1985, anno in cui venivo peraltro alla luce, i miei capelli sarebbero stati perfetti. In qualunque altro momento e contesto storico-sociale, i miei capelli sono, in una parola, SBAGLIATI!”

Quindi, da quando la vita universitaria ti ha privata della tua fedelissima parrucchiera, imponenedoti un duro momento di crescita e maturazione, hai iniziato ad andarci giù di piastra. Di tanto in tanto però, siccome pensi che esista una sola cosa peggiore di avere i capelli simili alla nebulosa primitiva, ovvero NON averne più, sei obbligata a prenderti una pausa di riflessione con la tua piastra modello etna, il cui nome deriva delle elevatissime temperature che è in grado di raggiungere, del tutto assimilabili a quelle della lava vulcanica.

Ti sei piastrata i capelli e questo sembra donare un insolito sprint a questo incipit di settimana. Sei persino in orario, non devi neanche scapicollarti correndo incontro al tram, gesticolando goffamente con il conducente affinché ti aspetti e non ti condanni all’ennesimo ritardo. Sei arrivata con calma, con i capelli lisci, gli stivali e il nuovo cappottino rosso comprato in maxi saldo al quasi-te-lo-tiriamo-dietro-%.

Mentre sei lì che fumi, mentre senti che l’umidità della pioggia (perfettamente appropriata al secondo giorno di primavera) sta rovinando l’opera della tua piastra modello etna, una vecchietta apparentemente innocua, di quelle che sono appena emerse da una piramide e se ne vanno a spasso tutte mummificate, ti guarda rancorosa mentre il tram sta arrivando e ti intima: “Si ma quella adesso la butta lì!”, puntando la sigaretta che stai fumando e riferendosi a un bidone dell’Amsa poco più in là con una specie di special area destinata ai mozziconi. Poi aggiunge, indignata: “Guardi lì” e indica col bastone tutti i mozziconi sul marciapiede. Allora tu guardi la vecchina che ti odia perché ci sono i mozziconi a terra, se solo fosse meno vecchia potrebbe anche darti fastidio, ma è così vecchia che le rispondi sorridendo “E certo signora!”, come se i mozziconi sul marciapiede non fossero per un buon 40% tuoi.

Quando la vecchina sale sul tram maledicendo cieli ed inferi perché gli scalini sono troppo alti, capisci che non odiava te ma che, semplicemente, doveva essere molto acciaccata e forse anche sola.

Ti siedi e ti trucchi, che è una clamorosa abilità sviluppata negli ultimi tempi. Poi si siede davanti a te un’altra vecchina, molto meno vecchia di quella incazzata. La vecchina giovane tu la conosci bene, di vista, si intende. La vedi quasi ogni giorno e ti fa un sacco simpatia. E’ una bella vecchina giovane, una di quelle che ti ci faresti delle gran chiacchiere. E’ piccoletta, con un caschetto biondo e dei grossi, giganteschi, occhiali con la montatura rossa. Degli occhiali davvero awannasgheps, come si direbbe dalle parti tue. Oggi ha superato se stessa: si è fatta i codini.

Alla tua fermata, scendi e procedi spedita verso l’ufficio. Arrivi giusto in tempo per farti il caffé e gustarlo prima dell’irruzione dell’implacabile boss. E’ un periodo molto prolifico, professionalmente parlando. Nel senso che è un periodo in cui continui a sfornare comunicati stampa a manetta. Ormai inizia a piacerti. O meglio, ci trovi quasi dell’ironia, nel tuo mestiere. Ad applicare ogni volta le tue meningi nella stesura di testi terribilmente inutili e banali, autentici nuntio vobis che comunicano il nulla.

Sei a poco più di 3 sorsi del tuo caffé in cialda macchiato con latte in polvere, che suona il campanello. E’ arrivato il boss. Di fatto, al mattino, c’è solo un campanello che suona dopo il tuo ed è quello del capo. Il ché significa che tu arrivi per penultima in ufficio e questo non deve fare troppa simpatia ai tuoi colleghi, come dire “la leggenda della stagista che arrivava con comodo sul calvario e che non si era ancora procurata un sacco a pelo per dormire in agenzia la notte ma che alle 20 si concedeva il lusso di tornare a casa”…inconcepibile! Sta di fatto che a te, il tuo capo, dimostra flessibilità sull’orario di arrivo e, per questo, tu nutri sincera e sconfinata gratitudine nei suoi confronti. A volte è in ritardo lei, il capo, e allora ti chiama per dirti che sta arrivando e darti qualcosa da fare, qualora tu stia comodamente sorseggiando un caffè in cialda macchiato con latte in polvere, surfando tra repubblica.it, facebook, blog, dillinger, antefatto e via discorrendo. Suona il campanello e poi si sente, inconfondibile, il passo del boss sul parquet del corridoio, accompagnato dalla Cavalcata delle Valchirie e dal rumore delle eliche degli elicotteri.

