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Rivoluzione digitale

di Dav91 – 20 settembre 2009 – 02:24Nessun Commento

rememberthebaysmallÈ un chiodo fisso di major, lobby e coraggiosi attivisti “pirati” che ci portiamo dietro da tempo immemorabile. È un argomento che non riguarda solo il vile aspetto economico, ma la diffusione della cultura, dei saperi, delle conoscenze, degli strumenti per conseguirli. Parlo della pirateria informatica, della libera riproduzione e della libera copia e trasmissione di materiale (musica, libri, software, video) coperto dal diritto d’autore.

Mi tornava in mente ieri, scrivendo Come aggirare i controlli Microsoft sulle copie contraffatte di Windows, ci pensavo anche leggendo le ultime nuove sulla saga giudiziaria di The Pirate Bay (cui dedico l’immagine di apertura).

Ho sentito il bisogno di scrivere un post su quella serie di azioni del tutto legittime che le major, con il termine pirateria informatica, cercano di farci vedere come qualcosa di ingiusto e illegale.

Quella che chiamiamo “Rivoluzione digitale” si è subito configurata come una grande opportunità di condivisione delle conoscenze, dell’informazione, della cultura; Internet è diventato uno strumento di file-sharing tra pari (peer-to-peer). Ciò ha naturalmente creato due gruppi di tendenza opposti: chi, entusiasta di questa grande opportunità democratica, lotta ogni giorno per ampliarla e combattere il sistema proprietario e capitalistico in cui ci troviamo e chi, difensore di questo sistema e detentore dei diritti d’autore, cerca con ogni tipo di reazione illiberale di controllare questa condivisione. Le vie intraprese da queste lobby economiche sono essenzialmente due: reprimere la copia illegale e difendere a oltranza la protezione della copia.

L’ampia richiesta sul mercato di materiale “pirata” ha portato i produttori a introdurre un software di protezione della copia, il Digital Rights Management (DMR), una sorta di criptazione del materiale, che può essere decriptato soltanto con un programma apposito. D’accordo con questa politica, nel ‘98 gli Stati Uniti, seguiti da molti paesi, hanno approvato una legge, la DMCA, che rende illegale l’apertura della protezione senza autorizzazione, considerandola un atto criminale. Questo, assurdamente, avviene anche se si decide di decriptare informazioni non protette dai diritti d’autore o di cui si sono regolarmente acquistati i diritti.

È come acquistare legalmente una casa e poi trovarla chiusa con un lucchetto, rivolgersi a chi ve l’ha venduta e sentirvi dire che per aprire il lucchetto dovete pagare loro un tot. Se vi rifiutate e lo aprite da soli, venite arrestati in casa vostra per aver aggirato il sistema di protezione.

A questo punto sorge un dubbio: è veramente illecito “piratare” del materiale e copiarne i contenuti? Francamente, direi di no. Al di là della palese assurdità di quanto vi ho appena detto, c’è un principio negli USA chiamato “fair use”. È una bella espressione che vuol dire che io, acquistando legalmente del materiale prodotto dai diritti d’autore, posso farne qualsiasi uso personale: nel caso di un CD musicale copiarlo per tenerlo in macchina, digitalizzarlo per metterlo sul lettore mp3, estrarne dei brani per farli sentire a degli amici, per esempio. Tutti i sistemi di protezione limitano queste libertà, scoraggiando soprattutto gli utenti meno avvezzi ad aggirarle, in un tentativo intimidatorio che di fatto annulla i miei diritti su ciò che ho legalmente pagato. Questo sì che si chiama rubare, non la pirateria.

Data risposta a questo primo quesito, me ne pongo un altro. Avrete notato che da tempo tutti i produttori combattono con ogni mezzo il file-sharing (ossia il trasferimento e la condivisione di materiale senza fini di lucro tra pari attraverso programmi appositi) e, tramite pressioni di lobby, hanno recentemente inflitto duri colpi al p2p e soprattutto al mondo torrent: penso alla già citata The Pirate Bay, a Mininova e quant’altro.

Mi chiedo: è illegale l’utilizzo di programmi di file sharing e possono essere condannati i provider di siti del genere?

Dobbiamo in questo caso rispolverare un vecchio e sempiterno principio di diritto, quello del mere conduit, che stabilisce dall’antichità che chi trasferisce dei dati è responsabile solo del trasporto tra mittente e destinatario e non del contenuto, anche eventualmente illegale, che esso trasporta.

È un principio in vigore già dall’invenzione dei sistemi postali e poi rafforzatosi con le compagnie telefoniche: immaginate che le Poste o la Telecom volessero controllare ogni lettera, pacco, telefonata che voi mandate a qualcuno per evitare che trasmettiate contenuti illegali. Questo vorrebbe dire ispezioni, apertura delle buste, ascolto delle chiamate, con tanti saluti alla privacy, alla segretezza delle telefonate e della corrispondenza. Naturalmente, chiunque lo riterrebbe assurdo.

Anche in Europa riguardo a internet il mere conduit è stato sancito dagli artt. 12, 13, 14 e 15 della Direttiva “2000/31/EC”, applicata in Italia con il D. lgs. 70/03. L a Direttiva ribadisce la non perseguibilità del prestatore, includendovi il caching (memorizzazione intermedia che può avvenire durante il trasporto delle informazioni) e l’hosting, proibendo anche agli stati membri dell’UE di imporre l’obbligo generale di sorveglianza. Per chi vuole saperne di più: http://blog.tntvillage.scambioetico.org/?p=2735

Malgrado ogni ragionevolezza e ogni giusto principio, viviamo un difficile periodo di attacco alla libertà di copia e ai diritti digitali. Questi signori delle major continuano con ogni mezzo a ostacolare e intimidire il lavoro di tanti coraggiosi pirati, niente più di semplici utenti che vogliono far valere i loro diritti. Proprio tra il 25 agosto e oggi ci arrivano notizie sulle condanne di siti di file-sharing e l’avanzare di leggi illiberali in Francia e Gran Bretagna. Chiedetevi a questo punto cosa potete fare e chi è veramente il ladro.

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