Petrolio ugandese ed ENI. L’affare chiave per il prossimo decennio. (parte seconda)

di - 11 marzo 2010


Petrolio ugandese ed ENI. L’affare chiave per il prossimo decennio.

(parte seconda)

L’ENI è ora quasi in grado di competere con i giganti del petrolio: BP, Total ed ExxonMobil grazie all’accordo con il governo ugandese ufficializzato nella prima settimana di febbraio per l’acquisto delle quote che l’Heritage possiede all’interno di una joint venture con la compagnia petrolifera irlandese Tullow Oil PLC riguardanti i pozzi petroliferi del  blocco 1 (Buffalo) e del blocco 3 (Giraffa).

Con questo accordo l’ENI si è assicurata il diritto di sfruttamento di importanti giacimenti petroliferi considerati come strategici nell’immediato futuro soprattutto in previsione della diminuzione delle capacità estrattive dei giacimenti della penisola arabica.

L’accordo con Heritage è il punto di partenza della più importante operazione subshariana che tende ad avere il monopolio della totalità dei giacimenti petroliferi ugandesi.

Molti osservatori internazionali si chiedono come sia stato possibile per il cane a sei zampe vincere la partita contro una multinazionale petrolifera che ha fino ad ora goduto dei favori del presidente Museveni.

Frattini visita la perla d’Africa.

Agli inizi di gennaio  il capo della Farnesina si è recato nella “perla d’Africa” [1] per incontrare l’establishment ugandese con l’obiettivo di rafforzare gli accordi bilaterali di cooperazione con l’Italia.

L’obiettivo principale del ministro degli Affari Esteri italiano era quello di aumentare le possibilità di vittoria finale dell’ENI nel processo di acquisizione di giacimenti petroliferi della Heritage.

Frattini ha illustrato al presidente Museveni, al ministro degli Esteri Sam Kutesa e al governo ugandese la convenienza di iniziare una collaborazione con l’ENI. A differenza di altre multinazionali petrolifere, l’ENI può offrire garanzie che possono aumentare la collaborazione tra il governo italiano e l’Uganda, quindi la trattativa sarebbe inserita in un contesto più amplio rispetto a quello che possono offrire multinazionali private del settore petrolifero.

Per incoraggiare la scelta del governo ugandese, Frattini ha proposto un’aumento della cooperazione umanitaria e militare tra i due paesi.

Per quanto riguarda la cooperazione militare si è ventilata la possibilità dell’addestramento dei militari ugandesi in forza alla AMISOM[2] da parte di reparti di carabinieri.

L’addestramento proposto, secondo la motivazione ufficiale della Farnesina, si inserirebbe nel quadro di rafforzamento dei rapporti bilateriali fra i due Stati per contrastare il terrorismo internazionale.

Per quanto riguarda la cooperazione umanitaria Frattini ha promesso di rilanciare l’impegno umanitario italiano deliberando per il biennio in corso un importante sostegno economico per interventi dono nel Paese.

Frattini ha inoltre ricordato che l’Italia è sempre stata sensibile e vicina all’Uganda. Tesmonianza di questa amicizia sono i 21 milioni di euro deliberati nel biennio 2008-2009 per la cooperazione e l’annullamento totale – datato 17 aprile 2002 – dei 116 milioni di dollari di debito vantato dal nostro paese nei confronti del governo di Kampala.

A seguito della visita di Frattini il presidente Museveni si è convinto a sciogliere ogni riserva confermando che “l’ENI ha un’offerta estremamente imporante. Porpone un investimento in Uganda che sfiora i 13 miliardi di dollari e che include la costruzione di una raffineria petrolifera e di una centrale elettrica.”

L’OK di Mzei M7[3] ha sciolto gli ultimi dubbi del governo ugandese convincendolo a  respingere  il diritto di prelazione della Tullow sulla vendita delle quote Heritage ed a dare il via libera sull’affare ENI.

Come fa notare Peace Reporter, aiutare l’Amisom nella lotta contro il terrorismo in Somalia, ed aumentare i fondi per la cooperazione umanitaria, sono azioni che conferiscono buon senso ai propositi della politica estera italiana.