In questo periodo, in ufficio, c’è bisogno di una penna particolarmente logorroica e scattante, per reggere il ritmo della catena di montaggio comunicativa, l’alienazione dell’ufficio stampa ed eccoti, presente!, la militante Barrett a disposizione! Un interessantissimo comunicato stampa dopo l’altro, scritto attenendosi a un preciso codice scriptorum di non più di 5 vocaboli che, se ne usi uno diverso, il tuo capo si agita, rimane spiazzata, possibilmente tossisce un po’ e, ovviamente, lo cambia. Codesta dimostra, altresì, una malcelata avversione verso gli avverbi e la coordinazione di attributo e sostantivo. Non solo, talvolta è sufficiente una costruzione del periodo leggermente più audace, qualcosa di appena più impegnativo di “la mamma è bella” e “il cielo è azzurro”, che subito parte impietosa la correzione.

E allora tu, ogni volta scrivi il comunicato stampa, sapendo già cosa correggerà, sebbene a volte sia capace di stupirti in negativo. Fai “salva”, “stampa”, “una copia” e la posi sulla sua scrivania.

Lei lo vede e impugna immediatamente la penna. Poi, si ingobbisce tutta e si impegna nella delicatissima operazione di correzione/banalizzazione. E tu la guardi, la guardi con disperazione mentre ferisce il povero testo, facendo correzioni alternativamente sensate e completamente assurde. Non che il boss apporti direttamente al file le sue benemerite modifiche, ennò, non sarebbe costruttivo così e i suoi polpastrelli si deprimerebbero, se digitassero troppo.

No, il tuo capo le appunta sul foglio, le sue correzioni. Mica tutte insieme. Un po’ per volta. Ti fa le prime, tu correggi il file, stampi il testo e glielo dai.

Lei lo legge e lo corregge ancora.

Ti porge il foglio, tu correggi il file, stampi il testo e glielo dai.

Lei lo legge e lo corregge ancora.

Ti porge il foglio, tu correggi il file, stampi il testo e glielo dai.

Lei lo legge e lo corregge ancora, magari si auto-corregge e così sconfiniamo nel campo della correzione trascendente, la follia senza ritorno, la meta-correzione. Che non esiste una sola cellula del tuo corpo che riesca a non chiedersi perché minchia il capo non se li scriva da sola, i comunicati. Niente.

Ti porge il foglio, tu correggi il file, stampi il testo e glielo dai.

Il meccanismo reitera se stesso per almeno 4 o 5 volte, in un modus operandi alquanto eco-insostenibile. Nel frattempo, il direttore clienti anoressico passa urlando nel corridoio che le stagiste devono lavorare il sabato e la domenica, allora tu pensi che non ragioni più dalla fame e vorresti regalarle un pacco di Fiesta.

E, mentre tutto questo si consuma innanzi ai tuoi sensi, non puoi fare a meno di pensare che questa sia la legge del contrappasso, che in passato devi essere stata una bravissima, presuntuosa e saccente scrittrice, punita oggi mediante metempsicosi, in questa nuova vita, per la sua superbia. Praticamente sei all’inferno professionale senza essertela nemmeno spassata prima a fare l’AD di qualche spietata multinazionale. Punita oltremisura per qualunque vagito di orgoglio scribacchino. Condannata a trascorrere l’eternità a interpretare la cacografia del tuo boss, per via di un divino sadismo che pone alla correzione dei tuoi comunicati un capo convinto che si possa dire “Questa frase è RINDONDANTE”.

Le tue labbra sono cucite. Dentro impazzisci. Fra’ Martino Campanaro fa rindondare mille campane, forse, ma le tue frasi, ebbene quelle, non RINDONDANO un cazzo di niente. Semmai, i tuoi periodi possono essere “ridondanti” che, comunque, è tutt’altra cosa rispetto a RINDONDANTI.

