Racconto – Fade to Black: un 14 febbraio in nero

di - 9 aprile 2010

Capitolo 1: Sera umida e piovigginosa.

Porca puttana, che freddo. Quanti gradi saranno? Immagino che non siano pochissimi. Piuttosto è molto umido… e quanto mi dà fastidio. Penetra attraverso i vestiti, lasciando la sua patina odiosa, e arriva fino dentro le ossa: sembro un burattino quando cammino. Non è molto tardi, ma qui in periferia sembra che sia mezzanotte. Negozi tutti chiusi da ormai già molto tempo. In questo momento mi è appena passata a fianco una macchina, e chissà quando ne passerà un’altra. Mi sento stanco; qui appoggiato a questa vecchia berlina, da almeno venticinque minuti, che, nonostante indossi una spessa giacca, mi trasmette il suo freddo metallico. E sempre lì va a parare: fino dentro le ossa. Va bene, prendo una sigaretta. Marlboro rossa. Ne sento bisogno: questa desolazione mi fa venir voglia di aspirare un po’ di fumo. So che fa male. La cosa strana delle sigarette è che sembra fumare dell’ovatta; il filtro è troppo pieno. Quando ormai uno c’ha preso l’abitudine o meglio, il vizio, non si accorge proprio più dell’intensità del tabacco, anche nel caso di una sigaretta forte come la Rossa. Ecco perché uno spinello dà molta più soddisfazione ad un fumatore. Al diavolo… ‘sta cenere di merda mi stava bruciando la giacca. Questo silenzio mi incute soggezione, non ci sono abituato perché è in contrasto con la mia mente. Eccolo, il tintinnio. Lo sapevo, sta piovendo! Certo però, che parola grossa: piovere! In realtà sta solo piovigginando. Forse dovrei entrare in sintonia con il contesto. Mettere un po’ d’ordine in quella testa, e magari un po’ di silenzio per isolarmi un attimo dalla realtà. Forse così riuscirei a stare meglio. Va bene, ci provo. Sento qualcosa: il silenzio non c’è più. Passi di cane. C’è un vecchietto che lo porta a spasso. Qualche macchina in lontananza. Il tintinnio delle gocce di pioggia. Tutto molto soft, tranquillo, in fondo non c’è motivo di essere tesi. E’ molto più rassicurante del caos che avevo prima in testa. La sigaretta mi è caduta! Pazienza… solo cenere che si spegne. Quei rumori si sono interrotti. Ora mi sembra realmente silenzio. E’ un’ impressione? No, davvero! E’ come se fossi nello spazio siderale. Non c’è più niente e nessuno, soltanto oggetti inanimati. Che bella sensazione. Ormai i miei pensieri sono andati via già da un po’, e anche la Marlboro Rossa. Silenzio. Desolazione. Ma cosa sto aspettando? Non importa… il silenzio si sta interrompendo. E’ un piagnucolio lieve, e quasi soffocato. Mi incuriosisce, voglio vedere di cosa si tratta. I miei passi sono gli unici altri suoni che accompagnano ritmicamente il piagnucolio, che intanto è sempre più vicino. Eccola lì: una macchia nera nel grigio dell’asfalto, bagnata dalla pioggia. Una figura esile con la testa fra le gambe, e poi tutto nero. Nero, soltanto nero. Cosa avrà tanto da piangere? Sembra che stia bene: ha un cappotto, un jeans e delle scarpe da ginnastica tutto in nero; non si tratta di povera gente. Ho appurato che è una ragazza; lo si capisce dall’intonazione del pianto e dalle gambe esili. Non riesco ancora a vedere la faccia perché è tutta raggomitolata e la sua massa di capelli neri copre il resto del viso. Ormai le sono a fianco, e posso constatare che è totalmente bagnata. Mi suscita compassione. Finalmente si è accorta di me ed ha alzato lo sguardo, così l’ho potuta guardare in faccia: il trucco, tutto sciolto attorno agli occhi, contrasta  il chiarore della sua pelle, e i suoi occhi… i suoi occhi ancora più neri, due perfette gocce nere e profonde, non li dimenticherò mai. Forse ha paura di me, ma non lo lascia a vedere. La sua disperazione è troppo grande.

- Che succede? Stai bene?

- Niente… va tutto bene.

- Perché piangi?

- Non si preoccupi davvero… grazie.

- Beh… piacere sono Matteo.

Mi ha guardato in maniera strana.

- Valentina.

- Auguri allora.

- Grazie.

Ha riabbassato la testa, dietro le ginocchia. I suoi occhi esprimono tante emozioni insieme. Ma la cosa più bella è senz’altro la loro scurezza, che mi ricorda l’intensità degli occhi di un cervo. Il freddo mi sta avvolgendo per l’ennesima volta. Devo fare qualcosa per lei, ma cosa? Nulla, a quanto pare. Piange ancora… forse è meglio lasciarla sola. So che è in errore, ma ho freddo… il piagnucolio si allontana sempre di più. Qui, per queste strade deserte e silenziose. Il caos è andato.

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  1. Simona Scelfo ( 12 aprile 2010 alle 12:42)

    Curioso inizio per un racconto, quale che sia il genere, e comunque mi hai fatto venire freddo a leggerlo e ho sentito il ticchettio della pioggia.

    Complimenti Ivan e benvenuto su Dillinger.it!

  2. Ivan Laghezza ( 12 aprile 2010 alle 19:18)

    Grazie Simona, mi fa piacere che almeno qualcuno l’abbia letto! :)

  3. Simona Scelfo ( 12 aprile 2010 alle 19:59)

    Non ringraziarmi Ivan, e poi il fatto che non ci siano commenti non vuol dire che qualcunon non lo abbia letto ;)

    In attesa delle prossime puntate!

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