Outsider Comic – Una Precarietà Alla Volta

di - 17 aprile 2010

Che è arrivata la primavera si capisce da tante cose.

Innanzitutto l’AD della tua super-agenzia in super-centro a super-Milano ha iniziato a indossare i pantaloni bianchi. È un AD donna. 15 cm più alta di te, 20 kg più magra e 25 anni più vecchia. I numeri contano, anche se non sai contare. L’AD si pianta, intorno ad aprile, i pantaloni bianchi per tirarli via solo all’inaugurazione della stagione dei monsoni ad ottobre. Per essere pignoli, l’altissima, magrissima, raffinatissima AD ha sempre la piega perfetta, delle scarpe che valgono un semestre del tuo lavoro e gioielli d’un figo tale che se li guardi stai male e in pausa pranzo vai a farti esplodere dentro Accessorize, per rivendicare il naturale diritto femminile alla bigiotteria, a prescindere dalla casta sociale.

Insomma, a Milano c’è il sole e l’AD s’è piantata i pantaloni bianchi. L’AD, di tanto in tanto, mediamente una volta al mese viene da te e ti chiede un “favorino”. Chissà come, in ufficio, l’uso di diminutivi e vezzeggiativi risulta quanto mai inquietante.

“Outsider Comic – Storie di Ordinaria Precarietà”, la rubrica di Marlene Barrett sulla vita da precari. Le esperienze di chi, ogni giorno, affronta il labirinto della precarietà, armata di una penna e poco altro. Dagli stage ai contratti a tempo determinato, il lato oscuro del lavoro flessibile.
Diffidare sempre di “favorini”, “lavoretti” e “aiutini”, sebbene il peggio si verifichi solo quando il boss ti chiama “Marlenuccia” e, a quel punto, nulla la tiene più, è capace di tutto, dal mandarti alle Poste a pagarle una multa, a dirti di ascoltare una trasmissione radiofonica alle 11 del sabato mattina (e qui ci starebbe quell’emoticon di msn che si rotola dalle risate) fino a obbligarti ad avere un’espressione seria mentre ti dice che Maurizio Belpietro è il suo giornalista preferito.

Di solito, il “favorino” che ti chiede l’AD consiste nell’organizzarle il pensiero in power point, camuffando la più totale approssimazione in una strategia perfettamente pianificata e rendendo, infine, il tutto graficamente accattivante o, per dirla in comunichese, appealing. C’è questa diffusa percezione nella tua agenzia: a parte essere la più sciatta, sei anche quella che fa i ppt più fighi ed ogni volta l’AD, mentre tu sei lì, tutta buffa e paffuta (che la reiterazione di effe, non c’è nulla da fare, rende troppo l’idea) a mostrare la tua creazione in slide, ti guarda, dalla sua altitudine di centottantacinque centimetri rivestiti di tessuto color cachi firmato Ralph Lauren, annuendo esterrefatta e scrutandoti come se tu fossi l’ibrido umano-alieno attorno al quale sono ruotate 10 serie di X-files.

Il tuo boss una volta ti ha chiesto se avessi fatto un corso di power point. Tu le hai risposto ironicamente che effettivamente avevi fatto il master, spendendo 13.000 € della regione Puglia, appositamente per fare i ppt e solo ora, rimembrando, realizzi quale insolenza contenesse la tua risposta. Lei, ovviamente, non capì una fava, ma nemmeno una rava (a Milano dicono sempre “la rava e la fava” e che cazzo sia la rava, per te ed Enrico Ruggeri è ancora un mistero). Sta di fatto che su quell’ironia non colta, diventata menzogna, il boss s’è data pace. Non è colpa sua, è che al tuo boss l’ironia ce l’hanno strappata via alla nascita insieme col cordone ombelicale, snaturandole l’intelletto, con la stessa brutalità con la quale si potrebbe rubare a un bambino la sorpresa dell’Happy Meal.

