Racconto – Un autunno con il mio amico Alberto (2)

di - 11 dicembre 2009

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2.

Che cosa disegni?

Animali da caccia.

E ci vedi con questa luce?

Chiaro.

Ma non vedresti meglio di giorno?

Di giorno non ci sono animali in giro.

Io sapevo che i cacciatori andavano a caccia la mattina presto, alle 5.

E come fai a saperlo? Non è quel genere di attività a cui si interessano le ragazzine.

Mio padre andava a caccia quando era giovane.

Hai un padre?

No, ce l’avevo.

Hai una madre però.

E tu che ne sai?

Non lo so, ma sei venuta qua.

Tu accogli i ragazzi smarriti?

No. Io pesco le creature nel buio.

Smette di dipingere. Dentro casa non si vede quasi più niente. Esce dalla casetta e inizia a raccogliere un po’ di legna per accendere un focherello. Una volta che le fiamme si sono alzate e il falò è al sicuro dentro una corona di pietre, accende una fiaccola con un fascio di ramoscelli secchi e rientra. Illuminate dal fulgore arancione della torcia, le pareti si mostrano a Betti. Sono mandrie di buoi, e branchi di lupi vagabondi, e discreti uccelli rapaci. Nell’angolino dove lei si è sistemata è disegnato un pettirosso che prima non aveva visto. Sovrasta delicatamente il suo cuscino di pochi centimetri. Alberto intinge la mano in un secchio di cui non si intravede il contenuto, ma probabilmente è colore. Si rannicchia ai piedi del letto di Betti e disegna con il dito una civetta rossa.

Finché starai qui con me, ti addormenterai con la civetta e, prima di andare a letto, al mattino, sveglierai il pettirosso.

Ma sono solo dei disegni.

Presto ti accorgerai del contrario.

Perché tu fai tutto al contrario?

Per non dare nell’occhio.

Da chi ti nascondi?

Io da nessuno, ma tu forse sì, altrimenti non saresti qui.

Già, altrimenti non sarei qui…

Hai idea di chi ti stia cercando?

Penso mia madre.

E nessun altro?

Non ho nessun altro a cui potrebbe importare. E anche a mia madre non credo importi chissà quanto, a dire la verità.

Non ti preoccupa il pensiero di non vederla mai più?

No.

E neanche del fatto che d’ora in poi non avrai più una casa?

Io vorrei non avere nemmeno più una faccia. Vorrei che nessuno vedesse niente e lo chiamasse col mio nome.

Beh, allora qui sei al sicuro. Io non so nemmeno come ti chiami.

Poi, lui si avvicina a una pentola al centro della stanza. Con un mestolo storto ne ricava una ciotola di zuppa. La porge ancora fumante a Betti che, senza interrogarsi sul contenuto, la porta immediatamente alle labbra. Sa di zucca e di zenzero, forse anche di legumi. Tutto, anch’essa, sembra d’ambra nella stanza, con la fiaccola accesa di Alberto.

Era molto che non mangiavi, dice lui mentre la osserva trangugiare indefessa il tutto fino all’ultima goccia.

Un paio di giorni.

Se hai finito, svegliamo la civetta insieme, così poi da domani lo farai tu da sola.

Betti dice ok con malcelato timore.

Se vuoi stare qui dovrai imparare a trattare un po’ con gli animali, ragazza di città.

Io non ho paura degli animali.

Non devi, infatti.

E, detto questo, avvicina la mano all’immagine della civetta di porpora e alza il listello di legno precariamente fissato su cui è dipinta. Poi la mano si fa strada ancora in quella che sembra solo una buia cavità per topi. Ne fuoriesce con una civetta larga quanto il palmo.

A questo punto Betti non può dubitare di ciò che lui le ha detto finora più di ciò che lei stessa vede o sente. Come se niente fosse infatti, Alberto allunga il braccio su di lei e la civetta salta sulla sua spalla.

Per stanotte ti lascio dormire ai tuoi orari soliti. Da domani sera, uscirai con lei.

Un battito d’ali e la civetta vola fuori dalla finestra.

(Continua…)

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