Racconto – 540 attimi per Flore (parte seconda)

di - 14 aprile 2010

**parte seconda**

Assomiglia molto alla ragazza che ho di fronte. Occhi verdi. Neo sotto l’occhio destro. Sguardo sbarazzino e spensierato. Sorriso sincero e solare. Ma non ha i capelli mossi e castani, come lei. I suoi sono di un biondo lucente e abbagliante.

Tipico delle donne germaniche. Tipico delle donne di Dresda.

Sono Derek, comproprietario della storica latteria Pfund. Ed è lì che ho conosciuto Hannah. E’ come una figlia. E sono qui, perché sono certo che andrà tutto bene. Deve essere così. Hannah deve riaprire gli occhi, e quando lo farà io ci sarò. Lì, con un regalo pronto da scartare. Il primo regalo che riceverà nella sua nuova vita, sarà quello di un sessantenne, che soltanto ora ha capito il senso. Di cosa? Della sua di vita!

Non mi sono mai sposato. Non ho figli. Ho passato la mia vita tra conti, fatture, bilanci, consuntivi. Le donne le ho sempre allontanate, perché convinto che il loro fosse solo un sentimento dipeso dall’ interesse. Interesse economico, si intende.

Non sono mai stato aitante tanto meno rinomato per vena ironica o artistica. Non ho mai avuto sicurezza in me e fiducia negli altri. Un carattere burbero, permaloso e misantropo. Mi irrito per un nulla. Sempre sulla difensiva, con la paura che qualcuno voglia o possa fregarmi! Per cosa o di cosa? Non lo so! Sono cresciuto così, e di certo non si può cambiare a questa veneranda età.

Non credo in nulla. Né ai buoni sentimenti, né ai miracoli. Ateo dal profondo. O meglio.

Ateo fino a due settimane fa.

Stranamente ci sono dei momenti nella vita… dei momenti dove hai bisogno di aggrapparti a qualcosa. Di sperare in Qualcuno, qualcosa che sia al di sopra … che trascenda… che possa, appunto, scrutare tutto dall’ Alto e non abbandonarti. E non sto parlando per me. No! Io se ho iniziato a pregare e a sperare, è per Hannah. Lei non ha mai avuto nessuno. Tutti l’ adorano per quella solarità e semplicità, che la rendono un essere unico e raro. Per la sua spontaneità. Ma nessuno sa, chi è realmente Hannah. Cosa l’ ha resa così indistruttibile, e le ha cucito quel sorriso sulle labbra. Nessuno ha mai scavato in fondo quegli occhioni,  che hanno versato lacrime di dolore, in questi suoi dignitosi ventisei anni.

Hannah è orfana. E da quando ha dieci anni lavora. Le sue mani non sono profumate, curate o femminili. Tagli, cicatrici, calli. Si è reinventata in tutti questi anni. Cameriera, sarta, macellaia, portantina, lavandaia, operaia, donna delle pulizie, spazzacamino… tutto. Non ha vestiti firmati. Ne altro. Tutti i suoi guadagni per studiare: violino. L’ unico strumento regalatole dalle suore orsoline, prima di lasciare l’orfanotrofio. Perché anche lì, si era subito fatta amare.

Due anni fa, la conobbi. Fui io ad assumerla. Non avevamo bisogno di personale. Ma era da poco arrivata a Dresda. E in città, tutti le avevano suggerito di presentarsi da noi per un lavoro, e pregare. Ovviamente, a mio fratello. Il buono della famiglia.

Ma quel giorno, il destino volle che ci fossi io. E fu un bene. Fu un bell’ incontro!

Iniziò ad implorarmi. Non alzai neanche lo sguardo. Era una delle tante figlie di papà, che in età adolescenziale, decidono di fare l’ esperienza lavorativa di tre settimane, per poi licenziarsi. Era questo il Derek pensiero!

Poi mi piombò davanti, e con fare arrogante, mi spiegò che quando si intavola una qualsiasi conversazione, galateo richiede di guardare negli occhi. Fu in quell’ attimo, che scrollandole la mano dal mio viso arrossato per l’ imbarazzo, le osservai i vestiti. No, non aveva nulla di ragazzina viziata. Anzi, era decisamente denutrita. Un corpo esile. Che a stento sosteneva la custodia corvina del violino, sulle spalle. Ma nonostante il mio sguardo altezzoso, in quell’ attimo, mi sorrise. E mi sciolsi completamente, come neve al sole! Da quel momento, ci fu il mio ritorno alla vita. Hannah mi mise gli occhiali, prima rovesciati, donandomi un nuovo mondo da guardare, e amare soprattutto. Iniziò una lunga e sincera amicizia. Ero un po’ tutto per lei. Un genitore, un nonno e un amico. E per me era una vera maestra di vita.

Iniziai a pagare di nascosto i suoi studi musicali. Sapere ciò, l’ avrebbe ferita nell’ orgoglio! Lo stesso che le portava a rifiutare ogni mia proposta di denaro, per farle comprare vestiti o tutte quelle cose, tanto ricercate dalle sue coetanee. Ma era sempre un categorico no!

Ma perché questo ritardo?

Lukas, un amico di infanzia (commerciante, rinomato per i suoi loschi affari siculi –germani) mi fece entrare in contatto con questa Lupin féminin: Lou. Un nome d’ arte, ovviamente. Una donna che ruba ai ricchi, per dare a … sé! Ma fece tutto Lukas. Stupito che per la prima volta, in ben sessanta anni di conoscenza, mi preoccupavo per qualcuno. E’ umiliante dirlo e confessarlo. Ma è la realtà.

Lou alle 19:00, a Cafè de Flore, mi avrebbe consegnato il regalo più bello che Hannah potesse ricevere. Una romanza. Lou mi aveva procurato una romanza ungherese senza parole, dell’ ottocento. Lukas mi spiegò che rientrava nella collezione privata di un cardinale francese, appassionato di musica. Ma non volle dirmi altro. E a me bastava.

Quello che voglio, adesso, è solo che questa donna arrivi con quel tubo, contenitore di una dolce melodia. E che arrivi subito. Perché io possa correre all’ospedale Hotel Dieu. Alla stanza 9 del primo piano, terzo letto. E sedere, con le mani in preghiera. E aspettare. Aspettare che Hannah riapra gli occhi, dopo l’ intervento a cuore aperto.  Perché io sarò lì, al suo fianco. Perché Hannah… ne sono certo, lei ce la farà. E suonerà per sempre delle note orfiche. E le sembrerà solo di aver fatto un lungo sonno. Ne sono certo, perché deve essere così. Perché Dio, se esiste, non può togliermela propria ora. Ora che ho iniziato ad amare. Così incondizionatamente, come solo verso una figlia si può fare e provare. Ora che ci ha fatto incontrare, non può dividerci. Voglio solo correre da lei. E aspettare in silenzio che passi la notte.

Perché deve solo passare la nottata!

La ragazza con gli occhi di Hannah, culla teneramente un bambino. E’ una giovane madre. Sta cantando una ninna nanna. Dalle parole, sembrerebbe italiana. Fissa la parete con il grande orologio. Di legno. Due lancette nere. Sono le 19:09.

Un tubo, grigio e rigido, viene poggiato con grazia sul tavolo. Con la mano sinistra tocco la tasca del pantalone.

- Derek,  je suis Lou!

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