Il problema è che queste azioni sono state inserite in una logica commerciale – tu mi concedi i diritti e io ti aiuto a contrastare il terrorismo e la povertà – che rischia di ridurre l’azione della diplomazia italina ad un “mercanteggiare degno dei migliori souk di Marrakech”. [4]

Di fronte a questi succolenti doni il presidente Museveni ha ignorato il documento riservato del Ministero dell’Interno[5] redatto in collaborazione con il Dow Jones Newswires, in cui si avvisava la Presidenza dei rischi per l’economia nazionale di un via libera all’ENI.

Secondo il dicastero l’ok all’operazione Heritage-ENI, consentirebbe al gruppo italiano di far partecipare la Libia nel controllo dell’industria petrolifera ugandese, con gravi inplicazioni per l’indipendenza economica e la sicurezza dell’Uganda.

Il socio libico.

Durante tutta la trattativa sia l’ENI che il governo italiano hanno tenuto nascosto un associato all’impresa: il presidente della Libia, il Colonnello Muammar Gadaffi.

I timori espressi dal Ministero dell’Interno ugandese sono stati confermati dal quotidiano ugandese Sunday Vision: “Il leader libico sta pianificando di comprare il 10% delle azioni dell’ENI che sta segnando un accordo con Heritage per imporanti giacimenti petroliferi in Uganda. L’acquisto del 10% delle azioni ENI permetterebbe alla Libia di controllare indirettamente le risorse petrolifere del nostro paese, nonostante tutti i tentativi fino ad ora fatti dal nostro governo per impedire una penetrazione economica libica in un settore di importanza strategica come il petrolio. L’ENI ha accuratamente evitato di informare il governo che la Libia possiede già il 2% delle sue azioni.[6]

L’ENI ha una speciale amicizia con la Libia. Durante le sanzioni internazionali tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90[7], l’ENI è stata la sola compagnia petrolifera a ricevere il permesso di rimanere in Libia mentre le compagnie americane e brittaniche sono state buttate fuori senza scrupoli da un giorno all’altro.

Durante le sanzioni internazionali l’ENI ha consolidato la sua presenza diventando la prima multinazionale straniera nel paese. Nel 2007 Piazzale Mattei firmò un accordo strategico con la Libia per ottenere una posizione dominante per la produzione di petrolio e gas. Questo accordo assicurò all’ENI una estrazione giornaliera di 280.000 barili di petrolio e gas naturale.

L’accordo prevedeva un investimento di 28 miliardi di dollari da parte dell’ENI e un diritto di sfruttamento petrolifero per 25 anni. Questo significa che l’ENI può continuare a estrarre petrolio in Libia fino al 2042 e il gas fino al 2047.

Grazie alle sanzioni economiche internazionali e ai buoni rapporti tra Roma e Tripoli, l’ENI si è creata una posizione di monopolio nel paese che è il secondo gigante petrolifero in Africa, dopo la Nigeria, e detiene la riserva petrolifera più grande fino ad ora conosciuta nel paese stimata a 5 miliardi di barili. La riserva petrolifera in Uganda non regge il confronto.[8]

L’Italia ha triplicato le importazioni di petrolio dalla Libia dopo la fine delle sanzioni nel 2003. Attualmente la Libia assicura il 30% del fabbisogno nazionale del nostro paese.

Nel giugno del 2009 Gadaffi ha visitato i vertici di Piazzale Mattei. Le discussioni si sono concentrate sulla creazione di una serie di joint ventures tra ENI e la Libya’s National Oil Coorporation per la fornitura di gas libico in europa e la possibilità di mettere le mani sul petrolio ugandese.

La Tamoil si è già assicurata il contratto di costruzione di un terminale di stoccaggio del greggio a Kampala e la realizzazione dell’oleodotto Kampala – Eldoret per un valore di 250 milioni di dollari.

Il terminale assicurerà la fornitura di greggio ad Uganda, Rwanda e Burundi, aumentando le potenzialità economiche di questi tre paesi legati politicamente e militarmente tra loro.

Il terminale aumenterà anche la capacità di autonomia energetica aumentando di conseguenza le capacità logistiche dei loro eserciti impegnati da ormai un ventennio nel controllo delle risorse naturali strategiche dei Grandi Laghi per conto dell’asse anglo-americano.

Nonostatne questi accordi con l’Uganda, la Tamoil è stata fino ad ora ostacolata nel suo piano di controllo delle risorse petrolifere del paese.

Il Presidente Museveni ha sempre considerato la Libia come un pericoloso nemico capace di destabilizzare la sicurezza interna.

