In teoria, il 12 3 13 giugno si sarebbero dovuti votare 4 referendum abrogativi: legittimo impedimento, ritorno al nucleare e privatizzazione dell’acqua (2 quesiti). In pratica però sul nucleare non si voterà, e forse neanche sull’acqua.

Al contrario dei quesiti sul legittimo impedimento e sul nucleare, il referendum sull’acqua ha una particolarità: non è stato sostenuto da partiti politici, ma dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, una rete di comitati territoriali e persone che hanno guidato la raccolta firme. Ne erano sufficienti 500.000 per chiedere il referendum, e ne sono state raccolte 1 milione e 400mila. Uno sproposito, considerando che la campagna non ha ricevuto nessuna copertura da parte dei media.
Tutto comincia nel 2009 (ma le cose avevano già preso una brutta piega) con l’approvazione del decreto Ronchi, ora legge, sull’acqua. La legge garantisce che l’acqua resterà pubblica, ma poi aggiunge che la sua gestione diventerà privata. Per la precisione, sarà affidata a società con almeno il 40% di capitale privato. Il 40% di persone che ci metteranno i loro soldi, e che non lo faranno per cortesia, nè per dissetare gli italiani. Stiamo parlando di business, di fare soldi. La legge Ronchi lo dice chiaramente: la remunerazione dei capitali investiti deve avvenire attraverso le bollette. Che tradotto significa: il cappone da spennare siamo noi. L’acqua diventa una merce e la sua gestione un modo di produrre profitti. Prepariamoci a dire addio alla cara vecchia bolletta dell’acqua, l’unica che si pagava volentieri in un marasma di bollette furibonde, perchè ammontava a poche decine di euro. La cultura giuridica è d’accordo con il senso comune, quando dice che la gestione di qualcosa è una proprietà sostanziale.
Dicono che con la gestione privata si risparmierà, ma è una bugia. Il caso di Parigi è sotto gli occhi di tutti: la ripubblicizzazione del servizio idrico porterà nel luglio di quest’anno al primo abbassamento delle bollette dell’8%. Il servizio è tornato pubblico ed è stato sottratto alla logica del profitto, dunque gli utenti risparmieranno 76 milioni di euro sul periodo 2011-2015. Certo, l’amministrazione italiana non è quella francese, ma questo non è un buon motivo per privatizzare un bene vitale come l’acqua. Dovrebbe essere un buon motivo per rendere più efficiente la nostra amministrazione.
Nonostante la raccolta firme, le sorti del referenum sulla privatizzazione dell’acqua sono incerte. Originariamente il referendum doveva coinvolgere quattro quesiti, di cui due sull’acqua, uno sul nucleare e uno sul leggittimo impedimento. Il problema è che il governo gradirebbe una cortese assenza alla urne da parte dei cittadini. Ma almeno tre di questi quesiti (sul nucleare e sull’acqua) risvegliano negli italiani sentimenti forti. C’era insomma il pericolo che gli italiani si occupassero attivamente della cosa pubblica (magari dando un voto inopportuno anche sul legittimo impedimento).
Il referendum sul nucleare è stato così spazzato via. Il governo ha sospeso la legge che si chiedeva di abrogare, e ha invitato tutti ad attendere che si rendano note “”nuove evidenze scientifiche mediante il supporto dell’agenzia per la sicurezza nucleare”. Il che dovrebbe avvenire entro 12 mesi. Nel frattempo a giugno non si vota più.
Adesso è il turno dell’acqua. Non si conoscono ancora i dettagli tecnici dello stop al referendum sull’acqua, ma due cose sono chiare: saranno motivazioni pretestuose e illegali. Lo ha stabilito la Corte Costituzionale nel lontano 1978, affermando che al Parlamento non è permesso di frustrare “gli intendimenti dei promotori e dei sottoscrittori delle richieste di referendum”, e che il referendum non si tiene solo se sono stati del tutto abbandonati “i principi ispiratori della complessiva disciplina preesistente”. E questo non è il caso del nucleare, nè lo sarà dell’acqua.
Ed eccoci qui, alle prese con il legittimo impedimento, mentre le Nazioni Unite hanno approvato una risoluzione che riconosce l’accesso all’acqua come un diritto fondamentale di ogni persona.









Giù le mani dall’acqua che è e deve restare un bene pubblico.
dai che ci saranno le consultazioni referendarie….chissà il quorum però