T’ha risposto: “Ah bè, dicevo io”. Eccerto. Diceva lei.

Che è arrivata la primavera si capisce anche dal fatto che è già passata Pasqua. La Pasqua santissima di resurrezione. L’hai sognata e desiderata a lungo questa Pasqua, ma così a lungo che, in confronto, La Meglio Gioventù è uno spot pubblicitario di Marco Tullio Giordana.

I vertici dell’agenzia hanno avuto il buon senso di chiudere il venerdì santo, in maniera da concedere ai terroni di tornarsene alle case loro e ai vips di andarsene a Cannes – che il tuo boss dice “CanneSSS” e tu a CanneSSS ci sei stata ma t’è parso veramente un posto di merda o, per lo meno, totalmente inutile.

Giovedì esci un paio d’ore prima dall’ufficio, senza remore, la Madonna Addolorata è dalla tua parte e arma il braccio che trascina il trolley in giro per 2 linee di metropolitana, un autobus, un aereo e un’automobile. E’ stato scientificamente stimato che non è possibile utilizzare meno di 4 mezzi per passare da una vita all’altra. A questo giro, scendi in aereo. D’altra parte hai raddoppiato i tuoi introiti, da 300 a 600 € mensili, hai i tuoi consueti 187 minuti di ferie ogni 120 giorni e, di conseguenza, non hai grosse alternative.

Arrivi a casa alle 23, la tavola è imbandita di un tale bendiddio che diventi istantaneamente bulimica-a-metà, come direbbe Ciarli, ovvero una che s’ingozza e basta, senza vomitare. Solo che è talmente tanto cibo e tu sei talmente disabituata, che ti senti persino un filino salutista quando decidi che, dopo il polipo alla luciana e il gattò di patate, la parmiggiana te la risparmierai per il giorno dopo. A mezzanotte ti posizioni nella peugeot di mammà sulla rampa di decollo, pronta a farti inghiottire dalla movida tarantina. Ha, dunque, inizio il classico rendez vois sociale che intraprendi quando sei in patria, con l’obiettivo chirurgico di ripartire per Milano più stanca di quando sei arrivata.

Non è colpa tua. E’ che non ci si può sottrarre alla processione del giovedì notte a Taranto Vecchia e a quella del venerdì notte in centro, durante le quali credenti ferventi, spesso e volentieri malavitosi, si trascinano in giro per la città durante la notte, incappucciati e scalzi, portandosi in groppa, a seconda dei casi, qualche statua da 500 kg dopo aver sborsato migliaia di euro per prendere parte alla performance. Tu ci vai ogni anno. Non per religione, non si può dire che tu sia cattolica, né si può ipotizzare che lo saranno i tuoi figli, che a te sollazzare i prelati con la progenie non garba granché. Dopo l’ultimo anno di catechismo, in cui eri pure ripetente, hai capito che non faceva per te. Sollevando lo scandalo tra le tue amichette conformiste dell’epoca, ti rifiutasti di fare la cresima, che già quando avevi 12 anni a te la storia dell’iddio pareva una mezza sola.

Ciò non toglie che le processioni sono folklore, appartenenza, tradizione. E la Birra Raffo, e il dialetto, e le facce conosciute, i saluti, le quattro chiacchiere moltiplicate per il numero di persone che incontri, i volti di sempre, l’odore delle salsicce arrostite sulle lamiere d’amianto (tanto noi c’abbiamo il 90% della diossina d’Europa, che cazzo può farci l’amianto…) che si spande tra i vicoli e invade i panni stesi ad asciugare ai balconi. E’ tutto così maledettamente rassicurante che nessuna stanchezza avrebbe potuto essere più forte del desiderio di tuffarti nelle tue origini.