Utile ricordare che il colonello Gadaffi è stato un amico intimo del dittatore paranoico e sanguinario Idi Amin Dada.

Nell’ultimo decennio Tripoli è sospettata dall’intelligence ugandese di sostenere gruppi estremisti all’interno della comunità musulmana ugandese. I continui sforzi del governo rivolti all’integrazione sociale economica e politica della comunità islamica in Uganda hanno fino ad ora impedito a questi gruppi estremisti di poter contare sull’appoggio popolare per innescare una serie di attentati contro il paese impegnato a sostenere un governo impopolare e laico in Somalia.

E per finire Gadaffi negli ultimi due anni ha stretto legami d’amicizia con il re della tribù Bunyoro[9], finanziando una stazione radio per la comunità Bunyoro e la costruzione di una scuola e di un ospedale nella cittadina di Hoima.

Questa amicizia con il re dei Bunyoro è vista dal governo ugandese come un tentativo di destabilizzare la sicurezza interna, a causa delle mire indipendentistiche della etnia.[10]


Gaddafi – Berlusconi Connection.

Vi ricordate dello storico accordo firmato tra l’Italia e la Libia nel 2008 per riparare ai criminini contro l’umanità commessi dal fascismo durante l’occupazione coloniale in Libia?

L’Italia è stata il primo paese europeo ad ammettere i crimini del colonialismo ed a proporre una riparazione ai torti subiti tramite un’indennizzo finanziario di 5 miliardi di dollari.

Questo esempio di civiltà fu deciso durante un governo di destra guidato da Berlusconi.

Ma dietro la propaganda ufficiale di RAI e MEDIASET, il Cavaliere aveva una visione diversa di questo accordo. Durante la cerimonia della firma del trattato ha più volte ripetuto lo slogan: “Meno immigrati e più petrolio”.

“Più petrolio” è certamente un riferimento alle joint ventures dell’ENI in Libia e all’interesse di Gadaffi ad investire nella compagnia petrolifera italiana.

Nel maggio 2009 per la prima volta Gadaffi ha posto il suo accordo per contribuire alla lotta contro gli immigrati clandestini africani che partono dalle coste libiche per raggiungere l’Italia e l’Europa, rispettando così gli accordi fatti con Roma. Subito dopo ha dato avvio alle trattative per aumentare la sua quota azionaria nell’ENI dal 2 al 10%.

Ma gli interessi tra i due leaders non si limitano al petrolio. “I due leaders hanno dei legami che vanno oltre agli interessi petroliferi e politici dei due paesi. Le loro rispettive famiglie hanno creato una complessa rete di interessi commerciali, secondo John Hooper del quotidiano inglese THE UK GUARDIAN.” Riporta il quotidiano ugandese Sunday Vision.[11]

Grattando sotto la superficie delle buone relazioni bilaterali si scopre che Gadaffi e Berlusconi sono discretamente soci nella compagnia cinematografica libica “Quinta Communications” che, assieme a Mediaset, controlla il canale sattellitare per il Nordafrica: Nessma TV, rivolto al pubblico libico.

Mediaset, partecipando a Nessma TV, finanzia indirettamente la TV Radio di Stato libica, principale cassa de risonanza per la propaganda del regime. Come fa osservare Hooper nel The UK Guardian: “Sarebbe interessante vedere se i giornalisti libici finanziati da Mediaset sono liberi di criticare il regime di Gadaffi.

Le ambizioni di Gadaffi.

Grazie al cavallo di troia ENI Gadaffi potrà espandere il  controllo delle risorse naturali in paesi africani a lui ostili come l’Uganda.

Il controllo delle risorse naturali del continente fa parte di un obiettivo più ampio del Colonnello: quella di diventare il primo presidente degli Stati Uniti d’Africa.

Dopo il fallito tenativo del summit dell’Unione Africana tenutosi nel 2007 ad Accra, in Ghana, Gadaffi ha constatato la chiara opposizione della maggioranza dei capi di Stato africani per la realizzazione degli Stati Uniti d’Africa sotto la guida della Libia. Durante il summit ad Accra Museveni fu uno dei più accaniti oppositori delle manovre libiche.

La leadership africana è più orientata nella creazione di blocchi economici e politici sul modello Europeo come la East Africa Community (Uganda, Burundi, Rwanda, Kenya e Tanzania).