Esiste, tuttavia, uno scenario ancora più lugubre delle mille correzioni. Di solito si manifesta quando il capo attira la tua attenzione apostrofandoti per nome di nascita, poi silenzio, una specie di effetto teaser e tu pensi “ma perché mi interpella 10 minuti prima di parlarmi e interrompe qualunque attività, legittima o illegittima, io stia compiendo?”. Il capo si tocca i capelli e inizia a parlare senza guardarti, continuando a fissare il foglio con un’aria da question tag.

Poi solleva lo sguardo, tu l’aspetti al varco, lei ti guarda, imbroncia un po’ il muso e ingrugna leggermente il naso, te lo chiede con aria smorfiosa, oseresti dire, che tu non capisci perché mai te lo chieda così, come una bambina che chiede al papà di comprarle Barbie Stagista.

Ti guarda e ti fa:Va bene, però, magari…RIMPOLPIAMOLO un po’!”

Volendo tralasciare l’uso del tutto retorico del “noi”, il plurale che diventa licenza squisitamente poetica, perfettamente parafrasabile nell’imperativo presente: “Rimpolpalo”, che tipo di terrificante significato corrisponde al significante “rimpolpalo”?

Dear lord! Rimpolpalo? Cos’è? Un pollo Amadori? Una porchetta allo spiedo con la mela in bocca da infarcire di inutilità?

Annuisci e garantisci che RIMPOLPERAI al massimo delle tue capacità, yes we can rimpolp! as long as you want my boss, everybody rimpolps (è una hit di Justine Timberlake, si chiama “Everybody rimpolps“, per chi non la conoscesse).

Annuisci e garantisci che RIMPOLPERAI al massimo delle tue capacità e, nel garantirlo, ti chiedi se esista una parola più amena e squallida di “rimpolpare”.

Ti chiedi se non sia sufficiente il termine “rimpolpare” per raccontare un intero mestiere.

Voglia il cielo, lavoriamo anche nella comunicazione e dovremmo saperlo che, come urla Nanni Moretti in Palombella Rossa, “LE PAROLE SONO IMPORTANTI“.

Pubblicato da

  1. Marco Notari ( 25 marzo 2010 alle 08:56)

    è un piacere leggere post del genere prima del lavoro !

    deve essere bello sposare certi suggerimenti così “creativi” alle già esasperanti(ed asfissianti!) regole del comunicato stampa ;)

  2. Simona Scelfo ( 25 marzo 2010 alle 10:47)

    Non ho messo di ridere dal bambino di nazionalità vaticana alla citazione di Nanni Moretti, insomma che meraviglia!

    Soprattutto come rendere con ironia le frustrazioni di un lavoro che nasce e viene richiesto banale, vuoto, ripetitivo e senza ambizioni. Adoro leggerti e non sai quante volte, per cose diverse, ho pensato lo stesso.
    Insomma quand’è che passi per Roma? ;)

  3. Marlene i tuoi riferimenti – ma soprattutto i meta riferimenti – mi piacciono tantissimo. Brava brava brava!

  4. Federica Morrone ( 25 marzo 2010 alle 11:49)

    Complimenti, divertentissimo! Rimpolpare è uno stile di vita! :-)

  5. Daniela Di Pancrazio ( 25 marzo 2010 alle 19:29)

    Complimenti Marlene, sei davvero brava !

  6. Laura Sanniola ( 25 marzo 2010 alle 20:23)

    Oh Dio!Articolo, molto divertente.. mi ha fatto ridere un sacco.. peccato che queste risate siano tragi-comiche, nel senso che so che dietro tutte queste parole c’è frustrazione e mestizia per lo sfruttamento continuo sul posto di lavoro che molti stagisti vivono quotidianamente.Speriamo che anche io quando mi troverò a dover affrontare uno stage, lo farò con la stessa ironia, che in queste situazioni non fa mai male e aiuta d andare avanti!

  7. Grazie mille, amici!
    In realtà non ho gran merito. Mi limito a descrivere ciò che realmente accade! Che non so se possa essere rassicurante o terrorizzante!
    Un bacio
    MB

  8. Penso sia arrivato il momento di confessartelo: sono io la giovane vecchina con quei favolosi occhialoni rossi e i codini! :D
    B-R-A-V-A!

  9. Federica cilli ( 18 maggio 2010 alle 18:27)

    Troppo divertente… Marlene abbiamo vissuto lo stesso trauma per i capelli sia quello post comunione, sia quello della triste mancanza della parrucchiera all’università!!! :)

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