E sedersi in Piazza Fontana con Pepo, accanto a quelli che per i restanti 364 giorni all’anno definiresti affettuosamente “cozzari” o “zuinghi”, è un momento irrinunciabile. Chiacchierare con Gaia della vittoria di Vendola mentre le brillano gli occhi in un sorprendente Villanova con doppio dj set, non ha prezzo. Il tutto si è completato con pomeriggio al mare, serate con gli amici, famiglia e amore. Verrà facile comprendere che tornare alla schiavitù milanese fosse l’ultima delle desiderate.

Però, inevitabilmente, il piacere si scontra col dovere e, per tenerci a bada, ci insegnano fin da piccoli che vince sempre il dovere. Mah. Forse con il maggioritario plurinominale.

Sta di fatto che tu, il giorno di Pasquetta, assurda ricorrenza in cui tonnellate di italiani abbandonano le proprie case per trascorrere la giornata in macchina e fare un pic nic sulle strade statali, sei obbligata a ripartire. Ti svegli già con le palle girate, giusto il tempo di gustarti il lussorioso pranzo con i parenti e poi incombe malvagia su di te un’oscura consapevolezza “devi fare la valigia”. Un incubo. Eviti di ricomporre i tuoi colli fino agli ultimi 15 minuti utili, mentre passano a salutarti la Metà di Melinda, Pepo, Gaia e Rob, il suo uomo, che fa il parrucchiere ed è l’unico essere vivente libero di criticare impunemente la tua capigliatura. O scapigliatura, che dir si voglia.

Il classico pessimismo cosmico da ripartenza ti avvolge, la diaspora dei meridionali si concentra nella tua persona per qualche ora, saluti l’ultima volta i tuoi genitori mentre il metal detector ti inghiotte, lungo il percorso con conduce al gate 3. Sconsolata, attendi di partire con 1 ora e mezza di ritardo. E, nell’attesa, continui a canticchiare “Ciao amore ciao” di Tenco. E allora ricordi quanto ti sconvolgesti quando scopristi che Tenco era piemontese. Un po’ come il milanese Celentano. Ma può essere che questi qui si struggessero per le mirabolanti migrazioni dalla periferia al centro? Dalla campagna alla città? Maledetti settentrionali! Cosa dovremmo dire noi?

“…ma un giorno disse vado a Milano

e lo diceva mentre piangeva,

io gli domando ‘ma non sei contento?

vai finalmente a stare in padania,

questa città qua non offre niente,

potrai lavorare con i contributi

e magari andare ai concerti più ambiti…”

Pensi che dovresti riciclare questa riflessione nel tuo prossimo pezzo. Poi pensi ad Andrea, il tuo ex compagno di classe Ufficiale e Gentiluomo, di ceppo sinistroide si tramutò in un monarchico fondamentalista cattolico intorno al terzo superiore. Ma tu sei convinta, chissà perché, che ci sia del bene, sotto quello strato di disciplina ferrea e dogmi. Mentre tracannavate una Guinness, tu, e un Margarita, lui, al Gandalf, un locale tarantino che t’è rimasto nel cuore perché ogni mese mollava 20€ per la pubblicità sul tuo giornalino scolastico autogestito, Andrea ti ha detto, superando l’iniziale terrore, che a volte ciò che scrivi sembra un po’ banale, fine a se stesso e privo di speranza. Tu, che non hai più 15 anni e hai imparato ad ascoltare le critiche senza giurare vendetta al prossimo tuo, gli rispondi che non vedi grosse speranze, a meno che non ci si ingegni autonomamente. E che speranza non ne hai, oppure ne hai poca e non vuoi alimentarla, che sarebbe come illudersi, come prendersi per il culo e tu non sei il tipo…infatti, non sei nemmeno cattolica.

Ma la verità è che la precarietà, idealmente, è un’entità solitaria e intrattabile. La precarietà è idealmente eremita. Non sa e non vuole convivere con le sue simili. La precarietà è primadonna e c’è da esserci chiari. Una precarietà alla volta, non puoi avere il piede in due staffe. Se c’hai la precarietà professionale, non puoi avere pure quella geografica. Figurarsi sentimentale.