Dopo il summit di Accra, la Libia ha cambiato strategia abbandonando il tentativo di convincere i leaders africani. La nuova strategia si basa sull’aumento del controllo economico dei vari Stati africani e sull’appoggio dei vari capi tradizionali e re africani, raffigurati come i dententori dell’autenticità culturale africana ma che in realtà rappresentano le forze più oscurantiste ed arcaiche della società africana.

Settencento leaders tribali si sono riuniti nel settembre 2009 a Tripoli in occasione del primo Forum dei Re, Sultani, Principi, Seicchi e Capi dell’Africa. Il forum ha visto una grande cerimonia di incontro tra il “Re dei Re”, Gaddafi, e i leaders tradizionali africani.

Nel dicembre 2009 20 capi tradizionali congolesi e ugandesi della regione del lago Alberto, ricca di petrolio, si sono recati in Libia. Secondo le fonti dell’intelligence americana, Gadaffi sta creando una rete di amicizie e legami economici con la tribù ugandese Bunyoro e le tribù congolesi che vivono nella regione dell’Ituri: Hema e Ngiti.

Coincidenza vuole che l’etnia ugandese Bunyoro sta indirizzandosi verso rivendicazioni indipendentistiche e che le tribù Hema e Ngiti sono la principale fonte di destabilizzazione della regione Ituri all’Est della Repubblica Democratica del Congo.
Il cavallo di Troia.

Nonostane l’opera dipomatica di Frattini e le garanzie dello Stato italiano, l’ENI non possiede la liquidità necessaria per far fede agli impegni presi con il governo ugandese.

L’acquisizione dell’intera quota del 50% detenuta da Heritage dei due giacimenti petroliferi del bacino del lago Alberto, rappresentano uno sforzo finanziario di 1,35 miliardi di dollari, più un conguaglio di 150 milioni di dollari da corrispondere nell’avverarsi di condizioni future di produzione di equity superiore ai 50 mila barili al giorno.

L’ENI sta vivendo un periodo particolarmente delicato.

Piazzale Mattei sta per perdere la leadership operativa in Kazakhstan.

I suoi giacimenti petroliferi in Nigeria rappresentano ormai costi proibitivi di sicurezza che li rendono non orientabili economicamente a causa della sempre più potente guerriglia della zona del Delta che sta costringendo molte multinazionali a sospendere le attività estrattive.

La recente crescita della produzione e delle riserve di petrolio e gas è avvenuta attraverso acquisizioni (come nel caso dell’Uganda) e non per trivellazioni[12]. Le acquisizioni rappresentano un costo significativamente maggiore rispetto alle trivellazioni.

Inoltre l’ENI è sotto inchiesta da parte di Bruxelles, con l’accusa di abuso di monopolio nella distribuzione di gas in Italia. L’esito negativo di questa inchiesta potrebbe costringere la compagnia a vendere tre dei suoi gasdotti e a pagare una multa di centinaia di milioni di euro.

In questo periodo l’ENI è una delle compagnie petrolifere internazionali europee con meno cash.

La riuscita operazione finanziaria in Uganda è inserita in un contesto strategico di controllo delle risorse prime, indirizzo economico dominante all’interno dell’ENI.

Uscita vittoriosa dal contenzioso con la Tullow ora l’ENI deve rafforzare economicamente la sua capacità estrattiva in Uganda e contemporaneamente concentrarsi sul governo iracheno affinchè conceda l’accordo sui diritti di sfruttamento del gigantesco giacimento di Zubair. Le trattative sono attualmente in corso. Il costo stimato per Zubair, in cui l’Eni ha il 40%, è di 20 miliardi di dollari.

Uganda ed Iraq rappresentano per l’ENI una sorta gioco d’azzardo finanziario. In una febbrile partita a poker con i grandi magnati petroliferi, il “nostro campione nazionale dell’energia” come ama chiamarlo Berlusconi, o riesce a mettere sul tavolo il poker d’assi dei giacimenti ugandesi e iracheni o perde l’intera partita.
Viste le sfide, l’AD dell’ENI, Paolo Scaroni, (riporta il Sole 24Ore, dicembre 2009) “è consapevole della necessità per la compagnia di affermarsi nel campo dell’esplorazione e della produzione, l’area operativa chiave che definisce il successo di una compagnia petrolifera”.

Quello che il Consiglio d’Amministrazione ENI cerca di nascondere è che per far fronte finanziariamente agli impegni presi con il governo ugandese e poter concludere l’accordo in Iraq, è costretto a fare un patto con il diavolo.

