Racconto – Fade To Black: Un 14 febbraio in nero V

di - 24 aprile 2010

Capitolo 5: L’amore

Di nuovo per strada, e mi sembra che questa notte non finisca mai. Questa è la mia notte eterna, l’unico momento in cui si può cercare se stessi, unico come me. Non esiste altra persona come me. Il marciapiede è ancora bagnato, ed è anche abbastanza sporco: mozziconi, cartacce, pacchetti di sigarette. Appena voltato l’angolo, dopo qualche passo, mi trovo davanti un cane, un bastardo, seduto in guardia con lo sguardo fisso su di me. Un passo mi distanzia da lui, eppure non sono tranquillo. Qualche latrato lontano lo desta dai miei occhi, e dopo aver risposto con un verso alquanto strano, il cane si incammina, mostrando ciò che era riuscito a nascondere bene fino a quel momento. Gli manca una zampa. Povero bastardo. La sua maschera da cane randagio, sovrano della strada è caduta. E’ come un vecchio dittatore, che ormai al tramonto svela il suo corpo malandato.

Ma che tramonto, è notte fonda qui… anzi è quasi l’alba: sono appena le 03:00, ed essendo inverno si inizia a sentire che la notte sta per abbandonarmi, e la cosa mi inquieta terribilmente. Ho paura che questa notte vada via, mi sento ormai sua parte.

- Mi hai fatto macchiare le mani di sangue e devi stare con me, capisci?

Cosa diavolo sto facendo? Non sono pazzo, è l’unica che può capirmi. La mia vecchia vita non esiste più. Non ha più senso: Un giornalista in carriera, innamorato di una donna che lo corrisponde perfettamente, uno stipendio che gli rende quello che più gli fa piacere, genitori vivi entrambi e che apprezzano la sua vocazione, la passione per il canto e per il teatro, il progetto di una famiglia e un impegno per un miglioramento nella società. Questa era la mia vita?  Non mi appartiene più. Cercavo di scrollarmela di dosso ormai da tempo, ma prima di questa notte non ci ero mai riuscito. Non ho mai avuto il coraggio di farlo. Perché alla fine questi erano i miei sogni, tutti gli obiettivi che mi ero prefissato da giovane. Quando ho toccato i miei sogni, ho avvertito quella sensazione di insoddisfazione, e solo dopo un po’ sono riuscito a capire … a capire quanto erano deludenti le situazioni che avevo sempre sognato. Stanotte ho provato ad eliminarle tutte, e ci sono quasi riuscito. Finalmente arriverò a svuotarla del tutto, la mia vita, magari provando altre emozioni. Eppure sono certo che anche provandone altre, non mi soddisferanno; lo stesso dannato omicidio ha risvegliato una parte che doveva ancora uscire, sebbene non mi abbia appagato per niente. La vita è come un vortice di emozioni di intensità non degna di nota. Ho provato il brivido dell’errore e dell’orrore, ho provato l’istinto del male; sono state sensazioni forti più del raggiungimento dei miei sogni, ma non mi hanno fatto star bene. Eccomi, sono arrivato al portone. Sono le 03:27. Infilo la chiave nella serratura del portone ed entro nell’umido atrio, illuminato da tristi neon difettosi che lampeggiano. L’assoluto silenzio è interrotto  da un lieve rumore che penso provenga dal generatore dell’ascensore. Se nel mentre mi trovassi al suo interno, cadesse? Mi spaccherei l’osso del collo . In fine non cambierebbe molto. Nell’ascensore c’è uno specchio in cui si riflette la mia sporca immagine. Potente immagine della vita. Un pugno mi parte istintivo diretto su di essa. Lo specchio si infrange, e del sangue scorre celere lungo le crepe.

Quarto piano. Altra chiave infilata e girata più lentamente. Mi accoglie la soffusa luce della lampada dell’ingresso, e ritrovo un’altra mia immagine riflessa. Il dannato specchio che non ho mai voluto lì nell’ingresso. Ho totalmente perso il controllo del mio corpo: un sospiro spontaneo, e gli occhi serrati automaticamente. In cucina mi accoglie il  fastidioso rumore del frigorifero. Lo apro, e senza preoccuparmi molto di scegliere prendo una birra. Sedendomi la stappo causando il leggero sfiato di gas, quindi mando giù lentamente qualche sorso. Saranno quasi le 04:00, e mi trovo in questa inutile cucina dove io e Lei ci cibiamo per continuare a sopravvivere. Lei, la mia amata. Mi tolgo le scarpe, e cammino lentamente fino alla stanza da letto dove la scorgo un po’ scoperta tra le lenzuola. E’ chiara quanto le lenzuola. E’ la delicatezza della sua pelle che prende completamente il mio sguardo e non tanto il mio tatto, che rovinerebbe tutto. L’espressione innocente del suo viso, è manifestata  violentemente dalla leggerezza delle sue labbra. I capelli son liberi e mossi nella loro definita scurezza, non una massa come quelli della Puttana del bagno. Il suo è un respiro sereno, lieto di chi non teme la vita perché in realtà non la conosce a fondo. Una lacrima sfugge al mio controllo: è l’emozione per questa bellezza. Io la amo… Eppure ti ho tradita, ho tradito la tua bellezza perché il nostro amore è perito con gli anni, diventando freddo e vuoto. Come lo è tutta la mia vita. Per questo voglio cristallizzare la tua bellezza e tenerla in vita il più a lungo possibile … ma è naturale che il tuo cadavere si decomponga prima o poi. Eh sì, è la natura.

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