Se si incontrano troppe precarietà il sistema regge per poco. Poi collassa. Implode. O degenera.

Avrebbe un senso vivere a Milano e sprecare la vita in un ufficio, se guadagnassi 1.500€ al mese minimo. Avrebbe anche un senso (seppur discutibile) guadagnarne 600, se vivessi a casa.

E’ proprio la combinazione dei due fattori che risulta indagata per truffa aggravata.

A questo punto, di solito, i tuoi genitori ti dicono di essere paziente.

E pazienza sia.

Sacrificio e abnegazione.

E per chiudere con Celentano:

“Là dove c’era il mare, ora c’è un cartellone D&G, di ciclopiche dimensioni, che ritrae il pacco di Beckham”.

Questo è lo switch tra Taranto e Milano.

Pubblicato da

  1. Simona Scelfo ( 17 aprile 2010 alle 12:17)

    E di nuovo rido di gusto e mi rivedo in alcuni dettagli, in situazioni, nei pensieri.

    Fenomenale Marlene come sempre, questa volta con un taglio più intimista e biografico, tagliente e ironico ma con il sapore dolce di casa e della propria terra.
    E di nuovo mi trovo a dirti che non vedo l’ora di leggerti di nuovo.
    The best!

  2. ahahah sei troppo brava! come comunicarti tutto il mio sostegno per quella rincoglionita di capo che ti ritrovi?? cmq TIENI DURO Marlene, non cedere al fascino delle velleità autoritaristiche dei monarchici fondamentalisti cattolici!
    resistere, resistere, resistere!

  3. Marlene ben tornata…

    …come sempre sublime!!!

    …e qualche volta l’ho pensato anch’io di farmi esplodere per NON entrare da ACCESSORIZE !!!

    :-)

  4. Daniela Di Pancrazio ( 17 aprile 2010 alle 22:53)

    A quanto pare non sono stata l’unica a sollevare scandalo quando a 12 anni ho rifiutato di fare la cresima! :)
    Grande Marlene !

  5. Ottavia Massimo ( 18 aprile 2010 alle 11:05)

    Hihihi, non vedo l’ ora di leggerti quando ci racconterai di come alla vecha stangona si sono macchiati i pantaloni bianchi (magari durante una funzione in cui con aria mesta e passo ondulante, si avvia a ricever la sacra ostia!) Perchè succederà. Sento che stai ghignando a dovere. E sarà a dir poco esilarante.
    Forza Marleeen

  6. finalmente un resoconto sulle festività pasquali….:D
    ma la pioggia primaverile come li avrà ridotti sti pantaloni bianchi???

  7. Sei incredibile, Marlene! Il solo affrontare tutti i giorni un capo che crede che esistano master da 13mila euro in solo power-point è già sinomino di pazienza! Leggerti è sempre un appuntamento piacevole, e sottoscrivo quanto detto da Simona!
    A presto!

  8. @Simona: carissima! Grazie mille! Sei sempre troppo gentile con mia! Cercherò di non deludere le tue aspettative! ;) bacioni

    @gaia: resistiamo, Gaia, sempre, sempre, sempre! ;)

    @Mr. S: ahahaha ma perché? è così bello entrare da Accessorize! Specialmente, se si è uomini e si accompagna la propria donna!

    @Daniela: siamo in due! piccole, grandi pre-adolescenti laiche e sovversive!

    @Marco: la pioggia si scansa, non si permette di toccare i pantaloni bianchi ralph lauren! che domande! ben trovato caro!

    @Giuseppe: a presto anche a te Giuseppe, è un piacere per me “incontrarvi” in questo piccolo spazio! Ci sentiamo presto! Spero ;)

    MB

  9. Ciao, sono appena entrata in questa commmunity quindi non ho ancora postato nulla.
    Mi piace molto come scrivi, ma a piacermi ancora di più sono le emozioni che sei in grado di provare.
    Facoltà quella di emozionarsi sempre più in via di estinzione purtroppo.