Speriamo che l’ENI sia altrettando consapevole dell’imprevidibilità di Gadaffi e dei rischi di aumentare la destabilizzazione della regione dei Grandi Laghi che potrebbe portare a nuovi conflitti e crisi umanitaire.

Fulvio B.

Kampala

28 Febbraio 2009

fulviobeltrami@gmail.com


[1] L’Uganda era definita la perla d’Africa durante il periodo coloniale inglese.

[2] Contingente militare dell’Unione Africana in Somalia impegnato a difendere il governo somalo non riconosciuto dalla popolazione, contro l’opposizione armata di tendenza islamico-radicale.

[3] Il soprannome affettuoso dato a Museveni dagli ugandesi: “Mzei dal swaili”, vecchio, e “M7″ anagramma inglese del suo nome: MuSEVENi.

[4] Come afferma Antonio Marafioti in un articolo pubblicato sul sito web di Peace Reporter il 19/01/2010: “L’Eni sbarca in Uganda”.

[5] Uganda Security Warns Government On Eni-Heritage Oil Deal. Internal Affair Ministry. December 2009

(Rapporto di avvertimento al governo da parte della sicurezza ugandese sull’affare ENI – Heritage. Ministero degli Affari Interni. Dicembre 2009)

[6] Articolo “Is Gadaffi after Uganda’s oil? – C’è Gadaffi dietro il petrolio ugandese? – pubblicato sul Sunday Vision il 19 dicembre 2009. www.sundayvision.co.ug

[7] Gli Stati Uniti imposero delle sanzioni economiche internazionali alla Libia dopo l’attentato terroristico ad una discoteca di Berlino Ovest frequentata da personale militare americano nel 1986. Delle sanzioni ONU seguirono quelle americane nel 1992 quando la Libia fu incriminata per l’attentato che disintegrò un aereo americano di linea sui celi di Lockerbie in Scozia.

[8] L’immenso giacimento ugandese (considerato uno tra i più imporanti giacimenti scoperti in Africa negli anni 2000) ha una riserva di petrolio stimata a 2 miliardi di barili.

[9] I Bunyoro sono una tribù minoritaria dell’Uganda che vive nei territori dove sono presenti i più importanti giacimenti petroliferi ugandesi. Il Re dei Bunyoro rivendica il diritto alla partecipazione degli utili sull’estrazione del greggio presente sul suo territorio. Il governo ugandese ha sempre rifiutato queste richieste ricordando al re che a partire dall’indipendenza i vari reami sono stati aboliti e che le ricchezze del paese devono essere distribuite all’intera popolazione e non su base etnico-territoriale.

[10] Nel dicembre 2009 l’esercito ugandese ha dovuto intervenire per neutralizzare un tentativo di insurrezione armata ideato dal re della etnia maggioritaria Buganda con l’obiettivo di creare un reame Buganda autonomo nel cuore del paese. Per quattro giorni Kampala è stata il teatro di violenti scontri tra miliziani Buganda e l’esercito. Il tentativo insurrezionale dei Buganda, seppur fallito, rappresenta un pericoloso esempio. I servizi segreti ugandesi pensano che il re dei Bunyoro sia tentato di emulare le gesta del suo omologo Buganda.

[11] Riferimento all’articolo “Is Gadaffi after Uganda’s oil? – C’è Gadaffi dietro il petrolio ugandese? – pubblicato sul Sunday Vision il 19 dicembre 2009. www.sundayvision.co.ug

[12] Diritto di acquisizione : transazione finanziaria internazionale dei diritti di sfruttamento petrolifero tra due multinazionali petrolifere con accordo preventivo del governo ospite. Diritti di trivellazione: diritto di sfruttamento di nuovi giacimenti petroliferi scoperti dalla compagnia petrolifera nel paese. Il diritto di sfruttamento è richiesto direttamente al governo ospite tramite accordo quadro che normalmente include una percentuale azionaria statale e i diritti di royalties.

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  1. Marco Notari ( 11 marzo 2010 alle 18:17)

    bellissima “finestra” !!!!

    cavolo però..lo spettro Muammar Gadaffi ormai ci perseguita: possibile che, come all’interno, anche all’estero le alleanze governative solo con i delinquenti?

  2. Fulvio Beltrami,

    grazie, grazie, grazie.

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