Pellicole da riscoprire: Cadaveri eccellenti, di Francesco Rosi.
dicembre 17, 2009 in Cinema da Giovanni Graziano Manca
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All’interno del variegato panorama cinematografico italiano Francesco Rosi occupa in assoluto uno dei posti di primissimo piano. Ciò si verifica perché Rosi, che è nato a Napoli nel 1922, oltre a essere ‘autore’ di una ventina di lungometraggi molto apprezzati per il loro elevato livello artistico e di impegno civile, è intellettuale coerente straordinariamente coraggioso, avuto riguardo ai contenuti politico-sociali particolarmente ‘ostici’ dei suoi film. Rosi dà inizio alla sua fortunata carriera di cineasta al principio degli anni Cinquanta ma il suo primo vero capolavoro lo firma nel 1962. Salvatore Giuliano viene da molti considerato come una delle ultime propaggini del cinema neorealistico, genere di cui in effetti mantiene alcune delle connotazioni essenziali. In realtà il lungometraggio inaugura quel filone cinematografico originale di cui Rosi è iniziatore ed esponente più significativo: il film-inchiesta. Di fatto, poi, Francesco Rosi nell’ambito della sua lunga carriera artistica gira molti altri grandi capolavori ascrivibili a quest’ultimo genere narrativo. Essi si caratterizzano per essere tanto crudi e inquietanti per soggetto, svolgimento scenografico e avvenimenti che vi si denunciano quanto purtroppo, sotto quest’ultimo profilo, realistici o almeno assai verosimili. Cadaveri eccellenti certamente è, sotto questo aspetto, uno dei film più riusciti del cineasta napoletano. Il film, la cui uscita nei cinema risale ai primi mesi del 1976 è tratto dal romanzo di Leonardo Sciascia Il contesto, del 1971. Non furono pochi i problemi che Rosi dovette affrontare per la trasposizione cinematografica del lavoro dello scrittore siciliano, ad iniziare dal fatto che Il contesto non è un libro che si riferisce a eventi specificamente individuabili ancorché basato su fenomeni che al momento in cui venne scritto erano di stretta attualità (la contrapposizione tra poteri dello Stato da un lato e la inquietante ‘connivenza’ tra gli stessi dall’altro, la potestà della criminalità mafiosa, gli scontri feroci tra fazioni politiche e la contestazione giovanile, la reale mancanza di coraggio dell’allora maggiore partito di opposizione; proprio con riferimento all’asserita mancanza di coraggio del PCI furiose polemiche vennero innescate dall’ultima battuta del film pronunciata da Florestano Vancini nei panni di un dirigente del partito: ‘la verità non è sempre rivoluzionaria’). Tuttavia l’operazione di adattamento cinematografico riuscì perfettamente, posto che anche a rivederlo oggi il film rivela di essere specchio piuttosto fedele di quei primi anni Settanta così tormentati dai conflitti tra forze ‘occulte’ e da quella strategia della tensione che qualche tempo dopo si sarebbe sanguinosamente sviluppata in tutta la sua drammaticità. E’ appena il caso di far notare, poi, che nel corso degli anni fino a oggi libro e film, quando dovessimo considerarli da un punto di vista diacronico, mostreranno di volta in volta di essere stati tristemente profetici. Impossibile parlare di quest’opera senza fare riferimento all’eccezionale cast impegnato nell’allestimento del film. Premettendo che lo stesso Rosi, Lino Jannuzzi e Tonino Guerra si occuparono della sceneggiatura, che Piero Piccioni scrisse le musiche della colonna sonora, che a Pasqualino De Santis (che figura tra i più valenti direttori della fotografia della storia del nostro cinema) e a Ruggero Mastroianni (fratello di Marcello) furono rispettivamente affidati la fotografia e il montaggio del film, va posto in rilievo che alle riprese parteciparono attori di primo piano come Lino Ventura, il bunueliano Fernando Rey, Alain Cuny (in seguito con Rosi anche in Cristo si è fermato a Eboli), Paolo Bonacelli, Tino Carraro, Renato Salvatori e, nella parte del dirigente politico il già citato cineasta Florestano Vancini (regista del film Il delitto Matteotti). Narrazione e ambientazioni riguardano un contesto geografico che non risulta specificatamente individuato, ma certo non è difficile intuire che gli avvenimenti descritti si svolgono tra la Sicilia e Roma. Sotto il profilo tecnico si può dire che il film, da alcuni assai riduttivamente considerato di genere giallo-poliziesco, adotta alcune interessanti soluzioni che tendono a raggiungere, anche attraverso l’utilizzo del bianco e nero e del seppiato, il risultato di un realismo scenografico di tipo documentaristico e, al fine di mettere in rilievo l’impotenza dei personaggi di fronte agli eventi e ai poteri che sono oggetto del film, alcune inquadrature che rimandano all’estetica dell’espressionismo tedesco.
Giovanni Graziano Manca
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Ciao GG! Un film eccezionale, quando l’Italia feceva mangiare la polvere alla cinematografia mondiale… ah, bei tempi!
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Proprio così, Alessandra, bei tempi, ma sempre più lontani…
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