    Non ti parlo di me perché avrai modo di conoscermi, ma ti parlo di un mio progetto.
    Si chiama Ply4*.
    Con un gruppo di amici, figli come me e te di questa precarietà e della assuefazione a viverla, ho fatto nascere un team di persone che lavorano cross su diversi progetti.
    Non siamo una società e al momento non abbiamo nessuna forma di profitto, se non quella personale di impiegare in maniera produttiva le nostre energie e capacità creative facendoci finalmente ascoltare (e pare che cominciamo a riuscirci visto che L’Espresso ci ha nonotato su Facebook e ha pubblicato una nostra idea! http://espresso.repubblica.it/multimedia/home/24311244 ) e non solo impartire ordini inutili e idioti che non prendono minimamente conto delle nostre reali capacità.
    E per questo ci chiamiamo Ply4*, perché la conditio sine qua non che ci accomuna è che dobbiamo lavorare divertendoci, perché il lavoro è innanzitutto la nostra passione, poi un diritto e un dovere verso noi stessi e verso gli altri.
    A parte il fatto che sei naturalmente invitata, come chiunque altro, a prendere parte a qualunque delle nostre idee, volevo proporti se ti andava di aiutarmi per una mostra che sto organizzando che si chiama “Gli Equilibristi – Istantanea di un’Italia precaria”, sarebbe interessante allargare il discorso anche a Milano, anziché solo a Roma, proprio perché sono due città che vivono due realtà di precariato a mio avviso molto diverse.
    E il tuo racconto ne è un chiaro esempio.
    Vai sul mio sito http://www.play4.org, leggi del progetto e se ti interessa contattami.
    Qui o dove preferisci.

    Per concludere.. non è pazienza quella che devi avere, ma saggezza.
    Saper aspettare non vuol dire saper essere pazienti, ma saper intuire il momento giusto per muoversi.
    E nel frattempo seminare, tanto per ingannare l’attesa.
    Nella mia vita mi ha sempre restituito tanto.

    Un abbraccio

  10. Ciao cara!!
    Piacere di conoscerti, innanzitutto, e scusa se ti rispondo solo ora ma sono discretamente stordita ultimamente e leggo solo ora il tuo commento.
    Che tu possa crederci o meno, sono settimane che vado dicendo che vorrei fare una campagna fotografica sulla precarietà e veicolarla ai media (dopotutto ufficialmente farei l’addetta stampa – e cerco altro lavoro, tra parentesi).
    A parte questo, ti ringrazio del commento e dell’offerta. Sicuramente può interessarmi collaborare con te, raccontare il progetto e condividerne altri.
    Parliamone. Assolutamente. La mia mail è marlenebarrett@rocketmail.com

    Scrivimi lì, magari poi ne discutiamo a voce. Sarebbe ovviamente meglio ciarlare davanti a uno spritz ma se sei a Roma, è al momento difficile.

    Attendo un tuo contatto privatamente!
    Grazie di aver pensato a me, a presto
    Marlene

    • Non ti preoccupare! Anche io sono piuttosto stordita utlimamente! :)
      Ti mando il mio cel su mail, che a voce parliamo sicuramente meglio.
      Sono davvero contenta che non solo la cosi ti interessi, ma fosse addirittura tra i tuoi obbiettivi personali! :)
      Viste le mie ultime vicissitudini con l’altra mostra, di cui ho appena raccontato su un’altro articolo, al momento ho veramente voglia di fare fare fare e dimostra che non serve il consenso mediatico per essere ascoltati.
      Basta essere tanti, intelligenti e incazzati.
      Come noi.

      ^^
      A presto

  11. Martina D Andrea ( 18 giugno 2010 alle 12:26)

    Quando scrivere non é fine a se stesso e neanche privo di speranza!!!

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