Per modernizzare le relazioni industriali non bastano le leggi

di - 12 luglio 2010

Con l’emanazione del Codice della partecipazione si compie un ulteriore passo nell’opera di modernizzazione del nostro mercato del lavoro verso relazioni industriali più partecipative e meno conflittuali.

Si tratta di un passo importante, soprattutto di fronte alla crisi economica che minaccia il nostro sistema produttivo, sia sotto il profilo della sostanza che sotto quello del metodo.

Sotto il profilo sostanziale, perché, come emerge da molti dei provvedimenti comunitari indicati nel Codice, e soprattutto dai rapporti Pepper degli anni ’90, la diffusione della partecipazione è direttamente proporzionale al tasso di modernità dei diversi mercati del lavoro. Non a caso, è largamente diffusa in Francia, Regno Unito e Germania, che vantano una lunga tradizione di relazioni industriali partecipative, si sta diffondendo a ritmi elevati  in mercati del lavoro efficienti, come quelli del Belgio, della Finlandia, dell’ Austria e dei Paesi Bassi,  mentre è ancora scarsamente diffusa in Spagna, Portogallo, Grecia e negli altri paesi che sono recentemente entrati nell’Unione Europea.

Ma soprattutto perché, come emerge dai rapporti della Fondazione di Dublino, il tasso di diffusione della partecipazione finanziaria dei lavoratori è sicuro indice di buona occupazione.  Cresce tra le figure manageriali e, più in generale, tra i lavoratori di elevata scolarizzazione e tra quelli che hanno contratti di lavoro a tempo indeterminato, mentre è scarsamente diffusa tra i lavoratori manuali e tra i precari.

Ma c’è di più, perché guardando le stesse statistiche, ci si rende conto che la partecipazione finanziaria, come quella azionaria, è un anche un forte stimolo allo sviluppo qualitativo dei sistemi produttivi. E’, infatti, maggiormente diffusa tra le economie avanzate e comunque nei settori produttivi legati all’economia della conoscenza e in quelli del terziario avanzato nei quali si pratica l’intermediazione, immobiliare o mobiliare, ovvero nei settori sui quali il nostro paese dovrebbe scommettere per sottrarsi al dumping sociale dei paesi in via di sviluppo.

Si tratta di statistiche importanti che non dobbiamo sottovalutare perché dimostrano che la condivisione tra datore di lavoro e lavoratori dei risultati dell’azienda è un formidabile stimolo per migliorarne la produttività e non un escamotage per ridurre le retribuzioni.

Ed è proprio per questo che la scelta del Governo e delle Parti Sociali di sottoscrivere l’avviso comune che ha portato alla presentazione del  Codice della partecipazione  deve essere valutata con favore anche sotto il profilo del metodo.

Di fronte ai tanti disegni di legge che sono stati presentati nel corso delle ultime legislature, il Governo e le Parti Sociali, con l’emanazione del Codice, dimostra di aver preso piena consapevolezza del fatto che il nostro Paese ha anzitutto bisogno di semplificazione e sussidiarietà.

Per questo, per far decollare quella partecipazione di cui si parla da anni, ha fatto bene a procedere ad una razionalizzazione del complicato quadro normativo che si compone di leggi comunitarie e costituzionali, nazionali e internazionali e di altri provvedimenti amministrativi e contrattuali.

Ma soprattutto ha fatto bene a rinunciare ad emanare l’ennesima legge nella quale si dice a ciascuno come e cosa fare, ma che poi non viene rispettata, per seguire la diversa via della sussidiarietà e responsabilizzare gli attori sociali.

Ora tocca a loro. Speriamo che sfruttino questa opportunità, perché nel nostro Paese, se abbondano le leggi che non funzionano, mancano da anni quei contratti collettivi di secondo livello che dovrebbero modernizzare le relazioni industriali.

Come dimostra il successo di quelle esperienze europee nelle quali la diffusione di relazioni industriali più partecipative e meno conflittuali è riuscita a migliorare la produttività delle aziende come le retribuzioni dei lavoratori.

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